Chiamati a conversione: in due documenti usciti quasi contemporaneamente nell’ultima settimana di giugno, la Commissione per la vita consacrata della Conferenza episcopale dell’Emilia-Romagna  e il vescovo di Cesena-Sarsina Douglas Regattieri indicano, rispettivamente, ai religiosi della regione e alla Chiesa cesenate questa risposta alla domanda che più ha attraversato i cristiani durante la pandemia da COVID-19: «Ma cosa ci sta dicendo Dio in questo tempo di pandemia?».

 

«Domanda legittima, certo – scrive la Commissione –, ma che reclama di venire depurata da qualche malinteso per essere posta in modo corretto. Perché Dio non ci parla giocando di sponda con gli eventi della natura, cercando, in modo sfuggente, di farci sapere cose che ancora non sapevamo. In realtà, Dio non ci dice niente di altro, rispetto a quanto ci ha già comunicato con la sua Parola incarnata nel Figlio crocifisso e risorto. Pertanto la domanda più corretta sembra debba essere un’altra: “Che cosa vogliamo rispondere noi oggi a quanto Dio ci sta dicendo e proponendo da sempre?”».

 

Contemplando le tre immagini dei mesi passati che più sono rimaste impresse, a lui come a tutti, il vescovo Regattieri descrive così i frutti di una vera conversione: «Dall’egoismo alla generosità. Mi guida, in questo passaggio, l’immagine dell’infermiera spossata per il suo lavoro a favore dei malati. In quell’immagine in realtà vorrei vedere la manifestazione del trionfo della carità, della generosità e dell’altruismo sull’egoismo», ma «il rischio è che, finita la pandemia, tutto si spenga e sia archiviato come un bell’evento da tramandare alla storia. […] Dalla convinzione che possiamo tutto, alla consapevolezza che, in realtà, possiamo ben poco. Un passaggio, questo, a cui ho pensato stando davanti alle emozionanti e intense sequenze televisive» della preghiera del 27 marzo di papa Francesco. «Il virus ha denudato la nostra autosufficienza; le nostre ricchezze umane e potenze materiali si sono improvvisamente svuotate e sono sfumati in nulla i nostri progetti di onnipotenza, gettando il mondo nella paura. Ci siamo scontrati con il nostro limite. […] Dalla vita terrena a quella eterna. Rivedo ancora la lunga fila di camion militari che trasportano le salme dei nostri fratelli deceduti per il Coronavirus. Il tema della morte è così improvvisamente entrato nelle nostre vite».

 

Ma se «la gravità del coronavirus ha “imposto” a ognuno – con rigorose prescrizioni e precise, minute disposizioni igieniche e sociali – l’attenzione all’altro», la Commissione si domanda: «Ci voleva proprio una pandemia tanto devastante per guarire dalla nostra penosa cecità e riuscire a vedere da vicino chi ci vive accanto? Perché facciamo così tanta fatica a esercitare ogni giorno l’attenzione al fratello, come nostra libera scelta? Sembra curioso: dell’indicazione a mantenere le distanze per salvaguardare la salute di chi ci è vicino, anche noi, membri della vita consacrata, sembriamo aver recepito benissimo la prima parte (mantenere le distanze), mentre la seconda (la ricerca del bene del prossimo) forse si sarà un po’ persa nella grigia nebbia della vita ordinaria. Lo stesso pare si possa dire per l’ammirazione, più che legittima e doverosa, nei confronti di quanti, in tempi così difficili, si sono occupati dei malati negli ospedali e nelle case. Ma perché accontentarci di ammirare la loro infaticabile generosità e non viverla anche noi nel nostro quotidiano, e non solo in circostanze eccezionali? Nello scorrere dei giorni possiamo farci carico gli uni degli altri con attenzione delicata e gratuita, con sentita partecipazione, con il sostegno concreto e, anche “settanta volte sette”, con il perdono limpido e cordiale».

Guido Mocellin

Giornalista

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