L’elezione di Joseph R. Biden junior a 46° presidente degli Stati Uniti rappresenta un’importante occasione di cambiamento della politica americana e delle relazioni atlantiche. Nel «discorso della vittoria» che ha rivolto alla nazione il presidente eletto ha sottolineato che «il rifiuto della collaborazione reciproca tra democratici e repubblicani è… una decisione. È una nostra scelta. E come decidiamo di non collaborare, così possiamo anche decidere di collaborare».

Fare questa scelta di collaborazione non sarà facile né per gli uni né per gli altri. Le differenze tra gli elettorati che i due maggiori partiti politici statunitensi rappresentano sono strutturali. Metterli insieme comporterà significative concessioni. Per di più, tali concessioni non sono alla pari, perché le differenze che intersecano la società americana non sono equamente bilanciate. E il brutto è che è venuta meno la fiducia, il che significa che nessuno ha voglia di fare concessioni per primo. Biden può essere quello che guida il processo, ma è probabile che né i democratici né i repubblicani lo seguiranno senza avere una chiara visione di dove stanno andando e un forte incentivo ad andarci.

Il dato di una divisione strutturale tra democratici e repubblicani è riscontrabile nei risultati elettorali. Si consideri quanto è accaduto nello stato dell’Ohio, il cui comportamento elettorale riflette solitamente quello di tutto il paese. Biden ha vinto in tutte e 6 le contee nelle quali il numero di voti era superiore a 190.000; ha conquistato le 2 più vaste con un margine di oltre il 30%.

 

Divisioni strutturali

L’avversario di Biden, il presidente uscente Donald J. Trump, ha vinto in 82 delle 83 contee restanti. Spesso Trump ha fatto sue queste contee più piccole con margini più ampi del 30% e in qualche caso con margini superiori al 60%. Il risultato è stato che Trump è riuscito a vincere in Ohio anche se ha perduto la presidenza (l’ultima volta che i cittadini dell’Ohio non avevano scelto il vincitore delle presidenziali era stata quando Richard Nixon era stato sconfitto da John F. Kennedy, nel 1960).

Questo modello si ripete lungo tutto il paese. Naturalmente i democratici pescano un po’ di voti nelle aree rurali, così come i repubblicani pescano voti nelle aree urbane più densamente popolate.

Il terreno di scontro fra i due partiti è quello suburbano, dove vive la maggior parte degli americani. Le aree suburbane riflettono tanto le caratteristiche urbane quanto quelle rurali, e tendono ad accogliere sia quelli che lasciano la città, sia quelli che provengono dalle campagne. In questo senso, l’area suburbana riflette un miscuglio di prospettive. Ma il focus geografico dei due partiti rimane distinto. I sondaggi del Pew Research Center mostrano che la schiacciante maggioranza degli elettori repubblicani o vicini ai repubblicani che vivono nelle aree suburbane tendono a condividere i valori rurali; gli elettori democratici delle stesse aree sono più inclini a condividere i valori urbani. Queste associazioni geografiche sono correlate anche ad altre caratteristiche.

Secondo il Census Bureau (Ufficio per il censimento), le comunità rurali del Midwest e delle Grandi pianure – che sono roccaforti repubblicane – tendono ad avere un reddito medio familiare più basso, un minore livello d’istruzione e una maggiore incidenza di famiglie composte da coppie eterosessuali. Queste aree rurali tendono a essere più omogenee  – e più bianche – sul piano etnico rispetto a quelle urbane. E i dati del Pew lasciano intendere che molte di queste comunità rurali hanno forti legami con le Chiese cristiane evangelicali, in particolare negli stati più meridionali. Dunque non c’è da sorprendersi che gli exit poll dicano che i gruppi demografici così caratterizzati hanno votato in grande maggioranza per il presidente uscente (ne abbiamo parlato anche qui).

Per contro, il voto per Biden e per gli altri candidati democratici proviene da gruppi differenti. Vivono per lo più nelle aree urbane, tendono a coprire l’intero spettro del reddito familiare – dai più poveri alle fasce superiori del ceto medio –, molti hanno titoli di studio elevati, provengono da famiglie miste e dal punto di vista etnico rappresentano un gruppo di persone più vario. Molti elettori democratici sono religiosi e molti appartengono alle Chiese evangelicali, ma difficilmente fanno parte delle principali comunità evangelicali del sud del paese (qui il parere dei vescovi).

 

La razza e il progresso

Questa differenza tra l’America repubblicana e l’America democratica è ben nota, ma ne sono spesso fraintese le implicazioni. L’errore consiste nel presumere che ciò che motiva questi gruppi sia la visione soggiacente della composizione razziale dell’America. È una visione distinta, e sia i democratici sia i repubblicani immaginano comunità differenti.

Inoltre, è facile trovare le prove del fatto che il razzismo è presente in America e del fatto che gli Stati Uniti sono la patria di un pericoloso movimento per la supremazia dei bianchi. È un fatto assodato che i suprematisti bianchi votano repubblicano e che Trump spesso li corteggi perché facciano parte della sua base elettorale.

Nella politica americana la razza è un dato tipico, ma secondo la maggior parte degli americani è anche una questione che va affrontata. Nel giugno 2020, il 60% degli americani ha sostenuto il movimento Black Lives Matter, compreso il 37% di quelli che si autodefiniscono repubblicani o vicini ai repubblicani. Tale sostegno è evaporato lungo l’estate anche per l’intensa politicizzazione delle proteste che erano sorte a causa del trattamento dei neri americani da parte della polizia. Ma esso non è scomparso perché gli americani si sono improvvisamente ricordati di essere razzisti; si è disperso perché i repubblicani e i democratici hanno una percezione molto diversa dello stato americano.

I democratici credono che lo stato giochi un ruolo importante nella costruzione di «una più perfetta unione» all’interno della società americana. Essere «progressisti», nella politica americana, corrisponde a questa ricerca della perfezione, basata sul riconoscimento, sia pure a malincuore, del carattere indispensabile dei servizi pubblici. Sotto molti aspetti, si tratta di una visione prettamente urbana dell’organizzazione della società. La vita comunitaria è incentrata su scuole e ospedali; dipende strettamente dalla pulizia delle strade, dalla raccolta dei rifiuti e dal trattamento delle acque, e deve trovare un compromesso fra il trasporto pubblico e il traffico congestionato.

I progressisti americani non sono socialisti in nessun modo riconoscibile dai loro partner europei, ma sono profondamente consapevoli del costo che viene imposto a una famiglia-tipo dall’erogazione privata dei pubblici servizi, cosicché hanno gradualmente fatto propria l’idea che tali servizi debbano essere pagati attraverso le imposte.

La comunità afroamericana o nera all’interno del Partito democratico assume questa idea di un ruolo significativo dello stato in senso ulteriore, fino a comprendere la tutela dei diritti delle minoranze. Per i neri americani, lo stato è il solo soggetto abbastanza potente da respingere una forma particolarmente virulenta di razzismo istituzionalizzato che risale all’introduzione della schiavitù nel continente americano.

Il «1619 Project» organizzato lo scorso anno dal New York Times Magazine costituisce un’analisi assai ben costruita su quanto tale genere di razzismo istituzionalizzato sia distruttivo per l’insieme della società americana. Tale analisi non riguarda la buona volontà dello stato; all’opposto, è un grande atto d’accusa contro le carenze dello stato, ai limiti della cattiva volontà. Ma è anche un’analisi sulla redenzione. Lo stato può essere redento attraverso l’attivismo politico, e la società americana può essere liberata dall’eredità istituzionale della schiavitù attraverso l’intervento statale.

Neppure questa visione di uno stato interventista è socialista. Al contrario, protegge un’espressione americana della parità sociale che precede di molto il movimento socialista moderno. Come ha ben mostrato Desmond King, studioso di Scienze politiche di Oxford, l’intervento dello stato ha giocato un ruolo cruciale rispetto alla capacità americana di costruire un moderno movimento per i diritti civili; laddove l’intervento dello stato è venuto meno, qualsiasi progresso nella promozione della parità sociale è regredito. Non occorre che i neri americani amino lo stato perché riconoscano la sua importanza in tale contesto.

 

Autosufficienza è libertà

Fra gli elettori repubblicani le percezioni dello stato sono assai differenti. Per larga parte tale differenza proviene dall’esperienza vissuta, in particolare nelle comunità rurali. Lo stato fornisce scuole e ospedali, ma solo lontani e in numero limitato. Vi sono altri servizi pubblici ancor meno scontati, mentre il trasporto pubblico praticamente è assente. In più, lo stato si è sempre più ritirato dalle realtà rurali negli ultimi 40 anni, in conseguenza dei cambiamenti demografici e dei vincoli alla spesa pubblica. Il mito dell’autosufficienza reale ha il suo rovescio della medaglia nell’abbandono dello stato: la distanza fra l’impavido mito e la brutale realtà è stata messa a nudo in molte comunità rurali dalla crisi degli oppiacei. Gli elettori repubblicani sanno che devono cavarsela da soli.

Per questi americani la Chiesa spesso è più affidabile come fonte di pubblici servizi; è anche un riferimento per la comunità. Le Chiese gestiscono scuole, ospedali, strutture di assistenza diurna e campi estivi. Esse costituiscono anche uno spazio per la vita sociale. E mentre la pratica religiosa è in calo in America, la quota di popolazione che rimane legata alle istituzioni religiose è ben oltre i due terzi. Per costoro, lo stato non è indispensabile. Hanno delle alternative, e molte di esse sono superiori a qualsiasi cosa lo stato possa offrire quanto a vantaggi sociali che provengano da un’appartenenza.

Non dovrebbe sorprendere che gli americani che usufruiscono dei servizi pubblici  attraverso i privati sono meno disponibili a pagare le tasse allo stato. Là dove questi americani costituiscono la maggioranza, non hanno bisogno di basarsi sull’intervento statale nemmeno per proteggere le loro libertà civili. Anzi, una delle loro più importanti libertà, la libertà di culto, si definisce proprio per l’assenza dell’intervento dello stato. Altre importanti libertà, come la libertà di parola e di associazione, o il diritto di portare armi, provengono allo stesso modo dall’assenza di coinvolgimento dello stato. Ne consegue che per questi americani il progresso non consiste nel rafforzare lo stato per rafforzare la società, ma proviene dall’emancipare la società da qualsiasi dipendenza nei confronti dello stato. Casomai, uno stato interventista costituisce una minaccia al progresso sociale.

 

Visioni inconciliabili

La visione dello stato dei democratici e quella dei repubblicani sono incompatibili. Gli americani delle aree urbane non sanno immaginare un mondo senza istituzioni statali e immaginano un mondo nel quale istituzioni pubbliche migliori rendono migliore la qualità della vita. Gli americani delle aree rurali hanno poca fiducia che lo stato possa aiutarli a costruire delle comunità migliori e dunque immaginano una società che emerge sulle altre istituzioni e nella quale lo stato non interferisce.

Poiché queste visioni sono basate su un’esperienza vissuta che fa riferimento a differenti realtà geografiche, sono inconciliabili. Le comunità urbane non potrebbero in alcun modo sopravvivere senza lo stato; le comunità rurali non potrebbero in alcun modo sostenere dei servizi pubblici di tipo urbano senza supporto finanziario; e nessuna delle due parti dell’America ha intenzione di sovvenzionare l’altra.

Inoltre, la soluzione non sta nella scelta di collaborare. Al contrario, potrebbe costituire un’altra causa di problemi. È qui che il terreno di scontro suburbano tra democratici e repubblicani diventa importante. Gli americani delle aree suburbane hanno l’imbarazzo della scelta, in quanto possono accedere sia a servizi forniti dallo stato sia a servizi gestiti da privati. Ma anche questa scelta comporta tensioni su quale sia il ruolo necessario e appropriato dello stato.

Detto in termini economici, gli americani che pagano per la scuola, l’assistenza sanitaria e quant’altro non vogliono pagare tasse; gli americani che fanno affidamento sui servizi pubblici non vogliono eccezioni che finiscano per diventare sussidi per le organizzazioni private concorrenti. In termini sociali, gli americani non bianchi devono battersi perché i loro figli usufruiscano di istituzioni di alta qualità e hanno bisogno che lo stato li sostenga; dal canto loro, gli americani bianchi resistono a qualsiasi tentativo di limitare la loro libertà di associazione, anche quando l’esercizio di tale libertà riflette i modelli del razzismo istituzionalizzato.

Il presidente Biden ha ragione a dire che l’America è divisa per scelta. Ha ragione anche a credere che gli americani dovranno scegliere di andare oltre tale divisione. Ma la scelta è solo il primo passo del processo. L’America è divisa anche strutturalmente. Per di più, tale divisione abbraccia tanto il ruolo dello stato quanto la natura del progresso sociale. Il presidente Biden non può riconciliare queste contrastanti visioni dell’America.

Dovrà sostituirle con qualcosa di più convincente, altrimenti è probabile che egli guiderà un processo nel quale non lo seguirà nessuno.

 

Articolo pubblicato sull’ultimo numero di Regno-Attualità

Erik Jones

Professore di studi europei e di economia politica internazionale alla Johns Hopkins University

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