Il 20 e 21 settembre gli elettori sono stati chiamati a decidere se confermare o meno la riforma costituzionale che prevede la riduzione dei deputati da 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200. Negli stessi giorni, oltre 18 milioni di italiani sono stati chiamanti a eleggere i consigli regionali e i presidenti di 7 regioni (Valle d’Aosta, Liguria, Veneto, Toscana, Marche, Campania e Puglia) e quasi 6 milioni a scegliere da chi farsi amministrare nei 957 comuni di residenza.

Una tornata elettorale e un referendum dunque importanti per il numero di elettori coinvolti, per il momento eccezionale nel quale si è votato, segnato dalla pandemia in corso e dalla crisi economica e per la rilevanza delle diverse poste in gioco politiche, istituzionali e anche di cultura politica.

Come sempre accade all’indomani di ogni elezione o di un referendum, l’interesse degli osservatori si è concentrato sui risultati, interpretati come un test dei rapporti di forza tra i vari partiti e quindi del successo delle strategie dei loro leader.

La conta dei voti alle elezioni regionali mostra un ulteriore arretramento del consenso ai 5 Stelle dai livelli del 2018 e le difficoltà che Salvini incontra nel tentativo di replicare i consensi delle elezioni europee del 2019. Continua invece il declino di Forza Italia e la crescita di Fratelli d’Italia anche al Nord.

Le aspettative della leadership del Partito democratico (PD) sembrano realizzate solo a metà. Rispetto ai risultati del 2015, perde solo una regione, le Marche, delle 7 nelle quali si è votato a settembre, e vede eletti suoi amministratori in più comuni rispetto a 5 anni prima. Almeno per quella fascia di comuni per i quali è identificabile il colore politico degli schieramenti e dei candidati sindaci. Quanto al referendum, il fatto che il 70% abbia confermato la decisione del Parlamento è stato addirittura salutato come un segno che si sta ricomponendo la frattura tra popolo ed élite.

Valutare il significato di una tornata elettorale guardando solo alla conta di chi ha vinto e chi ha perso espone però al rischio di trascurare l’interrogativo su come gli elettori sono arrivati alle decisioni di voto e sulla base di quali motivazioni e considerazioni. Possiamo forse intuirle osservando altri aspetti facilmente visibili di quanto accaduto il 20 e 21 settembre. In questo modo potremmo capire a che punto della nottata di antipolitica siamo arrivati.

Perché, da qualsiasi punto la si guardi, l’unicità del caso Italia nel panorama europeo sta nella comparsa di un’immane ondata di rifiuto della politica rappresentativa, dei suoi attori come i partiti e del loro ceto politico negli ultimi 10 anni. Una radicale crisi di reputazione delle due formazioni partitiche principali della Seconda repubblica, il PD e Forza Italia, che precede la comparsa dei 5 Stelle e di cui i 5 Stelle nel 2013 e poi nel 2018 hanno beneficiato, come il surfista beneficia di un’onda anomala per realizzare le sue acrobazie, ma da lui non è stata ovviamente creata. L’interrogativo è dunque questo: l’onda di antipolitica è scesa come è sceso il voto ai 5 Stelle oppure è ancora alta nonostante il loro modesto consenso in elezioni subnazionali?

Alle regionali emerge l’antipartitismo

Cominciamo allora dal voto alle regionali, partendo dalla premessa che un tratto costante degli atteggiamenti dell’antipolitica è l’antipartitismo, che si manifesta in due varianti: una radicale, secondo la quale è possibile una democrazia senza partiti; e una debole, secondo la quale i partiti tradizionali sono ormai inadeguati. Non è interessante qui distinguere i due atteggiamenti. La proposta è invece di considerare come indicatore di una bassa fiducia verso i partiti la scelta di non votare per un partito nazionale, quando il sistema elettorale e la struttura delle opzioni di voto possibili lo consente agli elettori, come per l’appunto accade alle elezioni regionali.

In questo caso l’elettore può scegliere di votare per il solo presidente e nel contempo gli viene offerta anche la possibilità d’individuare nelle molteplici liste regionali che sostengono la candidatura di un presidente la persona che conosce alla quale affidare il proprio voto di preferenza. Date queste opportunità, qual è allora l’incidenza del voto dato a un partito nazionale (PD, Forza Italia, Lega o Fratelli di Italia) sulla somma dei voti alle liste circoscrizionali delle coalizioni arrivate prima o seconda?

La tabella 1 mostra la percentuale di voto al partito nazionale più votato sul totale dei voti dati alle liste delle due coalizioni nel 2015 e nel 2020. La tendenza da parte degli elettori a votare sempre meno un partito nazionale quando hanno l’opportunità di votare altre liste della stessa coalizione è evidente. Questo accade in particolare nel caso delle coalizioni vincenti.

Inoltre il declino dell’attrattività del voto a un partito si manifesta anche tra gli elettori di centrosinistra, soprattutto nelle regioni del Sud, ma anche in Toscana. Il caso pugliese del 2013 va in controtendenza, perché nel 2020 c’è stato un forte aumento del voto a Fratelli d’Italia, che comunque si ferma a meno di 1/3 di tutti i voti di lista. Si può allora concludere che in elezioni nelle quali agli elettori viene data la libertà di decidere chi votare tra le liste dei due principali schieramenti, la strategia vincente per un partito è quella di nascondersi. Il che per l’appunto suggerisce che la reputazione dei partiti tra elettori pure disposti a votare l’uno o l’altro schieramento non sia molto alta.

Vi è anche un altro aspetto che questi dati indicano: la sfiducia verso i partiti nazionali non implica un rifiuto della competizione bipolare tra sinistra e destra. Se è così, i 5 Stelle vanno male nelle elezioni subnazionali non solo perché sono poco organizzati, ma soprattutto perché il sistema elettorale in vigore in questo tipo di elezioni bi-polarizza i comportamenti di voto. E questo riduce la loro attrattività. Un elettore infatti può trovare sempre una lista coalizionale che gli viene facile votare, mentre non è costretto a votare per i partiti nazionali.

Un effetto opposto è invece prodotto da un sistema elettorale di tipo proporzionale quale quello che il Parlamento sembra voler approvare. Un sistema proporzionale consente ai 5 Stelle di scendere in competizione con partiti che gli elettori non amano particolarmente e al contempo accreditarsi come il partito che meglio di altri dà voce agli elettori che sono a disagio con i tutti i partiti in generale.

 

Il proporzionale per assicurarsi un posto

Da questo punto di vista il sistema elettorale proporzionale rappresenta una sorta di polizza d’assicurazione sulla sopravvivenza del ceto politico pentastellato, generosamente sottoscritta dal ceto politico degli altri partiti. Questo è del resto quello che dicono anche i sondaggi condotti in questo periodo quando s’interpellano gli italiani sulle loro intenzioni di voto alle elezioni nazionali.

Per esempio, le indagini Swg svolte a ridosso del referendum e delle elezioni regionali mostrano che tra gli elettori che dicono di aver votato i 5 Stelle nel 2018 il 46% conferma di voler votare a una prossima elezione nazionale ancora questo partito. Il 15% si orienta verso un partito di centrodestra, principalmente Lega e Fratelli di Italia. Solo il 7% voterebbe il PD, e il 25 % dice d’essere indeciso o di voler astenersi. Il resto si disperde su altre opzioni di voto.

Dunque potrebbe rivelarsi un grossolano errore valutare la tenuta elettorale del Movimento 5 Stelle (M5S) solo sulla base dei suoi modesti risultati alle elezioni regionali, magari sopravvalutando l’attrattività dell’uno o dell’altro schieramento perché ci si limita a osservare quella complessiva di una coalizione fatta di tante liste e non quella specifica di uno dei partiti nazionali, quelli poi che in un sistema proporzionale saranno i suoi competitori. In sostanza è del tutto improbabile che il M5S replichi il successo del 2018. Ma, a meno di imprevisti, è da escludere una scomparsa.

Anche il profilo sociale e politico di chi ha votato «sì» al referendum sul taglio dei parlamentari, ricostruito sulla base dei dati SWG, suggerisce indirettamente che l’ondata di disaffezione verso la politica rappresentativa è lungi dall’essere esaurita.

Il quadro d’insieme è chiaro. Coerentemente con altre indagini, come quella del CISE, la scelta del «sì» è relativamente meno frequente tra i più istruiti, tende a essere moderatamente più alta tra gli elettori che si collocano a destra o votano per partiti di destra. Ma è decisamente più alta tra gli elettori che si collocano al centro della scala sinistra/destra o non si collocano affatto, e ovviamente tra gli elettori del M5S. Tutte queste caratteristiche (bassa istruzione, collocarsi al centro o non collocarsi e voto per i 5 Stelle) sono più probabili tra gli elettori disaffezionati e spesso animati da sentimenti di rifiuto dei partiti e della politica. In breve, quelli più coinvolti nell’ondata d’antipolitica di questi anni.

Va aggiunto però che, tranne per gli elettori intenzionati a votare M5S, le differenze tra il «sì» e il «no» non sono abissali. Viceversa l’unico partito che appare diviso esattamente a metà è il PD. Se a questo dato se ne aggiunge un altro, cioè le scelte fatte in occasione dei due referendum del 2016 e del 2020, emerge che il gruppo di chi ha votato «sì» nel 2016 e «no» nel 2020 riguarda 4 elettori su 10 che hanno votato PD nel 2018 e le dimensioni rimangono quasi le stesse tra chi ha votato PD alle Europee del 2019, mentre diminuiscono leggermente tra quelli che sono intenzionati oggi a votare PD (3 su 10).

Insomma, Il PD non è soltanto un partito diviso, ma al suo interno esiste una quota di elettori sensibile anche se in diminuzione che era favorevole alla riforma del 2016, ma non condivide questo modo di riformare la Costituzione. Infine, il numero di elettori del PD che hanno fatto questo tipo di scelte nei due referendum è decisamente più alto a nord di Roma che a sud della capitale. Ma anche nei partiti di destra la percentuale del «no» nel 2020 è più alta tra gli elettori che risiedono in una regione a nord di Roma.

Quali sono le motivazioni del «no»? Chi ha votato «no» è quindi vittima di una variante conservatrice dell’antipolitica perché rifiuta la scelta fatta l’8 ottobre del 2019 da quasi il 90 % dei deputati di approvare il taglio secco dei parlamentari? O forse chiede un diverso modo di procedere nelle riforme costituzionali, un diverso stile di rappresentanza politica? Non lo sappiamo. Si può solo dire che si tratta di una decisione più frequente tra chi è più istruito, quindi più interessato alla politica e tra chi risiede nelle aree più produttive del paese, ma non solo nelle «ZTL», come ancora una volta i dati SWG mostrano.

La sensazione è che né maggioranza né opposizione siano veramente interessate a capire il disagio della parte più moderna del paese ancorché minoritaria. Forse questo disinteresse è il migliore indizio di come lo Zeitgeist populista sia ormai egemone nel paese.

 

L’articolo è stato pubblicato sull’ultimo numero di Regno-Attualità.

Paolo Segatti

Sociologo

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