Il governo Conte-bis nacque il 5 settembre 2019 per calcolo politico di Renzi. Serviva a impedire le elezioni immediate chieste da Matteo Salvini con la crisi d’agosto e tenerlo all’opposizione in attesa di arrivare al 2022. All’elezione del nuovo presidente della Repubblica con questo Parlamento. Per il Partito democratico zingarettiano, che in un gioco delle parti interno si era opposto fino al giorno prima a un accordo con i 5Stelle, fu un’occasione unica. Usciva dalla peggior sconfitta elettorale e dopo un anno d’opposizione tornava al governo con una semplice manovra parlamentare. 

Una decina di giorni dopo, Renzi, seguendo il proprio istinto e la spinta interna della maggioranza post-comunista del PD, ufficializzava l’uscita dal partito e promuoveva il suo nuovo soggetto politico, Italia viva. Più che un partito, Italia viva è diventata un soggetto parlamentare politicamente limitato: in grado di determinare la maggioranza di governo, ma non gli equilibri politici del governo.

I 5Stelle erano già in caduta libera su un piano elettorale e mostravano tutta la loro vacuità su quello politico. Di Maio, dopo l’ennesima sconfitta in elezioni amministrative, il 22 gennaio del 2020 avrebbe abbandonato il ruolo di capo politico, rifugiandosi alla Farnesina, in attesa di un’evoluzione interna, che di fatto ha finito per divenire una scomposizione, non solo elettorale, ma anche parlamentare.

Berlusconi ritrovava lo spazio politico per un qualche ruolo, soprattutto in chiave europea, nel centro-destra. E la Meloni s’apprestava a ereditare quote di elettori dalla Lega, ormai priva di una linea politica. Salvini diventava il migliore alleato del nuovo governo, prigioniero di un ruolo propagandistico antieuropeo e fuori dalla realtà economica e sociale del paese. Il suo progetto di Lega nazionale aveva bisogno di un disegno politico all’altezza della sfida, di conio europeo, cui il leader leghista non era (e sin qui non è stato) in grado di corrispondere.

 

Un passaggio sprecato

Quel passaggio poteva essere una grande occasione politica e non solo di potere per il PD, se avesse avuto una leadership politica effettiva. Bisognava presentare il conto ai 5Stelle sulle maggiori questioni democratiche e sull’Europa. Da fautori di una retorica democrazia diretta, essi si erano già trasformati in un gruppo parlamentare conservatore del proprio potere, incistati nelle istituzioni. Bisognava chiarire il progetto politico per l’Italia, oltre che scongiurare il rischio dell’aumento dell’IVA ed evocare la narrazione, tipica della sinistra, di un Salvini minaccia democratica per il paese.

Ma non avendo neppure il PD un progetto per l’Italia, la scelta dell’asse politico interno Bettini-Franceschini fu quella dell’assunzione del principio di logoramento degli alleati di governo, basata su una superiore capacità politico-amministrativa del proprio personale e su una maggiore frequentazione del personale funzionariale dello stato. Un tatticismo dal duplice significato, che mentre per Bettini riproduce in scala ridotta quello ideologico del modello del Partito comunista italiano (di cui nel 2021 si celebrerà il centenario), per Franceschini propone il perenne principio del realismo di potere: durare.

Quel governo si fece in due giorni (e non in due mesi com’era accaduto per il contratto tra 5Stelle e Lega). Un governo di colore politico opposto, col non chiarito rapporto con i 5Stelle e il paradosso dello stesso presidente del Consiglio, al quale veniva persino intestato un ruolo effettivo: passando da portavoce di Di Maio e Salvini, com’era stato nel governo precedente, a elemento di mediazione tra il PD e i 5Stelle.

Nessuno certo poteva immaginare allora l’avvento, di lì a qualche mese, della peggior pandemia della storia recente, dopo la «spagnola». Renzi sperava di archiviare in fretta l’esperienza del Conte-bis in gennaio, dopo le elezioni regionali in Emilia Romagna. Ma l’esplodere dell’emergenza sanitaria ha congelato il governo. La mossa tatticamente brillante di Renzi consegnava al paese un governo politicamente debole, qualitativamente mediocre ma obbligato.

Qui non si vuole mettere in questione la gestione della pandemia. Sono stati fatti errori, certamente. Li hanno fatti in tanti, in tutti i paesi. Questo non ci assolve.

Ma è bene rimanere sul piano strettamente politico.

 

Tre punti critici

Il primo punto rimane quello istituzionale. Le riforme costituzionali realizzate, dal titolo V della Costituzione nel 2001 alla riduzione dei parlamentari nel 2020, mostrano solo la corda di aggiustamenti politicistici. Il rapporto stato/regioni non funziona (la pandemia lo ha mostrato in tutta la sua disfunzionalità) e vedremo come andrà la riforma della riduzione dei parlamentari.

Qui il fallimento del referendum del 2016 evidenzia tutta la precarietà nella quale siamo entrati a fronte di fatti drammatici che invocherebbero un sistema istituzionale competitivo e governante. Né l’uno, né l’altro è il risultato cui siamo approdati. 

Del resto se il partito sistema, il PD+Renzi, non vuole più sentire parlare di sistema maggioritario, di primarie, di organizzazione dello stato aperta alla società, ogni aspettativa riformatrice può essere abbandonata (cf. anche Regno-att. 14,2020,435).

Ci si è arresi al proporzionalismo, prima ancora che al proporzionale, per istinto di conservazione. Del resto, la natura maggioritaria della competizione politica cresce assieme ad attori capaci e interessati a essa. E gli attori maggioritari crescono a loro volta nella pratica del maggioritario.

Si potrebbe obiettare che in fondo questa è una tendenza non solo italiana. La resa alle tendenze di frammentazione in corso avviene nelle relazioni internazionali tra gli stati e in quelle interne tra i partiti e dentro i partiti. La convinzione che le distinzioni e le divisioni politiche possano essere solo congelate in un fermo immagine e come tali rappresentate altro non è che un principio di conservazione che riguarda le élite e che produce quel principio di separazione tra i politici e la società, prima ancora che tra la politica e la società, che innesca un’azione, prima che un pensiero reazionario, di sfiducia, rifiuto e rabbia.

Un secondo punto attiene alla politica internazionale. Il nostro europeismo è d’accatto. Dobbiamo ringraziare Angela Merkel se usciremo dalla pandemia non distrutti. Ma qui si apre un altro problema. In due anni – ma la crisi era iniziata prima – abbiamo perso ogni influenza e credibilità nel Mediterraneo. Il che ha a che fare anche con la gestione del fenomeno migratorio.

Basti vedere la scena della liberazione degli ostaggi di Mazara del Vallo, fatti sequestrare dal generale Haftar. Di quella liberazione si deve gioire. Ma essa si è risolta in un’operazione di politica interna, in stile tutto italiano: abbiamo riconosciuto, grazie alla presenza delle nostre massime autorità (presidente del Consiglio e ministro degli Esteri), il gruppo armato che si oppone al governo che noi riconosciamo in Libia, quello di Fayez al-Sarraj. Haftar, sotto la guida dell’Egitto, ne esce vincitore. Noi, dopo avere ceduto spazio politico-militare alla Turchia nei mesi scorsi, oggi mostriamo la nostra inaffidabilità.

Un terzo punto riguarda il nostro intero sistema economico. La pandemia ci ha fatti precipitare in una situazione drammatica. Basta rileggersi gli ultimi interventi di Draghi e quelli del governatore della Banca d’Italia Visco per avere un’idea del disastro. L’economia italiana non ripartirà prima della seconda metà del 2023. L’Italia non ha adeguatamente fatto fronte, in precedenza, ai cambiamenti in corso degli ultimi vent’anni, «accumulando ritardi, in particolare nell’ambito della ricerca e dell’innovazione, della digitalizzazione e in ultima istanza nella quantità e nella qualità del capitale umano» (Visco).

Poi la pandemia ha fatto esplodere un po’ tutto. Grazie alla Merkel, che ha portato il proprio riluttante paese a condividere una posizione europeista della politica europea, e così facendo ha trascinato anche la Francia e noi, disporremo di risorse enormi per ricostruire il paese nei prossimi 5 anni. Ma l’impressione, stante dichiarazioni e documenti del governo e della sua maggioranza (non parliamo dell’opposizione), è che non sappiamo cosa farcene.

 

 

L’articolo è stato pubblicato sul numero 22 di Regno-Attualità.

Gianfranco Brunelli

Direttore de “Il Regno”

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