Oggi, 1 dicembre, ci ha lasciati a 91 anni mons. Henri Teissier, arcivescovo emerito di Algeri

L’ultima volta che l’incontrai di persona fu nell’ottobre 2010. Era in Italia esattamente nei giorni di uscita nelle nostre sale del film Uomini di Dio (Des hommes et des dieux). Nonostante i suoi 81 anni (era nato il 21 luglio 1929 a Lione) viaggiava ancora molto. Parlammo del film e ne venne una sua personale recensione di un’opera tanto laica quanto profonda nel presentare la spiritualità dei monaci di Tibhirine, rapiti e poi uccisi nel 1996, dichiarati beati nel 2018.

Lui era un attore non protagonista di quella vicenda, diventata centrale per la storia del paese e della Chiesa cattolica, assoluta minoranza nel mondo algerino. Aveva qualche riserva su come il regista aveva interpretato il suo ruolo, ma era consapevole che il film, premiato a Cannes e da un afflusso straordinario di pubblico, aveva riportato al centro una vicenda dolorosa e complicata: essere la «Chiesa del popolo islamico».

Era questo il titolo che venne scelto per l’intervista che gli feci nel 1997. Era a Rocca di Papa, vicino a Roma, per un incontro. Con lui c’era una religiosa, apparentemente per aiutarlo con l’italiano che peraltro parlava e comprendeva molto bene; in realtà per cesellare le parole e far capire perché quel poco di Chiesa rimaneva là dov’era, assieme al popolo algerino. Era appena trascorso un anno dalla morte dei monaci e dall’uccisione del vescovo di Orano mons. Pierre Claverie. Altri religiosi e religiose erano stati uccisi.

Incontrai un uomo molto disponibile ma visibilmente provato.

Tempo dopo, quasi per caso, venni a sapere che il testo in word di quella intervista – come si fa in questi casi, dopo averla stesa gliela rimandai per una sua revisione – diventò il testo di una sua conferenza tenuta in Italia. Evidentemente ne fui contenta, ma soprattutto per il fatto che mi sembrava di aver compreso lo spirito che animava tutta la Chiesa algerina che tanto ricordava Charles de Foucauld: presente nel nascondimento, piccolissimo fermento in un terreno totalmente altro, almeno fino a quando con le ondate migratorie non arrivarono molti studenti e giovani subsahariani anche cattolici a interrogare e a ridiscutere e a riconfermare in forme nuove le scelte fatte.

Era uno «stile» nel senso inteso dal teologo Christoph Theobald, che in uno dei suoi libri cita come esempio proprio l’Algeria. Ne era emersa una piccola traccia per il gruppo nordafricano presente a Roma per il II Sinodo dedicato all’Africa.

Teissier era nato in Francia, ma gran parte della sua vita l’ha trascorsa nel Nord Africa: ad Algeri si era trasferito con la famiglia nel 1947 e lì divenne sacerdote nel 1955; al Cairo per imparare l’arabo; nel 1965 ottiene la cittadinanza algerina; nel 1972 venne nominato vescovo di Orano, nel 1980 coadiutore del card. Duval ad Algeri e poi nel 1988 arcivescovo della capitale fino al 2008. Anche da emerito aveva scelto di rimanere in Algeria.

Così terminava la riflessione di Teissier del 1997: «Fino a ora il significato nuovo dato alla nostra Chiesa dalla situazione di crisi non era percepito se non da poche persone sia all’interno sia all’esterno dell’Algeria. L’assassinio dei nostri fratelli monaci e di p. Claverie, come la morte del cardinale Duval, che sono seguiti nel tempo agli altri assassini di membri della nostra comunità, tutto questo ha fatto a poco a poco conoscere la nostra esistenza e la nostra vocazione a un numero crescente di persone, in Algeria, presso i musulmani, e all’estero, presso i cristiani o presso uomini di buona volontà di fede diversa.

Il manifestarsi della nostra specifica vocazione a un grande numero di persone ne ha allargato il significato per la società algerina, per l’islam, per la Chiesa e anche per le relazioni euro-arabe. In specifico, la situazione nella quale ci troviamo ha fatto della nostra comunità un segno evangelico percepito come un messaggio importante per la Chiesa e il futuro della fede, senza dubbio a causa della sua gratuità e del suo carattere d’impegno assoluto che la crisi richiede.

Meglio di chiunque conosciamo la nostra debolezza, il nostro essere pochi, le nostre forze che declinano, la nostra età media elevata e la relativa insignificanza dei compiti che ci sono richiesti in questo contesto. Ma proprio di questa debolezza, Dio e le circostanze hanno voluto fare un segno che dona fierezza cristiana e speranza evangelica a molti fratelli e sorelle, cristiani o uomini di buona volontà che si trovano fuori dell’Algeria e che sostiene molti algerini nella loro lotta per la speranza».

Una riflessione che allora era anche un grido, una speranza di non essere dimenticati. Guardandolo con gli occhi del 2020, con gli occhi dei 91 anni di Teissier che ha potuto essere presente alla beatificazione dei martiri algerini, si può dire che è stata una scelta profetica compiuta. Nunc dimittis…

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice Attualità de “Il Regno”

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