Commento alle letture per la liturgia della Solennità di Cristo Re

Ez 34,11-12.15-17; Sal 23 (22); 1Cor 15,20-26.28; Mt 25,31-46

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Una parola apparentemente insignificante – «quando», un avverbio di tempo – tiene uniti i cc. 24 e 25 di Matteo comparendo otto volte. Tre sono affermative (otan, 24,15.33 e 25,31), una è interrogativa indiretta (24,3), cinque interrogative dirette (pote, 25,37.38.39.44) con il parallelo tote, «allora», ai vv. 31b.34.41.44b.45). Abbiamo così un testo che appare in qualche modo unitario e simmetrico, almeno per quanto attiene a Mt 25,31-46, alla luce di un tempo imprecisato e metastorico (cf. 24,36).

          Il primo «quando» è interrogativo indiretto (24,3), ed è quello che tocca tutti perché riguarda il momento decisivo della storia, ovvero il suo esito. Qui è riferito alla fine di una città che rappresenta tutto un popolo e le sue vicende: dopo l’annuncio della distruzione di Gerusalemme, pare naturale ai discepoli chiedere «quando», perché la fine della città è equiparabile alla fine del loro mondo o, quantomeno, ne è come un segno. Gesù però non dà una risposta diretta, elenca altri segni, esorta al discernimento e alla perseveranza, evoca il diluvio.

          Al c. 25, dopo la parabola delle fanciulle e quella dei servi che esplicitano il come si deve perseverare e aspettare, si torna a questo tema della fine e del giudizio in maniera esplicita e in forma allargata: non più solo Gerusalemme, ma «tutti i popoli» (panta ta ethne, v. 32).

          Un «quando» affermativo (25,31) introduce un lungo racconto metaforico dai tratti apocalittici. La scena, come si vede, è imponente e ha come protagonista un re pastore, personaggio familiare all’immaginario del Vicino Oriente antico, perché autorevole e capace di prendersi cura, di avere polso e sollecitudine. L’aspetto amorevole e sollecito è confermato da Ez 34.11ss.

          L’autorevolezza in questo caso è quella del giudizio che non è possibile emettere nel corso della storia, in cui grano e zizzania devono crescere insieme (cf. Mt 13,26ss). Tutto si decide alla mietitura che avverrà a suo tempo, secondo la formula salmodica (cf. Sal 1,3).

          La sentenza per i benedetti comporta un «perché» implicito (v. 35 – che però compare nella nostra traduzione), espresso in greco con gar, «infatti», con valore dichiarativo-causale (cf. anche v. 42). Essi avranno in eredità «il regno preparato», conforme a un piano insito già nel progetto della creazione. I benedetti hanno avuto cura del re con sei gesti che andavano incontro alle necessità elementari, stabilendo così il primato dell’ortoprassi rispetto all’ortodossia, primato che è molto caro al mondo giudeocristiano, come conferma la lettera di Giacomo (2,14ss).

          Il re non chiede e non premia chissà quale altezza di spiritualità, ma guarda alla seconda tavola del patto, alla legge regale di Lv 19,18, confermata da Mt 19,19 e da Gc 2,8. Rispetto a essa «tutto il resto è commento», secondo il detto di rabbi Aqiba. La creazione, che nasce dall’amore, tende dunque all’amore crescendo in esso, e vi trova il suo compimento e il suo premio.

          Il «quando» interrogativo dei benedetti (35,38-39) – e parallelamente quello dei maledetti – ha tutto il tono dello stupore di chi è sorpreso. Quasi direbbero: «Per così poco!». In realtà non è questione di poco o tanto, è che hanno visto senza vedere. Hanno visto, senza vederlo, il Re nei suoi servi affamati e laceri, così come costoro, trovando conforto in una persona qualunque che si è presa cura di loro, forse hanno intravisto in lei il volto di un Re magnanimo e provvidente.

          Nella cura del povero si crea un circolo virtuoso che travalica la semplice cronaca del gesto, riportandolo al suo fondamento che sussiste fin dal principio (25,34). Che chi lo compie ne sia ignaro non ha molta importanza, così come non ne ha il suo contrario: chi non è andato incontro ai bisogni elementari dell’altro si è tagliato fuori da un disegno che supera di gran lunga il gesto. Non ha visto, ma neppure ha svelato il volto che è nascosto in lui.

          Perché è vero che si deve vedere il Kyrios nel povero, ma è altrettanto vero che il povero deve vedere il Kyrios nascosto nelle sembianze di chi lo soccorre. Quandanche questi fosse un non credente (ma ricordiamo, per inciso, che all’epoca non esistevano non credenti come li conosciamo oggi), di fatto si rende partecipe del progetto che sussiste apo kataboles kosmou (v. 34).

Stefania Monti

Biblista

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