Commento alle letture per la liturgia dellaXII domenica del tempo ordinario

Ger 20,10-13; Sal 69 (68); Rm 5,12-15; Mt 10,26-33

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Ha scritto molti anni fa A. Chouraqui che il Dio della Bibbia è l’unico dio che dica «non temere» o «non temete», specie nei racconti di vocazione. Solo i personaggi poi che maggiormente vivono secondo criteri, per così dire, divini – la giustizia, il rispetto della persona, l’amore, l’accoglienza dell’altro – possono dire la stessa cosa. Per tutti valga l’esempio di Giuseppe verso i suoi non cordiali fratelli (cf. Gen 50,19.21).

In Mt 10,26.28.31 leggiamo per tre volte, quasi un ritornello, l’imperativo negativo «non temete» (me phobethete), più un imperativo positivo ma in chiave avversativa, di contrapposizione, «temete piuttosto» (phobeisthe de mallon) che in qualche modo rafforza gli altri tre, ma al tempo stesso diventa il punto focale della pericope.

L’impressione è che Gesù voglia insegnare di chi e di che cosa si debba avere realmente timore e che cosa sia il verace «timor di Dio» che tanto spesso s’incontra, soprattutto nei testi sapienziali.

Due parole sull’antefatto. Ai cc. 8 e 9 Matteo ha presentato dieci opere del Messia: guarigioni e miracoli che fanno da sfondo a racconti di vocazione, con i quali si vuol significare che cosa comporti la sequela. Coloro che sono chiamati devono compiere le opere di colui che chiama.

Alla fine di questa presentazione (cf. 9,36-37) Matteo parla della compassione di Gesù verso le folle sbandate e formula un invito ai discepoli a pregare perché il padrone della messe mandi operai nella messe, dove il problema non è chiedere che siano tanti, ma piuttosto che siano dotati della sua stessa compassione.

Si dà in questo modo una prima necessaria caratteristica dell’apostolo, che viene ripresa in 10,6 citando i destinatari dell’annuncio: sono «pecore perdute» (ta probata ta apolalota), parallele alle pecore senza pastore di 9,36.

Gli inviati, soprattutto, non devono prendere «la via delle genti» (10,5), indicazione di un obbiettivo e di un modus operandi da non imitare, perché il primo annuncio deve essere per un Israele povero e sbandato.

Seguono altre indicazioni su contenuto e modi dell’annuncio e avvertimenti sulle conseguenze. Delazioni, tradimenti e persecuzioni: tale sarà il destino di colui che invia e tale sarà il loro.

Eppure non è di questo che bisogna spaventarsi. Non della franchezza con le sue conseguenze, né della morte violenta. Al v. 28 si affaccia un’antropologia che risente di un certo platonismo e che poco concorda con quella che si trova nel Primo Testamento e in generale in Matteo, dove non esiste distinzione tra «anima» e «corpo». Qui però si dice che gli uomini possono uccidere il corpo, ma il giudizio ultimo e inappellabile sulla realtà della persona (l’anima) appartiene solo a Dio; è lui perciò il destinatario del timore.

Tuttavia questo Dio temibile è un Padre che non lascia cadere neppure una realtà minima e di poca rilevanza come due passeri (cf. v. 29) e che tiene contati i capelli. Dunque un giudice giusto e provvidente – quasi una contraddizione in termini –, nei confronti del quale il timore di lui è davvero l’inizio di una vita sapiente, fatta di consapevolezza del giudizio che corregge e di affidamento a colui che provvede.

Tale consapevolezza è precisata dai requisiti degli inviati e dalle caratteristiche della loro missione: compiere le stesse opere del messia con gratuità (cf. 10,8), in un regime di povertà e spogliamento simile a quello di coloro che accedono al tempio (10,10): «Non si entri nel santuario con il bastone, né con le scarpe né con una borsa, né con la polvere sui piedi» (Mišna Berakot 9.5), accettando l’ospitalità, offrendo pace senza aspettarsi automaticamente accoglienza.

Le norme cultuali della Mišna sopracitate dicono che questo timore è infine un senso di venerazione e adorazione: è la cognizione di sé, poveri, di fronte non solo al giudice giusto e provvidente, ma anche alla sacralità della vita e della missione.

L’apostolo entra nel mondo come nel santuario. Il testo non si preoccupa di strategie, perché l’apostolo si rivolge a persone bisognose soprattutto di compassione e di pace, e si rivolge a loro come un padre, che corregge e provvede.

Stefania Monti

Biblista

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