Basterebbe rileggere la lettera apostolica Admirabile signum, firmata da papa Francesco poco più di un anno fa, a Greccio, per mettersi il cuore in pace e non lasciarsi attrarre dalle polemiche sorte, anche quest’anno, intorno al presepe allestito a cura del Governatorato per la Città del Vaticano in piazza San Pietro. Quel documento, con il quale il papa sottolineò la sua nuova visita nella «seconda Betlemme» laziale (la prima era avvenuta il 4 gennaio 2016), è dedicato al «significato e al valore del presepe».

Prende le mosse dalla rievocazione dell’«origine del presepe come noi lo intendiamo»: la sosta che Francesco d’Assisi compì a Greccio di ritorno da Roma (1223) e dopo il suo viaggio in Terra Santa; il suo desiderio di «rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello»; la tradizione che ne nacque e che ci vede «tutti attorno alla grotta e ricolmi di gioia, senza più alcuna distanza tra l’evento che si compie e quanti diventano partecipi del mistero» (n. 2).

Di qui il papa procede con parole che meglio non potrebbero «sostenere la tradizione del presepe», soprattutto per quanto riguarda la sua dimensione famigliare. Ma sapendo che talvolta, «per dare vita a piccoli capolavori di bellezza» si impiegano «i materiali più disparati», in un vero «esercizio di fantasia creativa».

Il materiale del presepe che si ammira in piazza San Pietro quest’anno è la ceramica e la fantasia creativa è quella degli artisti di Castelli, centro ceramico abruzzese, e dei loro allievi dell’allora Istituto d’arte «F.A. Grue», che lo terminarono nel 1965. Le sue radici nella storia dell’arte e anche nella storia della società italiana nel dopoguerra le ha raccontate Marco Garzonio sul Corriere della Sera.

Alle critiche a questo presepe, montate all’interno dell’area ecclesiale antimoderna e focalizzate sostanzialmente sulla sua distanza dalle rappresentazioni tradizionali – oltre che sulla sua asserita «bruttezza» – ha risposto con equilibrio uno studioso del calibro di mons. Timothy Verdon, americano-toscano che dirige a Firenze sia l’Ufficio diocesano dell’arte sacra e dei beni culturali ecclesiastici, sia il Museo dell’Opera del Duomo e che è stato tra i primi protagonisti in Italia della «catechesi attraverso l’arte».

Intervistato da Cindy Wooden per il Catholic News Service, mons. Verdon mostra di comprendere, pur senza condividerle, le critiche, specie contestualizzandole nella fragilità nella quale ci stiamo avvicinando a queste festività. «Non si tratta della dolce, calda nostalgia che in genere nasce dal Natale. Ma anche in quest’ambito particolarmente intimo della nostra vita religiosa, dobbiamo accettare di farci sorprendere. Non solo i pastori e i magi si recano alla grotta: è tutta l’umanità a farlo, in un modo o nell’altro», aggiunge alludendo alla presenza, nel presepe di Castelli, di un astronauta.

Mons. Verdon collega infine l’asprezza delle reazioni alla «diffusa idea che ci sia una gran quantità di cose che accadono nel mondo senza che ci vengano spiegate: una maniacale trama universale per privare l’umanità di valori e tradizioni», e in genere a un clima di esasperazione tale che anche «una cosa come il presepe in San Pietro appare più grande di quello che dovrebbe essere».

Più grande, ma non grandissima: la petizione prontamente lanciata sulla piattaforma CitizenGO per chiedere a papa Francesco, appellandosi proprio alla Admirabile signum, «di riportare in piazza San Pietro le statue tradizionali di Gesù, Maria e Giuseppe, rappresentate con l’arte popolare di sempre» ha raccolto, nella prima settimana (14-21 dicembre), solo 1.715 firme.

Guido Mocellin

Giornalista

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