L’attuale dibattito pubblico in Italia riguardante i temi economico-finanziari è rivolto prioritariamente alla Legge di bilancio per il 2021 e alle misure per contrastare la crisi derivante dalla pandemia da COVID-19 (leggi anche qui); secondariamente i contributi e le discussioni si rivolgono all’utilizzo del Recovery Fund e dei fondi Next Generation EU messi a disposizione dall’Unione Europea (qui sul ruolo dell’Europa); in terzo luogo si presentano tesi e opinioni sulle diverse situazioni in cui versano alcune aziende italiane. Tale ultima questione attiene al rapporto tra pubblico e privato e al ruolo dello stato (del «pubblico» in senso lato) nei confronti dell’economia e delle imprese in particolare.

Vi sono state fasi diverse nel Dopoguerra, a iniziare dalla ricostruzione e dalle prime politiche economiche dei primi governi democratici, quando l’Italia scelse di stare nel campo occidentale e atlantico delle democrazie liberali e d’avviare il progetto europeo. Scegliemmo il sistema capitalistico e non quello collettivistico, ma inserito in un’economia sociale di mercato e non strettamente liberista, che ha garantito nel contempo il boom economico e un sistema di protezione sociale.

Successivamente la stagione del centro-sinistra degli anni Sessanta portò un ruolo maggiormente protagonista dello stato con nazionalizzazioni di settori e imprese e interventi consistenti dello stato come investitore. Negli anni Settanta alcuni eventi esterni (forte aumento del prezzo del petrolio, fine del sistema monetario internazionale) e interni (brevissima vita media dei governi di coalizione, terrorismo) causarono uno shock al sistema italiano e la risposta politica fu l’ampliamento della presenza dello stato con un carico sul bilancio pubblico e il dilagare dell’impresa pubblica.

Negli anni Ottanta mentre l’economia era in ripresa, il debito pubblico esplodeva e l’inflazione s’aggravava, e al contempo emergevano le carenze del mercato italiano, la ridotta concorrenza (nei servizi, nelle professioni, nella distribuzione commerciale), la produttività calante, e la differenza con le politiche liberiste e le privatizzazioni che si affermavano nel Regno Unito e negli USA.

Gli anni Novanta iniziarono con alcune rilevanti novità, la Legge sulla concorrenza che istituiva l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, la riforma della Legge bancaria e la stagione delle privatizzazioni, ma anche, nel 1992, con l’adesione al Trattato di Maastricht, con la stagione di «Mani pulite» e della crisi della Prima repubblica, con la fine del sistema monetario europeo e con una crisi finanziaria violentissima.

Si cominciò a mettere in discussione il ruolo dello stato nell’economia con lo slogan «meno stato più mercato» e in Italia s’avviò un’ondata di privatizzazioni generalizzate. Uno studio della Banca d’Italia (B. Bortolotti, P. Pinotti, Frammentazione politica e riforme strutturali: il caso delle privatizzazioni, «Temi di discussione» n. 663, 2008) evidenzia come la stagione delle privatizzazioni in 21 paesi industrializzati è iniziata nel 1977 con la British Petroleum, ha avuto il suo picco nel 1999 e poi si è andata attenuando, individuandone la causa nella frammentazione politica.

 

Dare criteri al dibattito

Un’imponente serie di dismissioni di società pubbliche in 15 anni ha visto passare di mano banche pubbliche, INA Assicurazioni, parte di ENEL, di Finmeccanica e di ENI, Società autostrade, Telecom, diverse società di gestione aeroportuale, l’Ente tabacchi italiani, l’intero polo alimentare e tutta la siderurgia. Il sistema regolatorio nel frattempo è stato strutturato, anche tramite le autorità (oltre a quella per la concorrenza e il mercato, quella di regolazione dei trasporti, quella delle comunicazioni, quella per l’energia, il gas e i rifiuti, la CONSOB) ma tale sistema non è stato potenziato in misura corrispondente all’allargamento degli ambiti economici e finanziari.

La Commissione Europea, nel frattempo, ha dimostrato di riuscire ad affrontare le nuove problematiche della tutela della concorrenza e dei consumatori nell’ampliamento smisurato dei mercati e del crescente potere delle multinazionali. In questo contesto si può oggi dire che alcune privatizzazioni hanno avuto un esito positivo, ad esempio nel caso di Finmeccanica; altre invece no, nel caso di Telecom.

Oggi lo stato, tramite il Ministero dell’economia e delle finanze, detiene partecipazioni di controllo in società quotate, quali Monte dei Paschi di Siena, ENAV, ENEL, ENI, Leonardo, Poste italiane; in società con strumenti finanziari quotati quali Ferrovie dello stato e RAI; altre in società non quotate e alcune di queste svolgono attività e servizi per conto di rami della pubblica amministrazione. Altre importanti partecipazioni di controllo sono gestite da Cassa depositi e prestiti: Fincantieri, Terna, SNAM, Ansaldo energia, SACE, e altre ancora di minoranza.

Vi sono poi le società e gli organismi della galassia degli enti locali, quelle strumentali (cioè che svolgono attività prevalentemente per conto degli enti) e quelle di erogazione di servizi pubblici (tra le quali le multiutilities) quali trasporti pubblici, gas, acqua, gestione rifiuti. La Relazione 2018 della Corte dei conti contava 7.090 organismi partecipati. Infine le società pubbliche e le multiutilities rappresentano all’incirca il 30% dell’intera capitalizzazione di Borsa italiana.

Da un paio d’anni, da quando sono emersi gravi situazioni di crisi di aziende, si è avviato ed è in corso un dibattito sul ruolo dello stato in economia, senza però individuare criteri e linee guida. Con la crisi dell’acciaio e dell’ILVA di Taranto si è tentato di venderla, ma poi il gruppo indiano che si era aggiudicato la società si è ritirato e ora c’è chi invoca lo stato azionista.

Con la crisi perenne della compagnia aerea Alitalia e ormai senza più privati interessati a rilevarla, oggi c’è lo stato pronto a diventare imprenditore nel settore delle linee aeree. Con la crisi di una banca sistemica, il Monte dei Paschi di Siena, lo stato è entrato nel capitale con il 68% per salvarla. Con il crollo del ponte Morandi di Genova è ora in discussione la revoca della concessione autostradale ad ASPI e la gestione diretta dello stato o, in alternativa, la sua acquisizione da parte della holding Atlantia da parte di Cassa depositi e prestiti, ma insieme a fondi internazionali in quota di maggioranza.

La grave crisi economica attuale e la difficoltà in cui versano aziende e interi settori stanno spingendo molti a ipotizzare un nuovo massiccio intervento pubblico nell’economia in sostituzione del privato. Con la crisi attuale si manifestano alcune debolezze strutturali di molte imprese italiane: la presenza di imprese troppo piccole, poco capitalizzate e molto dipendenti dal finanziamento bancario, è ancora largamente diffusa. La rapidità e la profondità della crisi porta velocemente in situazione critica queste imprese e il sistema bancario è chiamato a decidere quali di queste sono meritevoli di credito.

Nel frattempo, nel mese di ottobre, il totale delle somme depositate dagli italiani nei conti correnti bancari ha superato i 1.600 miliardi di euro, più o meno l’equivalente del nostro PIL per l’anno in corso.

 

Stato? Sì, ma…

Prima di schierarsi tra i sostenitori dell’intervento pubblico o privato, occorre analizzare e riflettere bene, dando così vita a una strategia. In primo luogo, come la crisi attuale dimostra, va accelerato il processo di maggiore autonomia delle imprese italiane dal sistema bancario, favorendo invece una finanza a supporto della crescita delle imprese e della loro capacità sia di operare sui mercati internazionali sia di resistere agli shock esterni, allocando meglio l’enorme massa di risparmio privato.

In secondo luogo va valutato, prima d’attivarlo, se sia necessario o meno un intervento dello stato; così, in assenza di privati interessati, va studiato se il settore dell’acciaio è strategico per il sistema economico italiano; stesso discorso per il settore dei voli aerei. Se il settore è strategico, lo stato può investire in vista di un interesse generale, elaborando piani industriali credibili e realistici, viceversa è meglio destinare le risorse alla riconversione delle persone che perdono il lavoro, accompagnandole verso altri operatori o altri settori o verso quelle altre competenze richieste dalle imprese e che non sono attualmente reperibili sul mercato del lavoro. La presenza dello stato nel capitale di queste imprese dovrebbe avere possibilmente un limite temporale, in attesa di una collocazione nel privato.

In terzo luogo, è sempre meglio potenziare il ruolo dello stato quale attento regolatore dei mercati, facendo sì che questi funzionino al meglio per evitare tutto ciò che limita la concorrenza, posizioni dominanti o barriere all’entrata. Dove lo stato ha un ruolo strategico, ad esempio nelle Reti o nella Difesa, la posizione va consolidata; dove invece lo stato può cedere il passo all’ingresso del privato, occorre selezionare correttamente soggetti industriali ben posizionati sui mercati internazionali e con solidi piani anziché preferire soggetti meramente finanziari privi di piani industriali di lungo termine.

Va sicuramente meglio definito il ruolo di Cassa depositi e prestiti, che va visto come il fondo sovrano italiano, capace di gestire un asset, il risparmio privato, tra i più importanti del mondo e finalizzarlo a una strategia di crescita economica; non va invece utilizzata quale holding generalista di partecipazioni pubbliche.

Una forte iniziativa di politica industriale, una opportunità a cui non mancare in questo momento di crisi e discontinuità, può mirare a favorire la crescita dimensionale, tramite aggregazioni ed acquisizioni, in quei settori e nicchie dove le piccole e medie imprese italiane sono tradizionalmente presenti ma ancora con dimensioni insufficienti. Potranno così svilupparsi nuove multinazionali tascabili, in grado di presidiare meglio i mercati internazionali, di far crescere l’occupazione di qualità, di trovarsi preparate ai futuri shock che – ormai lo abbiamo imparato dalla storia – il futuro ci riserva.

 

L’articolo è stato pubblicato su Regno-Attualità.

Carlo Battistini

Consulente finanziario

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