Commento alle letture per la liturgia della III domenica di Avvento

Is 61,1-2.10-11; Lc 1,46-54; 1Ts 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Tre personaggi sono davanti a noi, e benché decisivi hanno tutti un basso profilo.

Il primo ha solo un nome convenzionale: Tritoisaia. A lungo si è discusso della sua esistenza e identità, e di lui personalmente non abbiamo notizia, se non quel che dice di sé stesso in questo c. 61 del Libro di Isaia, dove in un poema autobiografico racconta la propria vocazione di consolatore del popolo in un’epoca di sfiducia.

Questo racconto sta al centro della terza parte del libro di Isaia, ne è quasi il culmine, e l’anonimo profeta descrive la sua missione con sette verbi all’infinito (vv. 1-3): portarefasciareproclamareproclamare (promulgare nella versione CEI), consolarerallegrare, dare. L’ultimo verbo è amplificato da tre elementi (corona, olio di letiziaveste di lode v. 3) contrapposti a tre realtà negative, allo scopo di rincuorare i rimpatriati dall’esilio.

Ci sono liberazioni infatti che non sono accompagnate da manifestazioni di allegrezza: chi abbia perso le proprie radici difficilmente sa immaginarsi un futuro, e i rimpatriati sono una generazione che non ha memorie dirette della patria. Oramai inseriti nel paese d’esilio e pressoché assimilati, si trovano adesso in una realtà poco conosciuta, estremamente depauperata e tutta da costruire. Gli ultimi profeti – Aggeo per esempio – ne danno una testimonianza molto realistica, oltre ogni idealizzazione, soprattutto per quanto riguarda il Tempio.

Le ricostruzioni sono dunque sempre difficili. Possono essere a tratti accompagnate da una certa euforia, ma per lo più i problemi sono schiaccianti sia all’interno, sia nei confronti di eventuali nemici esterni. Il profeta ha un compito delicato per il quale si appella all’unzione dello Spirito, anziché all’incontro con una parola come i profeti che lo hanno preceduto.

Il secondo personaggio è il Battista. L’austera solennità del prologo giovanneo si interrompe ai vv. 6-8 con un semplice verbo della narrazione (egeneto) che introduce semplicemente «un uomo» (anthropos), di cui si precisa quasi subito il nome, Ioannes. Il verbo di per sé vorrebbe dire «accadde» o «vi fu»: dunque siamo di fronte a un accadimento, a qualcosa che in qualche modo risponde a un’attesa.

La narrazione non ha però seguito: il testo precisa la qualità di testimone di Giovanni che viene ripresa al v. 19. Egli appare come un testimone modello, la cui fede non ha mancanze (Culpepper).

Testimone in verità abbastanza anomalo, perché procede attraverso quattro negazioni: tre relative alla sua identità (vv. 20.21a.21b) e una alla sua funzione (v. 27). Il Battista è ben attento a non usare la formula ego eimi, «io sono», che sarà tipica delle autorivelazioni di Gesù. Quando afferma qualcosa di sé torna una formula che abbiamo già sentito: ego phone boontos en te eremo, «io una voce che grida nel deserto», con una frase nominale (v. 23). Dato che il prologo inizia parlando della parola (logos, Gv 1,1) Giovanni non può essere che la «voce» (phone, qol) o forse la «eco» (bat qol, Jeremias). Nonostante la sua ascendenza, forse la sua formazione e il suo attuale seguito, Giovanni sa di non essere protagonista; pensa a sé come a meno di un servo, uno che deve ancora «diminuire» (elattousthai, Gv 3,30). Anch’egli profeta, parla secondo un criterio di sottrazione.

Infine il terzo personaggio: Gesù il Messia, che neppure compare. La pericope di Giovanni parla sì del Cristo, nel senso di «unto, messia», ma come di qualcuno atteso ancora da individuare, di cui i Giudei (Gv 1,19) sono alla ricerca.

Certamente non sono molte le domeniche in cui Gesù non abbia un ruolo di primo piano. Qui ne va sottolineata, per così dire, la presenza assente, il fatto persino che se ne parli senza nominarlo. Egli è «chi non conoscete» (hon humeis ouk oidate, v. 26), «chi viene dopo» (ho opiso mou erchomenos, v. 27), già proclamato dal Battista (Gv 1,15): «Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». Queste non-risposte a chi è stato mandato per interpellarlo sono tipiche di chi voglia mantenere aperta una ricerca legata alla responsabilità individuale perché decisiva della vita di ognuno.

Stefania Monti

Biblista

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