L’insospettabile mistero del Verbo fatto carne

Il «mistero racchiuso in quelle parole: Il Verbo fatto carne, non potevo nemmeno sospettarlo» (Conf. 7,19,25). Scrivendo Le confessioni agli sgoccioli del IV secolo, una dozzina di anni dopo la sua adesione al cristianesimo, Agostino d’Ippona offre al mondo una delle opere più straordinarie della letteratura religiosa, un poema della grazia.
Una grazia, però, tutt’altro che astratta; anzi così concreta da prendere «carne», con il volto e le membra di un uomo, la fragilità e la debolezza di un corpo, la precarietà e le incertezze di un mortale. Agostino aveva già incontrato il Verbo, percorrendo in lungo e in largo le filosofie e le religioni della civiltà greco-romana, nella quale il Logos è la cifra dell’ordine impresso dal divino nel cosmo e nell’uomo; e aveva già incontrato la carne, assecondando gli istinti della mente e del corpo, con quella inquietudine che lo bruciava nella ricerca della verità e del piacere sensibile.
Ma non poteva sospettare la forza del mistero dell’incarnazione, l’intreccio del Verbo con la carne. Quando, per grazia, scattò nel suo cuore questa scintilla, la sua esistenza prese colore, sapore, odore e consistenza.
La bellezza della fede, nella lunga vita del grande vescovo e dottore (354-430), si scontrava con l’oscurità del male presente in lui e attorno a lui: povertà, malattie, lutti, peccati, divisioni nella Chiesa, eresie, ingiustizie e persino invasioni di popoli stranieri. Non mancò nulla: e ciascuna di queste dolorose esperienze interrogava la sua fede nel Verbo fatto carne.


Sempre, nella vicenda umana, la carne ferita grida verso Dio. Il cristiano non può permettersi di soffocare questa voce, sublimandola in uno spiritualismo che scolora nel dolorismo e finisce per diventare disumano, o reprimendola con il ricorso a un Dio giusto che castiga i peccati e restituisce l’ordine infranto, o indirizzandola verso la ricerca di miracoli e prodigi magicamente risolutivi del problema.
Se la tendenza umana-troppo-umana a proiettare sul cielo le dinamiche terrestri può giustificare queste derive religiose, la fede nel Verbo fatto carne non le può certo legittimare. Perché la carne non è finta, non è apparenza, non è maschera. Il Verbo si è veramente fatto carne, non ha inscenato una commedia didattica o una tragedia catartica.
La mente dei cristiani d’Occidente è forse ancora troppo marcata da categorie metafisiche, per le quali «Dio è l’Essere perfettissimo», come iniziava la seconda risposta del Catechismo di San Pio X per i fanciulli. Una qualità somma, quella della perfezione, che peraltro appartiene certamente a Dio – a chi altrimenti? – ma non nella forma filosofica greca della immobilità e della assolutezza, ma in quella biblica dell’amore.
«Dio d’Abramo, Dio d’Isacco, Dio di Giacobbe, non dei filosofi e dei dotti»: così nel 1654 Blaise Pascal aveva scritto in una piccola pergamena, cucita nella fodera della sua giacca e trovata solo dopo la sua morte. Quando Dio rivela il proprio Nome a Mosè, «Io sono colui che sono», lo spiega subito con il nome dei tre patriarchi: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, mi ha mandato a voi”» (Es 3,14s).
L’auto-definizione preferita da Dio non è dunque, come ci si sarebbe potuti attendere, Creatore del cielo e della terra, e nemmeno Giudice, Signore, Guida e Legislatore universale, e neppure Onnipotente e Onnisciente: titoli che certamente colgono aspetti veri del Dio degli ebrei.
Ma lui preferisce definirsi nel suo legame con i patriarchi; accetta la sfida dell’intreccio del suo Nome, impronunciabile, con i nomi di uomini: eletti sì, però macchiati da difetti, colpe e fragilità. Il Dio di Israele non è tutto compreso dalla propria perfetta immobilità, ma è tutto preso dalla storia umana; non è isolato, ma è legato, appassionato alle sue creature.

 

Dio s’incontra nella carne
povera, sedata, intubata…

Un Dio così, che si definisce per la commistione con gli uomini più che per la supremazia sulla natura, è già orientato alla carne, prima ancora che il Figlio eterno entri nel tempo.
L’ingresso del Verbo nella carne si realizza attraverso una porta inattesa: la mangiatoia. Lo si poteva aspettare, dopo una massiccia attesa messianica, dalle nubi del cielo; o almeno se ne poteva attendere la manifestazione a partire dal Tempio o da un luogo sacro; al limite da un palazzo nobile o, alla peggio, da una casa, degna comunque di un uomo.
Spunta invece da una stalla, spiazzando tutti fin dall’inizio. Il Verbo si è fatto carne, non solo tra esseri umani semplici, gente umile del popolo, ma tra gli animali. La porta d’uscita, del resto, sarà ancora più infima: la croce, sigillata ironicamente dalla scritta che lo definisce «re», è lo spazio del profano, anzi della maledizione umana e divina (cf. Gal 3,13).
La mangiatoia e la croce: il «Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe», quando diventa anche «Dio di Gesù», esprime tutta la passione, la piena condivisione, l’amore incondizionato che ne rappresenta la vera perfezione, l’autentica onnipotenza, il titolo di gloria. La dimora temporanea nel sepolcro, per sfociare nella risurrezione, è l’apice dell’incarnazione e la concentrazione di ogni sofferenza umana in quella suprema e inquietante della morte.
Si riduce così, fin quasi a svanire, l’alone romantico che solitamente avvolge la nascita del Signore. Del resto quest’anno, in piena pandemia, chi sopporterebbe una retorica sentimentalistica del Natale o, peggio, una polemica anticonsumistica contro gli acquisti, le luci e i sapori?


Sarà utile, anzi, mantenere almeno alcune di quelle belle tradizioni che fanno del 25 dicembre la festa degli affetti, dei doni, delle piccole attenzioni; anche per vincere i deserti della solitudine, arginare la deriva dell’occupazione lavorativa, recuperare le energie interiori messe così tanto alla prova.
È però immaginabile che le emozioni, quest’anno, saranno piuttosto assorbite dalle immagini indelebili della malattia, dei lutti e delle paure; ma anche, grazie a Dio, dalle esperienze innumerevoli di prossimità verso chi è stato colpito e dalla commozione verso chi si prodiga generosamente, a tutti i livelli, per alleviare le sofferenze.
Non è forse questo, a pensarci bene, il senso del Natale? Se il Verbo si è davvero fatto carne, come a trent’anni suonati ha compreso sant’Agostino, allora Dio si incontra nella carne: proprio in quella carne debole e fragile che oggi ha fame, ha sete, è malata, è povera, è piena di paure; proprio in quella carne forata dagli aghi, intubata, sedata.

E Dio si trova nella carne di chi si fa prossimo, mette olio e vino su quelle piaghe e fa trapelare un sorriso con gli occhi, perché tutto il resto del corpo è coperto.
Quest’anno anche i personaggi del presepe vivono nella pandemia. Quel bambino che mi ha scritto, qualche giorno fa, di avere messo la mascherina a Gesù bambino, a Maria e Giuseppe e di avere lasciato l’asino e il bue fuori dalla capanna, per evitare il contagio, ha intuito bene ciò che sant’Agostino neppure sospettò fino all’età adulta: che il Verbo, cioè, condivide la nostra carne in tutto, si rende fragile della nostra stessa fragilità.
Solo così, condividendo la nostra debolezza, solleva la nostra carne fino a Dio, portandola con sé nel regno del Padre.

Erio Castellucci

Arcivescovo di Modena-Nonantola

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