5 minuti con… Massimo Faggioli – Se ne va Trump, ma la Chiesa resta divisa

Quella negli Stati Uniti «è una chiesa che sta reagendo in modi diversi e che continuerà credo a essere spaccata sulla questione politica specialmente con un presidente cattolico», come Joe Biden. Ne abbiamo parlato, al termine delle elezioni presidenziali, con Massimo Faggioli, professore ordinario del dipartimento di teologia e studi religiosi dell’Università di Villanova (Filadelfia). 

Professor Faggioli, la suspense elettorale non è una novità negli Stati Uniti e anche questa volta non sono mancati i colpi di scena. Prima di commentare il voto le chiedo un giudizio su queste elezioni presidenziali.

«È stata un’elezione molto particolare per vari motivi. Il primo è ovviamente quello della pandemia che ha richiesto dei meccanismi di voto più lunghi nel tempo, per posta. Ma poi anche per la presenza di Trump che ha continuato ad avere, sia nel corso della campagna elettorale sia durante l’elezione stessa, un comportamento imprevedibile ed irresponsabile che ha messo a dura prova il sistema democratico degli Stati Uniti e ha creato un clima abbastanza particolare di incertezza su come si sarebbero svolti i conteggi e la transizione».

 

Quattro anni fa i social network sono stati accusati di aver contribuito alla diffusione di messaggi falsi e ingigantiti, favorendo così un candidato ai danni dell’altro. È acqua passata? È cambiato il ruolo dei media nell’analisi e nel commento di queste elezioni?

«È cambiato nel senso che ci sono stati alcuni episodi, per la prima volta, di controllo della veridicità delle affermazioni fatte dal presidente e di una vera e propria censura quando si è capito che Trump stava mentendo alla popolazione e al mondo intero nel momento del conteggio dei voti. Questo è senza precedenti. Dall’altra parte pare che il diffondersi di teorie cospirative e delle notizie false attraverso i social media non sia diminuito. Ci sono più controlli rispetto a quattro anni fa, ma anche più propensione a diffonderle e a condividerle».

 

Dopo il 3 novembre comincia l’era di Joe Biden e di Kamala Harris. Chi sta esultando in queste ore in America?

«Esultano specialmente quelli che temevano per la tenuta del sistema democratico. A oggi, 10 novembre, non è chiaro in che situazione il presidente uscente se ne andrà, perché a una settimana del voto non ha ancora riconosciuto la legittimità del risultato e non ha ancora parlato con il nuovo presidente eletto. Questa è una cosa senza precedenti. Quindi chi ha esultato è perché ha visto che il popolo americano ha votato in grande massa, con grande disciplina e dedizione, in moltissimi casi sottoponendosi a ore e ore in coda. Il Partito democratico esulta ma è già alle prese con il problema della divisione delle spoglie perché ci sono almeno due anime dentro il partito, quella moderata di Biden e quella più radical-progressista dei deputati più giovani. È una situazione ancora molto incerta anche perché il risultato dipenderà molto dalle elezioni che si dovranno svolgere per uno ‘spareggio’ per due seggi senatoriali della Georgia, che potrebbero ribaltare la maggioranza nel Senato che è essenziale per il presidente per governare. È una situazione ancora molto fluida».

 

Donald Trump, prima o poi, dovrà lasciare la Casa Bianca. Tramonterà anche il “trumpismo” negli Stati Uniti?

«Il candidato Trump ha perso le elezioni. Io credo che il “trumpismo” rimarrà e prenderà nuovi nomi e assumerà altre figure. Credo che si sia radicato nel Paese perché ha dato voce a quella specie di vandea antirivoluzionaria che reagisce contro il dibattito sul razzismo negli Stati Uniti e contro l’agenda per la parità dei diritti degli omosessuali. Una vandea abbastanza ben radicata nelle aree rurali in certi Stati e in certi strati sociali. Rimarrà sia nel Paese che nella Chiesa. Perché nella Chiesa cattolica, negli ultimi quattro anni si è sviluppato un movimento di adesione al “trumpismo”, in modo più o meno esaltato e strumentale ma che si è attaccato a Trump come a mons. Viganò e a quelli che attaccano papa Francesco su ogni questione. Quindi non credo che ci sia da convincersi che questa elezione abbia risolto il problema: ha solo rimosso il simbolo più importante e più pericoloso di quell’anima americana che però non verrà spazzata via dal voto».

 

Joe Biden è un cattolico, ma negli USA i cattolici sono molto divisi. Il presidente della Conferenza dei vescovi cattolici, mons. Gomez, ha firmato una nota nella quale riconosce Biden come nuovo presidente degli Stati Uniti e ne saluta la legittima elezione. Come deve essere interpretato questo messaggio?

«Il voto cattolico negli Stati Uniti si è sempre spaccato in due metà, specialmente negli ultimi due decenni, due metà al tempo stesso divise tra identità etniche. I cattolici bianchi tendono a votare in maggioranza per il candidato repubblicano, come è successo nelle tornate precedenti e anche questa volta. Mentre i cattolici non bianchi tendono a votare in grandissima maggioranza per il candidato democratico. È una Chiesa spaccata non solo in due metà tra i due partiti, ma anche per culture e background etnico, specialmente nel momento in cui il messaggio del presidente Trump sulla razza e sul razzismo era diventato così centrale. I vescovi sanno benissimo che hanno a che fare con una Chiesa divisa, sono molto cauti nel congratularsi o festeggiare. Infatti il messaggio del presidente Gomez è equilibrato, ma altri messaggi di vescovi, nel congratularsi, non fanno mai il nome di Biden o di Kamala Harris; altri vescovi americani sui social media hanno addirittura accusato Joe Biden di non essere cattolico. È una chiesa che sta reagendo in modi diversi e che continuerà credo a essere spaccata sulla questione politica specialmente con un presidente cattolico».

Paolo Tomassone

Giornalista

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