Non viviamo più in società di cristianità, profondamente religiose, come quelle che, al verificarsi di calamità e pestilenze nel corso dei secoli, interpretavano lo scampato pericolo come una liberazione miracolosa. Ne sono una testimonianza, ad esempio, le colonne votive barocche, innalzate nei secoli XVII e XVIII. Pensiamo all’obelisco di san Gennaro innalzato a Napoli in ringraziamento per la protezione dall’eruzione del Vesuvio nel 1631, o alla celebre Pestsäule a Vienna, eretta da Leopoldo I per commemorare la fine dell’epidemia del 1679.

Il dato artistico-monumentale non è fine a sé stesso ma aiuta a cogliere, in particolare sul piano antropologico e spirituale, un cambiamento di paradigma: il passaggio dall’affermazione e predominanza di una visione credente della realtà a una concezione agnostica (talora atea), alla quale s’accompagna spesso una proposta di nonsenso.

Storicamente, tutte le pandemie hanno determinato disorientamenti, drammi e rotture epocali. Il COVID-19 potrebbe contribuire a segnare un serio sconvolgimento nell’ambito della teologia circa le domande di senso e la pertinenza del discorso su Dio. Ne parliamo con il teologo austriaco Kurt Appel, docente di Teologia fondamentale e di Filosofia della religione all’Università di Vienna, nonché direttore della piattaforma «Religion and Transformation in Contemporary European Society».

 

– Professor Appel, la crisi sanitaria mondiale scaturita dalla diffusione del COVID-19, che sta avendo pure ripercussioni politico-economiche, sociali e psicologiche rilevanti, interpella diversi ambiti dello scibile umano. Cosa ha da dire la teologia in questo momento critico della storia umana?

«La teologia non ha niente da dire, dal momento che ha già detto fin troppo sulla salvezza, sull’amore e sul “tutto è buono”. Il problema consiste nell’incapacità del discorso teologico di avere a che fare con la realtà effettiva dell’uomo; inoltre, per il fatto di aver offerto una consolazione a buon mercato, ossia che non costava e non chiedeva alcunché.

Dunque, oggi più che mai la teologia deve sapersi rivolgere al Vangelo. Infatti, in esso è trattato l’umano in quanto tale e il suo essere profondamente ferito, tanto sul piano psichico che sui piani morale e fisico. Queste ferite vengono sì sanate, ma pazientemente, un passo alla volta, sapendo che non poche care certezze e consolidate abitudini dovranno essere abbandonate. Adesso, per essere guariti, ci si deve congedare dalla follia dell’uomo contemporaneo nel suo voler tenere tutto sotto controllo, e così essere invulnerabile.

Tuttavia, il Vangelo può insegnare una realtà: l’uomo è vulnerabile, fallibile, perciò non può controllare ogni cosa; eppure, da quella sua vulnerabilità scaturisce una inimmaginabile bellezza, tanto da renderlo degno di tutta l’amabilità possibile al cospetto di Dio e degli uomini. L’uomo deve imparare ad accoglierla!».

 

Chi è il burattinaio

Gli interrogativi sorti dalla crisi sanitaria attuale si sommano agli altri accumulatisi nel corso dei decenni, in particolare dal difficile XX secolo fino agli albori, anch’essi complicati, del terzo millennio. Al di là di un discorso ordinario, a tratti anche scontato, su Dio e sul mondo, sembrerebbe che la riflessione teologica non sia capace di cogliere i segnali di un futuro tsunami spirituale e culturale che rischia di travolgerla.

«Lo tsunami spirituale si trova ben espresso nel celebre aforisma nietzschiano sulla morte di Dio, e prima ancora in Hegel e nella tradizione luterana. Occorrerebbe essere chiari fino in fondo su cosa qui muore: una ben determinata concezione di Dio, inteso come onnipotente, intangibile burattinaio; corrisponde al grande occhio di Sauron in grado di controllare ogni cosa, secondo la visione de Il Signore degli anelli di Tolkien. Hegel, il grande filosofo, ha fatto notare che questo Dio assomiglia alla morte: nella tradizione greco-occidentale è proprio la morte il “Signore onnipotente” a cui nessuno può sfuggire. La si può rimuovere, la si può anche banalizzare, ma in ultimo non consente alcuna via d’uscita.

Questa figura di un Signore onnipotente lascia dietro sé solo (un) “Nulla”. L’umano muore, tutto muore; ciò che rimane è mera vacuità. Oggi ci si trova esattamente in questo nichilismo, e il burattinaio stesso viene a coincidere con il Nulla».

 

Nel campo dell’antropologia assistiamo oggi all’emergere di posizioni che contrastano con la comprensione teologica, nel nostro caso cristiana, e non solo dell’essere umano. Nel suo The Selfish Ape. Human Nature and Our Path to Extinction (Reaktion Books, London 2019), il biologo americano Nicholas P. Money, descrivendo la storia evolutiva dell’umanità, demolisce l’antropocentrismo teologico e nega la condizione di privilegio rivendicata dall’homo sapiens. In tal modo, la condizione di peccato è sostituita dall’egocentrismo, i comportamenti ispirati dalla ragione sono considerati invece alla stregua di quelli animali, mentre religione e politica non possiedono nulla di speciale. Il COVID-19 conferma e afferma l’homo narcissus…

«Tali concezioni esprimono senza alcun dubbio il suddetto nichilismo, anche se dissimulato in chiave scientifica. Tutto viene posto sotto il vessillo della morte e più nulla trattiene un qualche valore, a eccezione del proprio ego. Naturalmente il buon Money non sarebbe più in condizione di vivere un solo secondo, se credesse davvero a questa insensatezza.

Tuttavia, trova diffusione ciò che egli afferma, proprio perché noi riconosciamo alla morte, compresa in quanto Nulla, la qualità ultimativa dell’essere-Dio. L’unico senso per la vita ancora accessibile coincide col tentativo di sfidare il Nulla e di essere Dio stesso. Tutto ciò è però possibile solo se la morte viene rimandata, se cioè si riesce a sopravvivere, anche se prima o poi si vedrà che il piccolo dio “ego” nulla può contro il grande Dio “morte”».

 

La morte, il Nulla e il potere dell’empatia

Dovrebbe cambiare qualcosa nella modalità d’accogliere e di rispondere alle domande di senso?

«Decisivo è, anche in ordine alla questione di Dio, come noi affrontiamo la realtà della morte. La morte è veramente il grande Nulla, l’ultimo Dio? O non può avere piuttosto un più profondo significato, in grado di elargire senso? Esattamente a questo punto emerge il rivoluzionario della narrazione biblica: il Dio cristiano e biblico mostra, infatti, il suo potere nell’empatia, ovvero nel suo “essere-con” l’umanità mortale. L’umano soffre, si ammala, muore, è imperfetto, ma tutto questo lo rende amabile. E lo dischiude alla possibilità di esperire amicizia, solidarietà, empatia: ci si può accompagnare vicendevolmente tanto nella gioia quanto nella sofferenza.

Non dobbiamo affatto salvare l’intera storia o la totalità del mondo, seguendo le moderne fantasie di onnipotenza; né dobbiamo ad ogni costo continuare a vivere in eterno in questo mondo. Possiamo piuttosto aprirci all’altro, il che ha certamente un valore in sé. Infatti, il Vangelo ci fa conoscere che nell’accompagnarsi reciproco, come anche nell’“essere-con”, assieme all’altro, noi stessi siamo destinatari di un dono che è sempre più grande di tutto ciò che si può comprare o ottenere con la forza, un dono che coincide con Dio stesso.

Il Vangelo conosce il potere di Gesù, il quale è in grado di governare i venti e i flutti, e riesce perfino a risuscitare i morti. Nondimeno, il potere più importante di Gesù si trova altrove, ovvero nel fatto che egli non intende la morte in quanto Nulla, e dunque non le riconosce lo statuto di Signore supremo. Gesù non rimuove la morte, ben conoscendo la vulnerabilità della vita propria e altrui; ma è sua convinzione che, precisamente nella vulnerabilità e nella mortalità dell’esistere, vi sia una forza capace di oltrepassare la morte medesima.

Il cristianesimo è un potente paradosso, dimenticato tanto dalla teologia quanto dalla nostra stessa cultura: esso consiste nel fatto che solo la vita mortale può oltrepassare la morte. Detto in altri termini: la convinzione del cristianesimo è che anche la morte muore, e che solo l’incompleto e il vulnerabile è completo e salvifico».

 

Nel 1755 un terremoto causava un violento tsunami che si abbatteva su Lisbona provocando migliaia di vittime. Questa tragedia, che gli storici chiameranno il «primo evento mediatico del mondo moderno», scosse profondamente l’Europa dei Lumi al punto da determinare un «prima» e un «dopo». Ci si chiedeva: tutto è per il meglio nel migliore dei mondi possibili? Qual è il ruolo della natura, della fatalità o del destino in tutto ciò? Quali sono rispettivamente il ruolo di Dio e dell’uomo nei mali che affliggono l’umanità? 

 

Il mondo è ciò che noi ne facciamo

«Il mondo non è un oggetto di cui possiamo dire a distanza se sia buono oppure no. Noi diamo forma al mondo, e, facendo ciò, abbiamo la possibilità, entro i nostri limiti, di voler bene. E proprio nella misura in cui riusciamo a manifestare affetto, questo mondo è buono. In ciò si manifesta la libertà dell’uomo. In altre parole: il mondo non ci è semplicemente dato, ma è ciò che noi ne facciamo in comunità con gli altri.

L’apporto di Dio alla bontà del mondo consiste nel dono, che egli sempre ci rinnova, della capacità di amare. La grande sfida consiste nel syn-pathos rivolto proprio a ciò che va oltre la nostra comprensione. Nel nostro moderno delirio di onnipotenza abbiamo l’idea che il mondo intero debba sempre soddisfare le nostre pretese e fantasie. Ma l’empatia profonda abbraccia anche ciò che ci è estraneo, ciò che ci rimane misterioso nella sua alterità.

Dietro la celebre questione della teodicea – “perché Dio permette tutta questa sofferenza e questo male?” –, ci può essere in definitiva l’incapacità di accettare il fatto che il mondo non sempre obbedisce alle nostre opinioni e ai nostri comandi. Ma, in quanto domanda rivolta a Dio, può anche significare che entriamo in dialogo con l’altro, con ciò che ci è enigmatico. Alla fine, non ci sarà un risultato in senso tecnico, ma forse un po’ di affetto per ciò che ci è sottratto».

 

Nel 1756 il gesuita italiano Gabriele Malagrida dava alle stampe uno scritto, Juízo da verdadeira causa do terremoto que padeceu a corte de Lisboa no primeiro novembro de 1755, nel quale, negando l’origine naturale del terremoto di Lisbona, lo interpretava come un segno dell’ira divina, invitando a non rimuovere le macerie e a non soccorrere i bisognosi, ma a fare penitenza e a pregare per i peccati commessi. Nel 1763 invece il filosofo francese Voltaire pubblicava all’interno del Traité sur la tolérance, in riferimento a quegli eventi, una struggente preghiera rivolta a Dio. La storia ha la sua ironia. I cristiani d’oggi sarebbero più inclini a sostenere la sensibilità di Voltaire che quella di Malagrida. Nell’ambito della teologia cristiana, ha ancora senso parlare di «collera» e di «punizione» divina?

«L’ultima parola del cristianesimo è l’empatia, la misericordia, l’amore di Dio, che si deve esprimere nella nostra concreta dedizione all’altro. Tuttavia è importante che l’amore, in quanto ultima parola, sia inserito in un registro infinito di sentimenti. La collera, il disgusto, la paura, in casi estremi addirittura l’odio, il grido di vendetta, tutto questo dipinge un registro di emozioni che, insieme a sentimenti come l’affetto, la simpatia, la tenerezza, arricchisce il nostro mondo, allorché tutti questi sentimenti tendano all’amore.

Se si affronta una pandemia come il COVID-19, sarebbe del tutto perverso vedervi immediatamente una punizione di Dio. Dio ha creato il mondo in modo tale che esso abbia il proprio corso, la propria libertà. Ciò significa che all’uomo è assegnato un compito in questo mondo, che egli può svolgere senza essere completamente dimenticato da Dio.

Ma presuppone che il corso proprio del mondo mostri all’uomo i suoi limiti, si opponga a qualsivoglia delirio di onnipotenza da parte sua, cosa che implica anche sofferenza e ferite. Far sì che questa sofferenza resti sopportabile è una responsabilità di noi uomini, anche nel senso di non lasciare indietro nessuno».

 

La Bibbia parla il linguaggio degli affetti

Restando sul tema della punizione divina, nel libro del profeta Osea (8,1-14) si annuncia che Israele e Giuda verranno puniti per le loro colpe, specialmente a motivo dell’idolatria. Le espressioni sono violente. YHWH dice: «La mia ira divampa contro di loro», e promette: «Punirò i loro peccati (…) manderò il fuoco sulle loro città e divorerà le loro cittadelle». Tutt’altro che una dichiarazione di perdono e di amore! Anche la storiografia deuteronomista pone interrogativi a chi esclude troppo facilmente il legame tra YHWH e la punizione, tra la colpa umana e la vendetta divina.

«Per una corretta interpretazione di questi passaggi bisogna prendere in considerazione il modo in cui s’esprime la Bibbia. Nell’Antico Testamento troviamo una grande storia d’amore tra YHWH e Israele. Il linguaggio non mira all’informazione ma agli affetti. La forma temporale non è quella del resoconto storico, bensì lo sguardo rivolto al futuro in una nuova interpretazione del passato.

La Bibbia apre una sinfonia di affetti. Vi compare di tutto: ira, vendetta, odio, tenerezza, corteggiamento dell’altro, tristezza, gioia, giubilo, vergogna, atmosfera festosa ecc. Il mondo intero è avvolto da questi stati d’animo, la cui tonalità di base è però un amore che supera la misura umana.

Il punto cruciale, di difficile comprensione per il nostro spirito positivistico-tecnocratico – che riguarda anche molti che si ritengono orgogliosi della loro religiosità –, sta nel fatto che il mondo biblico non vede una netta distinzione tra “mondo interiore” e “mondo esteriore”, tra mondo geografico e mondo simbolico. Ogni oggetto, ogni paesaggio, ogni evento, ogni figura è una cassa di risonanza di vari stati d’animo.

Una catastrofe naturale o una malattia non è – come per noi – un avvenimento fisico che porta con sé determinati effetti economici e sociali, ma è soprattutto un evento simbolico che i fedeli elaborano emotivamente e che sfida a ridefinire il rapporto con YHWH. Forse ancora più importante è il fatto che Dio non è una macchina d’informazione e di comando. Dio non si rivela in istruzioni e asserzioni, si rivela invece nell’insieme della sacra Scrittura.

Dio si manifesta nella relazione con il suo popolo, con i profeti e soprattutto con il lettore. Bisogna distinguere chiaramente tra il ruolo “Dio” nella sacra Scrittura, che costituisce solo una parte della sua rivelazione, e l’interazione di tutte le figure bibliche, nonché quella con il lettore, la quale sola ci dischiude Dio nella sua verità. In altre parole, il ruolo “Dio” nella Bibbia non è identico al Dio della Bibbia, ma solo a una parte di esso».

 

Invocare il criterio cristologico nell’interpretazione dell’Antico Testamento e, nel nostro caso specifico, per quanto attiene alle espressioni di collera e vendetta di Dio, sarebbe intellettualmente lecito e teologicamente corretto. Forse il problema principale è rappresentato dalla sopravvivenza di un criterio fondamentalista di lettura dei testi sacri…

 

Non mitizziamo il COVID-19

«Il problema dell’accesso fondamentalista, che a noi può servire per prendere sul serio la questione dei sentimenti negativi attribuiti a Dio, consiste nel non aver bisogno dello Spirito Santo, con cui la sacra Scrittura deve invece essere letta. Tale accesso risulta cioè totalmente privo di spirito, qualora i discorsi di Dio vengano intesi quali mere istruzioni o affermazioni su Dio.

Per contro, una lettura intelligente comprende sempre l’intero accadere delle relazioni, tanto quelle interne al testo quanto quelle tra lettore/Chiesa/Israele e il testo stesso. Se YHWH minaccia sciagure nel caso di comportamenti errati, vuol dire che in ciò si riflette la profonda minaccia relativa all’ordine simbolico umano nel suo complesso, la quale avanza proprio in forza di erronee condotte sul piano politico e sociale.

È in sostanza il riflesso del fatto che (inevitabilmente) ogni condotta umana comporta conseguenze. Eppure, precisamente nelle minacce da parte di Dio si rivela l’invito alla conversione e, con esso, alla possibilità di un nuovo inizio. Riferito alla situazione legata al COVID-19 e ad altre catastrofi, è inadeguato parlare di Dio quale causa punitiva e considerare simili eventi quali effetti corrispettivi: di ciò sono capaci solo una filosofia meccanicistica, nonché una teologia senza spirito.

Ciononostante, tali scosse chiedono interpretazioni critiche anche in ordine al nostro comportamento individuale, sociale ed ecclesiale. Per mezzo di nuovi inizi che possono derivare da un tale processo interpretativo, il cristiano è in grado di riconoscere la voce di Dio, il rimprovero, il corteggiamento, ma anche la gioia, se l’uomo sa attivarsi in modo creativo nella crisi».

 

Nel mondo si è superato il milione di vittime per la pandemia. Immagini di desolazione, di dolore e di morte ci hanno turbato interiormente. Se è possibile un paragone con il dopo-Auschwitz (da quando, parafrasando H. Jonas, è cambiato il modo di pensare Dio), dopo il COVID-19 cosa cambierà nella percezione credente?

«Credo che non dovremmo mitizzare il COVID-19. È assolutamente incomparabile ad Auschwitz, dove milioni di persone furono assassinate in un mondo apparentemente “illuminato”. Il COVID-19 è una pandemia come tante altre che si verificano ripetutamente nel cosiddetto Terzo mondo, senza che importi a nessuno al di fuori delle regioni colpite.

Ciò che c’è di nuovo è la rivelazione della vulnerabilità del nostro mondo globalizzato, il fatto che sia stato colpito con piena forza anche il “Primo mondo”, che si credeva tanto superiore. Nel mondo occidentale, “da noi”, si pensava che una cosa del genere potesse succedere solo agli “altri”, perché la “nostra” tecnologia, il “nostro” sistema politico, economico e sociale sarebbe così forte che “noi” possiamo dominare la natura quasi a nostro piacere.

Il COVID-19 è soprattutto un incredibile insulto alle fantasie di onnipotenza delle cosiddette civiltà avanzate. Oltre a tutte le misure di sicurezza che è necessario adottare, in Europa si diffonde tuttavia un clima di paura e di terrore, anche a opera di alcuni esperti. Credo che sia molto difficile accettare di non avere certezze assolute, che sia un’umiliazione per il mondo degli esperti e della politica il fatto di non avere pienamente sotto controllo il virus». 

 

L’uomo, vulnerabile portatore di un nome

Di che cosa crede abbia bisogno l’umanità in questo momento?

«Abbiamo bisogno in questa situazione di solidarietà con i molti che devono sopportare le conseguenze economiche, sociali e culturali del virus. La seconda e altrettanto importante necessità consiste nello sviluppo di una certa umiltà e placidità. Non siamo immortali, anche se di tanto in tanto lo abbiamo creduto, e ci troviamo di fronte al compito di relazionarci all’altro, anche se ciò comporta un certo rischio.

La misericordia di Dio consiste nel dono che lui ci fa dello spirito di devozione e di amicizia, non nel renderci invulnerabili. Quello che serve ora non è il “distanziamento sociale” (che espressione terribile!) ma l’umanità, il coraggio e la fiducia nel fatto che proprio nei momenti difficili si aprono nuove forme di vita capaci di ricongiungere uomo e natura, uomo e uomo, uomo e Dio.

In questi giorni mi torna sempre in mente una conversazione che ho avuto con mia madre un paio di settimane fa. Mi ha detto: “Ho 83 anni, mi piace la vita e sono profondamente grata per ogni giorno che Dio mi concede. Ma dovrei avere paura della morte a 83 anni? Quando morirò, spero di poter essere utile in altro modo, magari nella preghiera per voi”».

 

– Quella dell’onnipotenza di Dio è una vexata quaestio. Dobbiamo congedarci da essa o piuttosto provare a risemantizzarla?

«Abbiamo bisogno di una nuova concezione della potenza: potenza significa capacità d’amicizia con l’altro, libertà per l’altro, vita piena per ciascuno. Dunque, il vero potere consiste nel lasciare libero l’altro, non costringerlo entro le nostre idee e utilità personali. Dio concede al suo mondo una vita propria.

Con ciò consegna al mondo il dono della vulnerabilità, in modo che esso non possa mai chiudersi nell’indifferenza di fronte all’altro: ciò che è aperto all’altro è vulnerabile. Il vero potere è nell’apertura da cui sorgono l’amicizia e la vita.

Forse si dovrebbe pensare più a fondo anche a cosa significa quando qualcuno, per esempio una nuova vita, riceve un nome. Con questo nome lei/lui non sarà mai più “nulla”, il nome sussisterà ancora, anche dopo che la morte fisica sarà sopraggiunta. Forse la potenza profonda di Dio sta nel fatto che egli chiama per nome la sua creazione, ogni membro della sua creazione. Il battesimo rende chiara l’idea.

In breve, l’uomo è vulnerabile e mortale, come ci ricorda dolorosamente la pandemia attuale. Ma è anche portatore di un nome, portatore dell’affetto di Dio, che persino nella morte lascia intuire vie d’uscita e nuova vita, laddove il potere e l’impotenza umani portano al nulla».

 

 

L’intervista è stata pubblicata su Regno-Attualità.

Gabriele Palasciano

Dottorando in Filosofia

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