Le statue sfregiate e le domande sulla democrazia

La protesta contro gli atti di razzismo e violenza perpetrati da agenti di polizia nei confronti dei membri delle comunità afroamericane negli Stati Uniti ha trovato una sorta di gesto identificativo nello sfregio o nell’abbattimento di statue di figure legate allo schiavismo e al segregazionismo. Una pratica che è uscita anche al di fuori dei confini statunitensi e che è stata raccolta dagli omologhi movimenti di protesta in Europa, a cominciare dal Regno Unito per arrivare anche in Italia.

Al di là degli epigoni europei, quanto avviene col movimento Black lives matter ha visto l’opinione pubblica dividersi secondo due atteggiamenti opposti. Da un lato vi è chi ritiene doveroso sposare la damnatio memoriae di figure che si sono rese protagoniste di vicende controverse o si sono espresse a sostegno di posizioni politiche e culturali giudicate lesive dei diritti. Dall’altro lato ci si preoccupa di stigmatizzare atti ritenuti violenti o vandalici e si vede in essi la manifestazione di un’ignoranza storica.

 

Chiedersi il perché: origini di una frattura politico-sociale profonda

Rispetto a queste due alternative può essere fruttuoso interrogarsi sul perché di questa sorta di ondata iconoclasta. Negli Stati Uniti lo sfregio o l’abbattimento delle statue ha un precedente recente nelle proteste contro le raffigurazioni di Cristoforo Colombo, individuate come il simbolo di una stagione storica tragica segnata dallo sterminio dei nativi americani da parte degli europei.

Oggi il gesto di protesta, nel concentrarsi su immagini legate alla storia degli stati del Sud schiavista, diviene il punto d’intersezione di molteplici tensioni che la pandemia ha acutizzato e trasformato quasi repentinamente in fratture profonde.

Vi è una frattura sociale, dovuta a una discriminazione delle minoranze, a partire da quelle afroamericane, mai completamente sradicata dalla coscienza profonda del paese.

Vi è una frattura politica, che investe non solo l’attuale presidenza e le sue scelte, ma riguarda più profondamente la dinamica di un paese che negli ultimi decenni ha conosciuto una fortissima radicalizzazione ideologica proprio sul modo di intendere e declinare i diritti (si pensi alle feroci opposizioni alla riforma sanitaria o alla limitazione alla vendita di armi).

Tutto questo si riversa su una sorta di cortocircuito fra la memoria, intesa come sedimentazione delle esperienze individuali e collettive che modellano la coscienza di sé di una comunità, e la storia, quale processo di eventi su cui si esprime un giudizio di ordine intellettuale.

Dentro la vicenda americana questo intreccio fra memoria e storia, che fa della seconda l’oggetto di un uso anche politico e identitario, diviene ora il terreno su cui si scaricano quelle tensioni. Che sono anche tensioni generazionali, se è vero che la componente giovanile della protesta è quella di gran lunga più rilevante. In quelle richieste si coagula così, in modo forse disordinato ma certamente autentico, la domanda di una cesura con le attuali strutture sociali, prassi politiche e forme culturali.

Così, il gesto di sfregiare o abbattere i segni visibili di un passato schiavista, segregazionista e razzista diventa interrogativo posto alla democrazia come regime non solo istituzionale ma politico-sociale.

È certamente vero che in queste azioni contro la «storia» emerge anche una componente ideologica, che schiaccia su una sommaria distinzione fra bene e male il giudizio sul passato. Tuttavia, in questo vi è anche e soprattutto un giudizio su un presente che, usando proprio quel cortocircuito fra memoria e storia, ha spesso cercato di surrogare l’intelligenza politica delle cose con un uso della storia finalizzato a giustificare scelte altrimenti incapaci di misurarsi con lo spessore della realtà.

La sfida, politica e morale a un tempo, è così quella di lasciarsi provocare dalla cesura che si è prodotta, per pensare e comprendere che cosa sia la democrazia del XXI secolo.

Riccardo Saccenti

Docente universitario

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