Patrizio Bianchi: investire sulla scuola è pensare al futuro del paese

Tutti hanno lavorato per aprire la scuola, però ora tutti devono lavorare per «tenerla aperta e per renderla migliore di prima». Il governo in questi mesi «ha operato bene, pur in una situazione molto difficile». Ma la scuola non è solo il governo. «La scuola sono gli enti locali, sono le scuole intese come soggetti autonomi e sono le famiglie». Per Patrizio Bianchi, ex rettore dell’Università di Ferrara, ordinario di Economia, e durante il lockdown a capo della commissione fortemente voluta dalla ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, «bisogna dimostrare di volere investire in maniera massiccia sulla scuola perché il nostro paese è quello che in Europa ha investito di meno ed è anche quello cresciuto meno».

 

– Professore, la scuola è riuscita a reggere l’urto della pandemia?

«Guardi, quando parliamo di scuola, ci riferiamo a un corpo che ha 8 milioni di studenti, più di 1 milione costituito da personale, un altro milione formato dalle scuole paritarie e a queste cifre dobbiamo aggiungere le famiglie. Cioè parliamo di una macchina che coinvolge tutto il paese e metà della popolazione. Se parliamo di edifici scolastici, in Italia se ne contano 58.000. È quindi difficile parlare in generale “della scuola”. Diciamo che nel suo complesso, tutto il sistema delle autonomie scolastiche ha affrontato come ha potuto una situazione inedita».

 

– E con quale risultato?

«Personalmente credo che “la scuola” abbia fatto di tutto per mantenere il contatto con i ragazzi. Questo non era un fatto scontato. Non dimentichiamo che veniamo da un periodo di forti tagli alle spese pubbliche per l’educazione, veniamo da un periodo in cui mentre tutti investivano in digitalizzazione noi non abbiamo investito quasi per niente, tanto è vero che se si prendono i dati della Commissione Europea, noi siamo considerati l’ultimo paese per competenze digitali.

In questa situazione credo che gli insegnanti, nella maggioranza, abbiano veramente fatto di tutto per mantenere il contatto con gli studenti pur non essendo in presenza. Per questo credo che sia necessario tornare a una scuola in presenza, però avendo anche imparato da quello che è successo».

 

– Mancano pochi giorni alla ripresa dell’anno scolastico, è tutto pronto?

«Nell’insieme diciamo che tutti si sono messi nella condizione di poter in qualche modo affrontare al meglio questa situazione. Però nel complesso, anche vedendo il confronto con altri paesi, credo che l’Italia abbia affrontato con dignità una crisi così complessa».

 

– Si misurano le distanze, si fanno i turni per la ricreazione… cosa non può mancare alla riapertura dell’anno scolastico?

«Aver presente che la scuola non è fatta di queste cose. Ovviamente si deve tener conto delle regole sanitarie e dei distanziamenti. Ma noi veniamo da trent’anni di battaglie per l’autonomia e autonomia vuol dire aver fiducia nelle istituzioni del territorio. Non si può ridurre la scuola solamente a un problema di distanziamento, a un problema di banchi o di mascherine. C’è un problema di insegnanti e di metodi d’insegnamento, ma c’è anche un problema di continuare quelle sperimentazioni che erano state avviate con molta forza in moltissime scuole ed erano diffuse anche fuori dalla scuola.

Ci siamo concentrati molto sui problemi tecnico-sanitari, ma poco confrontati col bisogno d’avere più insegnanti, e anche più preparati, d’avere non solo più spazi, ma anche la possibilità di andare al di fuori degli spazi della scuola e quindi considerare la scuola come un corpo in movimento. Comprendo le preoccupazioni delle famiglie per le quali bisogna assolutamente garantire la sicurezza, ma la sicurezza non è soltanto un fatto fisico, è anche la sicurezza di un corpo sociale, di una scuola che deve continuare a riprendere un cammino di sperimentazione che aveva avviato ormai da molti anni. Da qui il mio richiamo all’autonomia».

 

– Gli insegnanti sono pronti a questo percorso?

«Come dicevo, i docenti in Italia sono circa 800.000; se aggiungiamo quelli nei nidi, quelli delle scuole paritarie, quelli della formazione professionale arriviamo quasi a 1 milione. Tra l’altro l’Italia ha una peculiarità: un corpo di circa 200.000 precari e la maggioranza dei docenti di ruolo ha più di 45 anni. Come si può vedere è una situazione molto articolata».

 

– Quale messaggio manderebbe agli insegnanti per l’avvio dell’anno scolastico?

«Il mio consiglio è: lavorate come avete sempre fatto in questi anni, avendo fiducia in voi e nei vostri dirigenti scolastici. Del resto dal 1997 esiste in Italia una norma sull’autonomia, non bisogna aspettare un’ordinanza da Roma. Le linee guida generali sono fondamentali, ma poi bisogna avere fiducia che i nostri insegnanti, i nostri dirigenti e gli organi collegiali – cioè le famiglie che partecipano alla vita della scuola – saranno sostanzialmente in grado d’affrontare le singole situazioni. Situazioni che non si affrontano tirando una riga e pensando che tutto sia uniforme: il nostro è un paese grande e articolato, quello che vale per le piccole scuole di montagna non può valere per quelle di città, e i problemi delle scuole superiori delle grandi aree metropolitane del Nord non sono gli stessi di quelle del Sud».

 

– Come valuta l’esperienza nella commissione voluta dalla ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, per la gestione dell’emergenza COVID-19?

«Ho un giudizio positivo del lavoro che abbiamo fatto come commissione e di tutto il percorso realizzato. Ho avuto l’opportunità di lavorare con 18 persone splendide e c’è stata un’osmosi continua con il Ministero. Avevamo il compito di presentare delle proposte al ministro per il futuro della scuola e credo che molto del lavoro che abbiamo svolto sia stato recepito».

– La relazione del Comitato di esperti però non è mai stata divulgata. Per alcuni commentatori probabilmente qualcosa di quel documento non è stato gradito all’esecutivo…

«Su questo punto vorrei evitare fraintendimenti: abbiamo lavorato per l’amministrazione e per il paese. Tutti devono aver chiaro che il Ministero e il governo si stanno muovendo su un piano strutturato, legato al rilancio dell’autonomia della scuola; pur utilizzando diversi strumenti c’è un’organicità d’azione. Dal momento che il governo ha proposto interventi per la scuola man mano, quando era certo di avere le opportune coperture finanziarie, forse si è persa la visione d’insieme del piano e la dimensione complessiva dello sforzo che è stato fatto dal paese. E ripeto dal paese. Perché la scuola non è solo il Ministero: è il ministro, il ministero, gli uffici scolastici regionali, le istituzioni scolastiche, gli insegnanti e gli studenti».

 

– Quindi le vostre proposte sono state accolte?

«Quando siamo stati chiamati come Comitato degli esperti ci sono state fatte delle domande sulla riapertura e sul futuro della scuola. Alcune nostre indicazioni sono state seguite, per esempio quella sull’aumento del numero degli insegnanti dal 10 al 15%. Però mi preme ricordare, ancora una volta, che di fronte ai grandissimi problemi del paese – e la pandemia è stata un grande problema anche perché ha messo in evidenza problemi pregressi nella scuola – è necessario creare un movimento, una grande reazione di sistema.

Non posso lamentarmi né del lavoro all’interno del Comitato che ho svolto con passione e con persone assolutamente capaci, né di quanto il Ministero ha recepito. Sostengo soltanto che occorrerebbe dare a questo sforzo una dimensione di paese: è il paese che si rimette in movimento, perché rimettendo insieme la scuola con tutte le sue difficoltà e complessità si rimette in movimento il paese».

 

 

(L’intervista a Patrizio Bianchi sarà pubblicata sul prossimo numero di Regno-Attualità).

Paolo Tomassone

Giornalista

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