Commento alle letture per la liturgia della XVII Domenica del Tempo ordinario

Is 5,1-7; Sal 80 (79); Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

L’ultima parabola ambientata in una vigna (cf. Mt 21,3-43), esige alcune letture incrociate: non solo Is 5,1-7, proposto come prima lettura dal lezionario festivo, ma anche il suo reciproco (e contrario) Is 27,2ss, il salmo 80,9ss e il Cantico dei cantici. Da questi testi emerge non solo come la vigna sia una trasparente metafora di Israele, ma anche come venga utilizzata per allegorizzarne la storia.

In tal modo si pongono i presupposti necessari a una lettura della parabola che, senza entrare nell’allegoria, faccia cogliere concordanze e differenze con la tradizione del Primo Testamento.

Abbiamo qui a che fare con un padrone – oikodespotes – e dei contadini – georgoi – che sono dei semplici fittavoli. Questo padrone è un uomo d’azione: compie in ordine rigoroso ciò che è necessario per far fruttare la vigna, poi la dà in gestione perché parte, senza che si dica per dove e per quanto tempo, attento com’è alla vigna e ad altri affari contemporaneamente.

Conviene dedicare momentaneamente un po’ della nostra attenzione al poema di Isaia (cf. 5,1-7), il cui protagonista è un «amato» (dod) – denominazione che rimanda al Cantico dei cantici e quindi fa pensare da subito a un discorso simbolico. Anch’egli compie una serie di azioni che evocano un uomo esperto. Sei verbi descrivono nel giusto ordine tutte le operazioni da lui compiute. Il settimo evoca invece un atteggiamento del cuore: egli si aspetta (la radice è qwh, del verbo «sperare») il giusto frutto. L’unica cosa invece che la vigna «fa» (il verbo è ʻśh) è produrre bü’ušim, termine di cui non si sa bene il significato. Se seguiamo il contesto «acini acerbi» è semanticamente coerente, mentre la radice della parola (b’š «puzzare») rimanderebbe a qualcosa di fetido quindi «erba fetida, maleodorante» a cui si potrebbe riconnettere anche il termine ba’ša di Gb 31,40.

Quale che sia il significato della nostra parola, che comunque indica qualcosa di ripugnante, questi versetti sono la storia di un amore tradito. Il padrone della vigna, che ha fatto tutto in prima persona, è più che deluso e decide una pesante correzione della vigna amata, abbandonandola alla desolazione: lascerà infatti crescere piante spinose e infestanti, šämîr wäšäºyit (5,6): termini rari che compaiono solo in Isaia. Del resto tutto il poema è costruito su allitterazioni, giochi di parole, termini rari e raffinati.

Nella parabola di Matteo l’attenzione non è più sulla vigna ma sui fittavoli. La vigna infatti produce quello che deve produrre, ma sono i georgoi, i «contadini», a non rispettare il contratto, anzi inscenano una vera e propria ribellione. I «contadini», ossia sacerdoti, scribi e anziani del popolo, a cui la parabola è rivolta e a cui il Signore d’Israele ha affidato il popolo/vigna, si rivelano inadempienti e omicidi.

Tuttavia, come appare da Is 27,2ss, la vigna può essere corretta duramente, ma non abbandonata del tutto. Essa resta sempre «la mia vigna» (karmi, cf Is 5,4): il padrone cambierà piuttosto i fittavoli.

Da Is 5,1-7 a Mt 21,33-43 corre la stessa domanda: mah laʻaśot?, «che cosa fare?» e ti poiesei?, «che cosa farà?»; questa domanda fa emergere la funzione del discorso parabolico. In Isaia infatti risponde il padrone della vigna: essa ha fatto (verbo ʻśh) frutti sgradevoli in contrasto con quanto egli ha fatto per lei, ed egli rovescerà le azioni iniziali. In Matteo invece la reazione dell’uditorio è immediata e diretta (v. 41): Gesù fa in modo che sacerdoti e capi del popolo dicano essi stessi quale sarà la loro sorte, perché il padrone punirà severamente i fittavoli e li sostituirà. Il padrone in ogni caso non rinuncia alla vigna, vuole solo preoccuparsi che gli venga reso il frutto dovuto.

Gesù parla certamente alla classe dirigente ebraica del suo tempo, ma il discorso riguarda anche chi governerà il popolo nel futuro. In attesa che il padrone ritorni dal suo viaggio ci sarà chi sia incaricato di ritirare il raccolto per consegnarglielo «a suo tempo» (v. 41). Bisognerà fare la dovuta attenzione a riconoscere questi servi e a rispettare il tempo, perché non è dato sapere se ce ne sarà un altro.

Stefania Monti

Biblista

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