Qualche giorno fa è stato costituito il Tavolo di lavoro Ministero-CEI, per raggiungere “in breve tempo” (Don Daniele Saottini, SIR, 19/6/20) l’“intesa” sul concorso per docenti di religione (IdR) autorizzato dal Parlamento, di cui abbiamo analizzato il profilo giuridico nel contributo del 24/2/2020 su Il Regno-on line.

 

Vanno perciò ricordati i motivi che preoccupano gli IdR, per i quali soprassedere su questo specifico concorso costituirebbe il primo passo verso una soluzione meno allarmante (specie a seguito della drammatica situazione attraversata negli ultimi mesi). Con un concorso aperto a tutti, nessun “super-punteggio” per gli anni di servizio potrà garantire un IdR precario storico (e i suoi affezionati alunni e relativi genitori) dal “farne le spese”. A questo concorso ordinario parteciperebbe chiunque abbia titoli e idoneità, pur avendo svolto solo supplenze o non insegnando più (per vari motivi) o non ancora: ne conseguirebbe la perdita del posto di lavoro o il part-time forzoso di IdR in servizio e stabilizzati da lustri o decenni. La percentuale (30%) dei posti a tempo determinato – già demograficamente in restringimento – non può infatti matematicamente assorbire i non vincitori, poiché si renderebbe necessaria la creazione di nuove cattedre per assumere i vincitori non attualmente incaricati (di cui peraltro è inverificata, o già valutata negativamente, l’affidabilità relazionale con minori). Né gli Ordinari diocesani possono ridurre i partecipanti non assegnando la specifica “idoneità concorsuale”, in quanto gli esclusi – come nel 2004 – farebbero efficacemente ricorso ai giudici, potrebbero partecipare al concorso e vincerlo.

 

Di conseguenza, questo concorso ordinario danneggerebbe proprio quegli IdR il cui lavoro didattico e impegno educativo è da decenni riconosciuto positivamente dallo Stato e dalla Chiesa. Non bisogna infatti dimenticare l’istituto concordatario dell’‘idoneità’ all’IRC, che viene conferita dagli Ordinari diocesani mediante procedure selettive nelle quali interviene anche lo Stato (e da quest’ultimo riconosciute corrispondenti all’abilitazione). Tale procedura di selezione, che Concordato e legge statale d’Intesa affidano agli Ordinari diocesani (mediante prove scritte e orali e successiva formazione in servizio), è fondata sul merito delle conoscenze disciplinari e competenze didattico-pedagogiche. Attraverso tale procedura, come per le altre discipline nel primo ciclo TFA, dalle decine di migliaia di laureati in teologia o scienze religiose sono state selezionate e formate poche migliaia di insegnanti, inquadrati con ricostruzione di carriera dal quinto anno di incarico per legge statale, e confermati da nomina d’intesa con i Direttori USR e Dirigenti Scolastici. Anche questi ultimi contribuiscono a tale selezione, segnalando le criticità agli Ordinari diocesani, che quindi spesso non ripropongono l’incarico dell’IdR o avviano un processo canonico di revoca idoneità. Invece, il concorso ordinario – che per la natura concordataria dell’IRC non può verificare le competenze disciplinari, ma solo elementi giuridici e pedagogico-didattici generali – misconoscerebbe e sostituirebbe surrettiziamente tale modalità pattizia di reclutamento.

 

Lo Stato riserva sempre procedure concorsuali straordinarie (spesso con sola prova orale priva di punteggio minimo e GaE) ai docenti abilitati o con anzianità di servizio superiore ai 36 mesi ancora precari per sua responsabilità (da sedici anni nessun IdR è stato assunto a tempo indeterminato), senza che alcuno osi parlare di “sanatorie”. Il concorso ordinario in questione nega l’equipollenza riconosciuta da Consiglio di Stato e M.I. tra l’abilitazione dei docenti di altre discipline (spesso affidata a enti terzi: le università) e quella degli IdR, discriminando questi ultimi.

 

Qualora la “previa intesa” tra M.I. e Presidenza CEI non facesse prima scorrere le graduatorie di merito del concorso 2004, e non prevedesse quindi ricognizione degli organici IdR di ruolo e con ricostruzione di carriera per verificarne il fabbisogno reale, si ripeterebbe il precedente di Trento e Bolzano: nel 2014 si svolse un concorso come quello in questione, talmente ingiusto nei sui effetti da dovere poi correre ai ripari nel 2018 con un concorso straordinario per titoli e servizio e GaE. Nel caso attuale, tuttavia, gli IdR ricorrerebbero ai giudici nazionali e europei: non certo quale categoria “sindacalizzata”, ma perché verrebbero lesi diritti costituzionali fondamentali e le linee guida per concorsi pubblici su fabbisogno e merito.

 

Il modello trentino, opportunamente tradotto in chiave nazionale (verificando eventualmente gli elementi giuridici e pedagogico-didattici generali durante l’anno di prova o in una prova orale senza punteggio minimo), rappresenterebbe invece la modalità di concorso pubblico in grado di superare l’intrinseca criticità del concorso ordinario (sotto il profilo occupazionale, concordatario e meritocratico). Perciò esso costituisce la soluzione da noi auspicata, valutata come la più adeguata dai 13.000 IdR precari e dall’unanimità dei delegati IRC delle Conferenze Episcopali Regionali.

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Massimo Pieggi - Sergio Ventura

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