Joseph diventa Papa e Georg manda tutti al diavolo

Ricordo don Georg Ratzinger, morto l’1 luglio a Regensburg, rievocando brevemente la sua vicenda umana e segnalando in particolare lo sconcerto con cui accolse l’elezione a Papa del fratello Joseph di tre anni più giovane. I due erano legatissimi, come fossero gemelli. E don Georg che «manda al diavolo tutti» quando lo vede Papa ci aiuta a capire il carattere inaspettato – per i due fratelli – di quell’esito del Conclave. Qui di seguito l’articolo scritto per il Corriere della Sera, pubblicato il 2 luglio a pagina 25 con il titolo «Quel legame inscindibile tra Georg e Benedetto».

“Rimasi pietrificato”

Don Georg Ratzinger, fratello del Papa emerito, è morto ieri a Regensburg, in Baviera, all’età di 96 anni. L’aggravamento delle sue condizioni era stato segnalato al mondo il 18 giugno, quando con mossa inaspettata il fratello Joseph-Benedetto era volato in Baviera per un ultimo incontro.
I fratelli Ratzinger sono cresciuti in simbiosi. Appaiono somigliantissimi nelle foto della loro prima messa, che celebrarono lo stesso giorno, il 29 giugno 1951. Li avresti detti gemelli e non si notavano affatto i tre anni in più di don Georg. Somiglianti, ma diversi per carattere: timidi ambedue e Georg anche ritroso e ombroso; Joseph, invece, più comunicativo e combattivo.
Don Georg ha preso sempre male, si direbbe, la fortuna accademica ed ecclesiastica del fratello che a più riprese li ha separati. Nel libro di memorie “Mio fratello il Papa” (Piemme 2012), commenta bruscamente la chiamata a Roma di Joseph come prefetto della Congregazione per la dottrina (1981): «Mi dispiaceva molto che mio fratello si trasferisse ancora lontano. Ma lo sapevo che il mio parere non era rilevante».
Prende ancora peggio l’elezione di Joseph a Papa: «Quando sentii annunciare il suo nome rimasi pietrificato. Mi sentii scoraggiato, abbattuto. Ed ero anche triste perché forse non avrebbe più avuto tempo per me».

 

Mio fratello dovrebbe dimettersi

Nelle memorie racconta quel suo sconcerto con toni patetici: «Per due giorni il telefono non smise mai di suonare, ma rimanevo indifferente. Non risposi, semplicemente. Andate tutti al diavolo, pensai. Non provai nemmeno a chiamarlo al telefono, immaginando che tanto non ci sarei riuscito e non risposi neanche quando, il mattino dopo, fu lui a chiamare. Alla fine rispose la mia governante e così parlò prima con lei che con me».
Con la morte di Georg, Joseph perde l’unico membro della famiglia che gli era rimasto. Una sorella, Maria, se ne era andata nel 1991.
Don Georg in gioventù era stato arruolato a forza nella Wehrmacht, con la quale aveva combattuto anche in Italia. Catturato dagli Alleati nel marzo 1945 in Romagna, fece alcuni mesi di prigionia a Napoli prima di tornare in patria.
La passione della sua vita è stata la musica. Per trent’anni ha diretto il coro della Cattedrale di Regensburg.
Don Georg aveva avuto un qualche presentimento che il fratello Papa poteva «anche» rinunciare al Papato. «Se non dovesse più farcela dal punto di vista fisico, dovrebbe avere il coraggio di dimettersi», disse in un’intervista del 2011. «L’età si fa sentire – aveva poi commentato l’annuncio delle dimissioni nel febbraio del 2013 – e mio fratello desidera più tranquillità nella vecchiaia».

 

Quando Georg mise l’elmo e in guerra andò

Da lettore che leggendo si appassiona a quello che legge magari solo per lavoro, com’è stato il mio caso con le memorie di don Georg, dirò che mi hanno attirato le pagine della guerra, che sono al centro del volume. Nell’estate del 1942, a 18 anni, è arruolato nel «Servizio di lavoro obbligatorio» e inserito in squadre che fanno «addestramento con la pala». Il racconto è anche comico ma la faccenda si fa seria con la «chiamata alle armi nella Wehrmacht» che arriva quando compie vent’anni. Con sua sorpresa, ai tiri con il fucile risulta il migliore della compagnia. Viene mandato in Olanda e qui deve addestrarsi alle trasferte in bicicletta e a cavalcare. Il rapporto di Georg con il cavallo è simile a quello di don Abbondio con la mula nella salita al castello dell’Innominato. Viene mandato in Italia. Partecipa alla resistenza opposta dall’esercito tedesco all’avanzata degli alleati nella zona di Cassino. Assiste al bombardamento dell’Abbazia. Con lo sbarco degli alleati a Nettuno, la sua divisione viene a trovarsi insaccata in una zona che gli americani bombardano dal cielo e colpiscono con i cannoni sia da sud che da ovest: «Sembrava di essere all’inferno». La ritirata tedesca attraversa Roma e Georg si trova a passare davanti a piazza San Pietro senza potervi entrare. Gli americani sono alle calcagna e i tedeschi in fuga sentono «le grida di giubilo della popolazione» per l’arrivo degli alleati: «non si poteva certo darle torto». Nella zona di Bolsegna è ferito a un braccio durante un combattimento. Dopo una convalescenza in patria, viene spedito con un’altra divisione a Praga, poi di nuovo in Italia. In Romagna, nella zona di Dozza, sull’Appennino, viene fatto prigioniero dopo un combattimento spaventoso: «I nemici attaccarono il nostro rifugio con le baionette in canna, emettendo urla da far gelare il sangue». Viene inviato a un campo di prigionia sul Vesuvio dove resta dall’aprile al luglio del 1945. Questa narrazione della guerra da parte di un tedesco amante della musica, bravo a sparare ma timoroso dei cavalli, l’ho trovata godibilissima. – Perdonami Georg se mi sono quasi divertito con le tue traversie belliche.

 

Lettera di Francesco a Benedetto

«Lei ha avuto la delicatezza di comunicarmi per primo la notizia del decesso del suo amato fratello Mons. Georg. Desidero rinnovarLe l’espressione del mio più sentito cordoglio e della spirituale vicinanza in questo momento di dolore»: così si apre la lettera inviata il 2 luglio da Francesco a Benedetto per la morte di don Georg.

Luigi Accattoli

Giornalista

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