«Le persone omosessuali hanno il diritto di essere in una famiglia. Sono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere cacciato o reso infelice per questo. Ciò che dobbiamo creare è una legge sulle unioni civili. In questo modo sono coperti legalmente. Io ho difeso questo». L’affermazione di papa Francesco contenuta nel docufilm Francesco di Evgeny Afineevsky, presentato ieri, 21 ottobre, in anteprima mondiale al Festival del cinema di Roma, nella sezione «Eventi speciali», ha naturalmente sollevato polemiche.

L’affermazione del papa non contiene novità dottrinali. Il riconoscimento delle unioni di fatto è materia civile e non ha nulla a che fare con il matrimonio sacramentale. Né papa Francesco equipara il matrimonio alle unioni. Certo i toni sono alquanto diversi da quelli espressi nella nota dottrinale della Congregazione per la dottrina della fede su: L’impegno dei cattolici nella vita politica, firmata dal prefetto card. Ratzinger nel 2003 (cf. Regno-doc. 3,2003,71).

La scelta di papa Francesco di un’opzione pastorale e non dogmatica accentua la dimensione dell’accoglienza e della misericordia, a fronte della condanna. E sul piano politico lascia maggiore libertà e responsabilità ai laici cristiani. Ma la dottrina è la stessa.

L’espressione più celebre che il papa ha usato in materia era stata pronunciata durante la conferenza stampa in aereo, il 28 luglio 2013, di ritorno dal suo primo viaggio apostolico in Brasile: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?».

Parole riprese il 26 giugno 2016, durante il viaggio di ritorno dall’Armenia: «Io ripeterò la stessa cosa – a proposito degli omosessuali – che ho detto nel primo viaggio, e ripeto anche quello che dice il Catechismo della Chiesa cattolica: che non vanno discriminati, che devono essere rispettati, accompagnati pastoralmente». In quell’occasione aveva anche chiesto perdono a nome della Chiesa: «Io credo che la Chiesa non solo debba chiedere scusa a questa persona che è gay, che ha offeso, ma deve chiedere scusa anche ai poveri, alle donne e ai bambini sfruttati nel lavoro».

L’intervento più circostanziato è quello dell’esortazione post-sinodale Amoris laetitia, del 19 marzo 2016: «Desideriamo innanzi tutto ribadire che ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione» (n. 250).

Allora: tanto rumore per nulla? Sul piano dottrinale, sì. Sul piano del metodo, no.

Affrontare un tema così delicato in un docufilm per il Festival del cinema di Roma è davvero fuori misura. Non è stata una scelta felice. Forse i collaboratori del papa che si occupano della sua comunicazione hanno immaginato che occorra usare costantemente ogni linguaggio della moderna comunicazione. Che anche la Chiesa si debba adeguare. E forse non hanno valutato adeguatamente il grado di secolarizzazione che in alcuni casi questo comporta. Il Festival del cinema ringrazia sicuramente. Ha fatto parlare di sé. Con un prodotto d’eccezione. Ma il papa? La consapevolezza spirituale che il papa ha della deriva antropologica del mondo occidentale, della sua disgregazione e che lo ha convinto a un cambio di registro pastorale tutto comporta fuorché un principio di adeguamento nel metodo dell’uso dei mezzi a quella deriva.

Papa Francesco ha dismesso i panni della sacralità della figura del pontefice, in quanto inappropriati da tempo, ma questo non significa che debba perdere quelli dell’autorità.

Dal punto di vista della comunicazione questa uscita somiglia a un nuovo pasticcio.

Gianfranco Brunelli

Direttore de “Il Regno”

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