Nicaragua: l’incendio della cattedrale

L’attacco del 31 luglio, che ha devastato la cappella del Sangue di Cristo della cattedrale di Managua con un crocifisso venerato da più di 300 anni da migliaia di fedeli di tutto il Nicaragua, potrebbe rivelarsi un formidabile autogol. Le indagini della polizia hanno sostenuto la versione dell’evento accidentale – un incendio causato da accumulo di vapori di alcool isopropilico nella cappella in cui erano presenti candele accese –, ma la tesi non regge: data la cubatura dell’ambiente, secondo un ingegnere chimico della Cornell University (USA) sarebbero occorsi almeno 30 litri di alcool isopropilico per far partire l’innesco. Inoltre i ceri votivi accesi erano tenuti prudenzialmente altrove.

Il governo del presidente Daniel Ortega e della vicepresidente consorte Rosario Murillo non vuol vedere ricadere su di sé la responsabilità dell’accaduto, ma è indubbio che da tempo fomenta odio contro la Chiesa cattolica e i suoi pastori, colpevoli di non fare sconti a un regime sempre più corrotto e autoritario, nonché di aver talora aperto le porte di chiese e università a manifestanti che pacificamente rivendicavano diritti e venivano ferocemente repressi da una polizia che non esita a usare le armi per uccidere (ne abbiamo parlato qui Regno-att. 12,2018,342).

«Questo fatto esecrabile si somma a una serie di atti sacrileghi, di violazioni alla proprietà della Chiesa, di assedi ai templi, che altro non sono se non una catena di eventi che riflettono l’odio verso la Chiesa cattolica e la sua opera evangelizzatrice», afferma il comunicato dell’archidiocesi di Managua, titolato senza indugi «Atto terrorista nella cattedrale metropolitana». Pronta è arrivata la solidarietà del CELAM e di molte conferenze episcopali. E anche del papa, che domenica 2 agosto, dopo la preghiera dell’Angelus, ha esordito dicendo: «Penso al popolo del Nicaragua che soffre per l’attentato alla cattedrale di Managua, dove è stata molto danneggiata – quasi distrutta – l’immagine tanto venerata di Cristo, che ha accompagnato e sostenuto durante i secoli la vita del popolo fedele. Cari fratelli nicaraguensi, vi sono vicino e prego per voi».

Ma quel che più preme al «regime Or-Mu», come lo definiscono gli oppositori (dalle iniziali dei coniugi Ortega), è la conservazione a ogni costo di un potere che non trova più il consenso del popolo nicaraguense, anche a seguito della profonda crisi del Venezuela, che coi propri aiuti sosteneva artificialmente l’economia del paese.

Non a caso lo stesso p. Ernesto Cardenal, scomparso lo scorso 1° marzo e riabilitato dal papa un anno prima (ne abbiamo parlato Regno-att. 8,2019,237), fin dalla metà degli anni Novanta si era trasformato in uno dei critici più severi delle derive autoritarie di Ortega.

Siamo di fronte a una «criminalizzazione della protesta di grandi settori della popolazione», aveva scritto il 26 settembre 2019 la Commissione giustizia e pace dell’arcidiocesi di Managua. La stessa che il 30 giugno scorso così descriveva la grande tragedia del presente: «Decine di bare circolano per le nostre città, sepolture “lampo” nel cuore della notte, sirene di ambulanze che a ogni ora infrangono il silenzio, dolore per non aver potuto rendere il nostro omaggio di amore ai propri cari che se ne sono andati senza congedarsi». È questa la pandemia di coronavirus in Nicaragua: qualcosa da tenere nascosto a tal punto da non richiedere quarantene o misure precauzionali, neppure per i medici e il personale sanitario che rischiano la vita. L’organizzazione clandestina «Osservatorio cittadino Covid-19» a fine luglio rilevava oltre 9.000 contagi e 2.500 decessi, contro i 2.537 contagi e 116 morti ufficiali. Tanta mancanza di trasparenza, di verità, perché il regime duri per sempre. Ma è assai più probabile che finisca col dargli il colpo di grazia.

Gabriella Zucchi

Giornalista

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Share via
Copy link
Powered by Social Snap