Un discorso nella tradizione. Papa Francesco ha abituato i curiali ad attendersi un discorso forte nel tradizionale appuntamento degli auguri natalizi alla curia romana (qui il testo dello scorso anno).

Anche quest’anno non ha deluso l’attesa. Manca la critica diretta, esplicita alla curia stessa, avanzata con forza negli anni scorsi: basterà ricordare il discorso sulle 15 piaghe della Chiesa di qualche anno fa.
Ma la distinzione tra il concetto di «crisi» e quello di «conflitto» intercetta i troppi conflitti interni alla Chiesa e alla curia stessa di cui è stato segnato anche il 2020 e la necessità di un’adeguata comprensione spirituale del tema della riforma della Chiesa. «Chi non guarda la crisi alla luce del Vangelo si limita a fare l’autopsia di un cadavere». «La Chiesa, letta con le categorie di conflitto – destra e sinistra, progressisti e tradizionalisti – frammenta, polarizza, perverte, tradisce la sua vera natura: essa è un corpo perennemente in crisi proprio perché è vivo, ma non deve mai diventare un corpo in conflitto, con vincitori e vinti. Infatti, in questo modo diffonderà timore, diventerà più rigida, meno sinodale, e imporrà una logica uniforme e uniformante, così lontana dalla ricchezza e pluralità che lo Spirito ha donato alla sua Chiesa»..


Quest’anno il tema è spostato sulla comprensione generale del mistero della pandemia che ha segnato drammaticamente il 2020. I riferimenti sono alla Pasqua trascorsa, al silenzio di Dio, alla solitudine dei morenti, ai gesti coraggiosi e gratuiti di tanti, all’egoismo che s’annida nei cuori. Insomma alla crisi dell’umano che la pandemia ha mostrato e alla crisi della fede che essa non può non provocare.


La crisi è per il bene, è intrisa di speranza, nonostante il dolore assurdo. La crisi attiene alla prospettiva cristologica ed escatologica della storia. «La novità introdotta dalla crisi voluta dallo Spirito non è mai una novità in contrapposizione al vecchio, bensì una novità che germoglia dal vecchio e lo rende sempre fecondo. Gesù usa un’espressione che esprime in maniera semplice e chiara questo passaggio: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). L’atto di morire del seme è un atto ambivalente, perché nello stesso tempo segna la fine di qualcosa e l’inizio di qualcos’altro. Chiamiamo lo stesso momento morte-marcire e nascita-germogliare perché sono la medesima cosa: davanti ai nostri occhi vediamo una fine e allo stesso tempo in quella fine si manifesta un nuovo inizio».


Diverso è il conflitto, in genere alimentato dal peccato, dal chiacchiericcio, dal sentito dire, dal farsi faziosi, dall’essere dominati dall’ideologia, anche religiosa, come ha sottolineato tante volte papa Francesco. Accogliere la crisi è accogliere una contraddizione nella quale può parlare lo Spirito.


«Difendendoci dalla crisi, noi ostacoliamo l’opera della grazia di Dio che vuole manifestarsi in noi e attraverso di noi. Perciò, se un certo realismo ci mostra la nostra storia recente solo come la somma di tentativi non sempre riusciti, di scandali, di cadute, di peccati, di contraddizioni, di cortocircuiti nella testimonianza, non dobbiamo spaventarci, e neppure dobbiamo negare l’evidenza di tutto quello che in noi e nelle nostre comunità è intaccato dalla morte e ha bisogno di conversione… Solo morendo a una certa mentalità riusciremo anche a fare spazio alla novità che lo Spirito suscita costantemente nel cuore della Chiesa. I padri della Chiesa erano consapevoli di questo, che chiamavano “la metanoia”».


«Il Vangelo racconta che i pastori credettero all’annuncio dell’Angelo e si misero in cammino verso Gesù (cf. Lc 2,15-16). Erode invece si chiuse davanti al racconto dei Magi e trasformò questa sua chiusura in menzogna e violenza (cf. Mt 2,1-16). Ognuno di noi, qualunque posto occupi nella Chiesa, si domandi se vuole seguire Gesù con la docilità dei pastori o con l’auto-protezione di Erode, seguirlo nella crisi o difendersi da lui nel conflitto».

Gianfranco Brunelli

Direttore de “Il Regno”

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