Violenza contro le donne: la dis-educazione dei giovani cattolici

Ogni 25 novembre, ormai da qualche anno, condivido un pezzettino della mia storia – gesto che paradossalmente è sempre un po’ violento perché pone gli altri davanti a un nudo. Lo faccio non perché la mia storia sia particolarmente grave, anzi è una tra le tante, ma perché intercetta un mondo che troppo spesso si crede al sicuro dall’esercizio della violenza di genere: quello cattolico. Sessismo tra i cattolici? forse. Violenza? per carità!

Eppure cattolici erano tutti i “miei” uomini, quelli con cui almeno per un attimo ho immaginato il mio futuro, e per cattolici non intendo d’etichetta, intendo credenti praticanti, stimati nelle loro parrocchie, assidui frequentatori di iniziative di pastorale giovanile, talvolta ex seminaristi. È con loro – non con tutti – che io ho fatto esperienza di quella che con il tempo ho imparato a chiamare “violenza” senza il timore di sembrare esagerata: ricevere domande morbose cui non volevo rispondere, giudizi colpevolizzanti «in nome della verità», commenti su trucco e vestiario, dover cancellare foto dai social, rendere conto delle mie frequentazioni, dover sempre scendere io a compromessi, dover dire “no” due volte, dover giustificare ogni “sì”.

 

Il potere, un argomento tabù

In realtà ho voluto molto bene agli uomini che si confondono tra queste righe. Parlare di violenza, ancora oggi mi fa sentire in colpa verso di loro, perché sono tutte persone che ho profondamente tentato di comprendere, e perciò so che davvero non sapevano, non capivano, non volevano. Uso il plurale apposta, facendo evidentemente di tutta l’erba un fascio, per proteggerne alcuni più di altri. Ma questa non è una vendetta, per nessuno di loro. Io sono arrabbiata con altri. La mia rabbia è per ambienti cattolici che non tematizzano affatto la violenza, anzi si compiacciono che il moralismo dissuada i loro figli dall’alzare le mani, fingendo che non li induca invece a sciogliere la lingua con altrettanta cattiveria. D’altronde la violenza continuerà a strisciare subdola finché non si ammetterà, fin nella considerazione del ministero ordinato, che il potere anche quando è declinato come servizio resta sempre in sé violento, perché impone una presenza. La mancanza di un’onesta riflessione sul potere dei ministri (tutti maschi) implica e segnala spesso la loro ingenuità su cosa sia la violenza di genere, ingenuità che infatti si riverbera anche sui laici, inesorabilmente.

 

Soffocare di pastorale vocazionale

Ma il mio j’accuse più grande è rivolto a una pastorale giovanile che ancora insiste sulla vocazione come definizione di sé rispetto all’altro sesso, specialmente per le donne per le quali la maternità sembra ancora l’unica via, o nel matrimonio o nella consacrazione. Troppe mie coetanee, nate negli anni ‘90, stanno toccando i trent’anni con l’angoscia di dover ancora attendere la propria realizzazione in una coppia: mai la vocazione è stata declinata per loro in termini, per esempio, professionali, perché ancora si fatica a pensare realmente al laicato come via percorribile di vita cristiana fuori dal matrimonio. “Solo” il battesimo pare troppo poco per dire di aver scelto una strada? Il mio j’accuse è per l’attenzione ossessiva, nella catechesi, nella predicazione e nell’accompagnamento spirituale, a un pezzo del corpo delle donne: la gravidanza in potenza delle adolescenti, la gestione della sessualità di coppia che ci si aspetta (solo) da loro, la gravidanza “da non perdere” delle giovani cui costantemente si cita l’orologio biologico, la gravidanza unico motivo di reverenza dovuta, a noi miracolose creature da proteggere sotto una campana di vetro. Siamo sempre madri madri madri madri madri, di bambini, di fidanzati e di mariti, e come madri dobbiamo: stare in un ruolo, dare regole, essere impeccabili, fare da puntello. Questo è un giogo solo pesante, qui non c’è buona notizia. Qualcuno, pur con le migliori intenzioni, mi ci ha schiacciato più volte.

Il 25 novembre io ho solo rabbia, con cui ripenso a uomini che in verità ho amato. È per loro che vorrei Chiese più consapevoli delle responsabilità che hanno nel contenimento della violenza di genere. Vorrei che i cattolici maschi, preti e laici, potessero ragionare sui loro ruoli di potere e sulla loro maschilità prima che sull’altrui femminilità. E vorrei, soprattutto e per tutti, una pastorale vocazionale liberante. Che poi sarebbe una pastorale evangelica.

 

Questo post è stato pubblicato su Il Regno delle donne

Alice Bianchi

Teologa

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