Commento alle letture per la liturgia della XXXII domenica del Tempo ordinario

Sap 6,12-16; Sal 63 (62); 1Ts 4,13-18; Mt 25,1-13

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Della parabola delle dieci fanciulle, che compare solo in Matteo (cf. 25,1-13) normalmente si valorizza l’aspetto nuziale, ma le dieci protagoniste non sono la sposa. Stando al rituale tradizionale, dovrebbero semplicemente accompagnarla in corteo alla casa dello sposo. Invece qui aspettano lui, senza che la sposa compaia mai. È questa la prima anomalia che si può riscontrare nel racconto, in cui non viene ripreso fedelmente il rituale delle nozze: esso viene rielaborato dal redattore in vista di un significato non direttamente nuziale.

La seconda anomalia sta nell’atmosfera notturna, con la precisazione «a mezzanotte» (meses de nuktos, v. 26, cf. Sap 18,14-15). Questo dettaglio orario, assieme al grido che erompe all’arrivo dello sposo (v. 6), al tema sottinteso del banchetto, al motivo della porta chiusa (v. 10) e al numero dieci (v. 1), quorum minimo per la Habura ovvero il gruppo amicale che può consumare l’agnello, e infine il fatto che tutte le fanciulle si assopiscano e si addormentino (v. 5) – anche questo un particolare previsto nella casuistica rituale della cena pasquale – tutti questi elementi riportano la nostra parabola nell’ambito delle idee giudaiche dell’epoca circa l’attesa messianica. Il Messia infatti verrà di notte e di Pasqua (Strobel e Le Déaut).

La parabola inizia comunque con una prolessi narrativa, in qualche modo anticipando la conclusione giudiziale, allorché ci dice (v. 2) che delle dieci fanciulle cinque sono stolte (morai) e cinque sagge (phronimoi). In questo modo si ripropone anche il topos veterotestamentario del contrasto tra la signora Sapienza e madama Follia, che si affrontano direttamente in Pr 9,1-18. Il modello delle fanciulle sapienti rimane comunque la donna matura di Pr 31,1ss, che non fa mai mancare olio alla sua lampada (cf. Pr 31,18).

Il rito nuziale è dunque sovvertito, e lo sposo non pare impaziente di raggiungere la sposa. Le fanciulle hanno con sé delle lampade, che sono in realtà come torce da alimentare (cf. Jeremias); sarebbe perciò buona cosa avere dell’olio per tenerle accese.

All’inizio si dice che solo le fanciulle sagge – in realtà sarebbero sagge in quanto «previdenti» – se lo sono portato (v. 4), anzi pare che proprio l’olio sia l’elemento discriminante tra saggezza e stoltezza. Il perché si capisce: dove si può trovare dell’olio in piena notte? Quale venditore sarà disponibile ad aprire bottega? La ricerca dell’olio si preannuncia lunga e laboriosa. E, purtroppo, non è più il momento della solidarietà (vv. 8-9) o della carità che, come si capirà da Mt 25,31ss, va semmai messa in opera a tempo opportuno. Quasi contravvenendo alla legge fondamentale della carità, manca totalmente un accenno a una qualunque disponibilità da parte delle fanciulle sagge verso le compagne.

Il problema, a questo punto, non è scoprire quale sia il significato allegorico dell’olio – tema caro a molta predicazione –, perché, pur avendolo trovato, per le cinque fanciulle stolte la porta resta chiusa. Anzi, la risposta dello sposo è di singolare durezza: ouk oida umas, «non vi riconosco» (v. 12).

Il problema fondamentale è invece riconoscere il tempo e regolarsi di conseguenza sia per la solidarietà sia per l’olio.

Nel tempo dilatato dell’attesa si può capire che qualcuno si addormenti. L’essenziale è non perdere il momento dell’incontro: chi si alza e se ne va a cercare olio o altro perde la grande occasione, il kairos – per usare un termine che pur non appartiene a Matteo.

L’invito a vegliare non è un invito all’ascesi, ma all’attenzione per non perdere quel certo momento. Il giorno e l’ora ci saranno, ma nessuno sa quando, anzi solo il Padre lo conosce (cf. At 1,7). L’attesa, certo, si prolunga e la tentazione, semmai, è quella di andarsene.

È necessario invece perseverare restando dove si è chiamati a essere, attenti e sempre pronti all’incontro decisivo. E poiché lo sposo non ha alcuna fretta di arrivare e noi tutti, oltre che dal sonno, siamo gravati dal peso di un tempo difficile, può essere d’aiuto ricordare uno dei punti della confessione di fede secondo Maimonide: «Io credo con fede compiuta (šlema) nella venuta del Messia, e anche se tarda, tuttavia attendo ogni giorno la sua venuta».

Stefania Monti

Biblista

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