Ha suscitato una certa risonanza mediatica l’articolo con cui Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera del 29 dicembre si chiedeva come potesse essere apprezzata – anzi persino giudicata innovativa – la linea di governo della Chiesa di papa Francesco. A suo giudizio Bergoglio, oltre a rifiutare il riconoscimento dei diritti umani all’interno dell’istituzione ecclesiastica (caso Becciu) e a evitare la promozione delle donne ai ruoli di governo della comunità ecclesiale, non ha affrontato le due questioni di fondo della presenza cattolica nell’odierno mondo occidentale: la fine della cristianità e lo sfaldarsi del compromesso cristiano-borghese.

L’intervento è stato rilanciato dal quotidiano di via Solferino il 3 gennaio, aprendo un confronto sul suo contenuto tra mons. Bruno Forte e lo stesso Galli Della Loggia. Al di là dell’espressione di differenti punti di vista sui temi della democrazia e delle donne, si è palesata una netta divergenza in ordine alla presenza della Chiesa nel mondo attuale. Il primo ha sostenuto che il declino quantitativo dei praticanti in Occidente si coniuga, grazie alla ricezione dell’aggiornamento conciliare, con un miglioramento qualitativo dell’offerta della fede, per cui la Chiesa si mostra ancora in grado di rispondere alle richieste di senso di tanti uomini d’oggi e in particolare di tanti giovani. Il secondo ha replicato che il papa, convinto che il futuro del cristianesimo sia nelle plebi del Sud del mondo, non si preoccupa in realtà di fornire risposte alle domande e ai bisogni di fondo che emergono nell’emisfero settentrionale, senza rendersi conto che la promozione sociale di quelle plebi le porterà ad assumere gli stili di vita occidentali e quindi ad abbandonare il cattolicesimo.

 

Informare il pubblico

Ci si può chiedere se il dibattito meriti l’interesse che ha suscitato. Non tanto perché i temi non siano importanti, ma perché affastellare questioni di indubbia rilevanza – la risposta del papato alla scristianizzazione, la democrazia e i diritti umani all’interno dell’istituzione ecclesiastica, l’accesso delle donne alla guida della comunità ecclesiale – ne impedisce una trattazione adeguata. Per quanto la sede giornalistica non richieda la collocazione del discorso a un elevato livello storico-teologico, si tratta pur sempre di informare il pubblico su quello che sta effettivamente succedendo all’interno della Chiesa contemporanea. La corretta presentazione del suo operare è un contributo imprescindibile per fornire un orientamento nell’odierna società in cui il papato continua a giocare un ruolo a livello planetario.

La modalità con cui gli articoli considerati affrontano la questione del rapporto della Chiesa con il mondo moderno costituisce un esempio illuminante di un’argomentazione sfocata e approssimativa. La discussione, lungi dall’aiutare all’intelligenza del presente, sembra solo diretta a diffondere infondati stereotipi come il compromesso cristiano-comunista promosso da Francesco al posto del compromesso cristiano-borghese; oppure l’adeguatezza dell’interpretazione ecclesiastica dell’aggiornamento conciliare a rispondere al bisogno di Dio degli uomini di oggi. Come pensare di discutere con un minimo di serietà la questione dell’allontanamento dalla Chiesa della società moderna, così come si è definita in Occidente, senza ricordare che siamo davanti a un problema che non è nato durante il papato di Bergoglio, ma che ha rappresentato uno dei nodi cruciali con cui si è confrontato il cattolicesimo negli ultimi due secoli?

 

Cosa è accaduto nella Chiesa

Non si tratta ovviamente di proporre a un largo pubblico, nei suoi complessi svolgimenti, una vicenda difficile, lunga e tormentata; ma di ribadire un’ovvia premessa per un dibattito attendibile: il modo in cui il governo di papa Francesco pone oggi tale questione diventa comprensibile (perciò può essere correttamente valutato) solo alla luce del confronto con le risposte date in passato. Vale perciò la pena di provare a richiamare, sia pure in termini necessariamente molto schematici, quel che a questo proposito è effettivamente accaduto nella Chiesa. Si può in tal modo auspicare che almeno il tema della linea dell’attuale papato in ordine alla secolarizzazione dell’Occidente venga discusso sulla base di qualche solido dato di fatto.

In primo luogo occorre tenere ben presenti le ragioni per cui il Concilio Vaticano II ha affrontato il problema, dedicando diversi documenti (Gaudium et spes, Dignitatis humanae, Nostra aetate) a ridefinire la presenza della Chiesa nel mondo moderno. La stragrande maggioranza dei vescovi convenuti a Roma (fa eccezione la ridottissima pattuglia tradizionalista) riteneva che una pastorale incentrata su quei caratteri che possiamo benissimo definire con i sintagmi di «cristianità» e «compromesso cristiano-borghese», fosse destinata a condannare il cattolicesimo all’irrilevanza storica. Era persuasione comune dei pastori di tutto il mondo che, sulla base di un’attività apostolica che aveva fatto proprio di quei due elementi i pilastri fondativi, la Chiesa non fosse più in grado di comunicare il suo messaggio agli uomini contemporanei.

La via dell’aggiornamento conciliare – che aveva a motivo, secondo l’espressione di Giovanni XXIII, «un balzo in avanti» di un cattolicesimo in regresso – è stata poi condivisa, ma variamente interpretata, dai papi che si sono via via succeduti dopo l’assise ecumenica. Al di là delle differenze, il governo centrale della Chiesa si è attestato – in particolare con i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI – su una posizione di compromesso che si può definire una proposta di «neo-cristianità». Si trattava di ammodernare, adattandoli ai regimi dell’Occidente, i criteri pastorali ereditati dal passato senza metterne in questione il presupposto fondamentale. Vale a dire la concezione che per secoli aveva affidato la presenza della Chiesa nella storia a un rapporto di scambio tra autorità civili e religiose: all’organizzazione del consenso politico su base religiosa corrispondeva la concessione di privilegi per l’istituzione ecclesiastica.

Il risultato è stato reso drammaticamente evidente dalle dimissioni di Benedetto XVI: una tale linea, anziché favorire la capacità apostolica della Chiesa, ne acuiva la già grave crisi. Per questa ragione il conclave ha scelto un papa che cercasse di elaborare una diversa pastorale. «Cristianità» e «compromesso cristiano-borghese» appartenevano a una stagione che la Chiesa, in nome della sua stessa sopravvivenza, doveva abbandonare. Si può certo discutere, evitando i luoghi comuni sulla sua adeguatezza, se la linea di Francesco sia in grado di rispondere alla sfida del rinnovamento ecclesiale richiesto per affrontare i processi di secolarizzazione dell’Occidente. Sostenere che essa è inidonea a perseguire tale obiettivo, perché intenzionalmente evita di riproporre un rapporto tra cattolicesimo e società che giudica responsabile delle difficoltà incontrate dalla Chiesa nel mondo moderno, aiuta ben poco a capirne gli orientamenti e la loro efficacia.

Daniele Menozzi

Storico

2 pensieri riguardo “Sul governo di Francesco: un dibattito sfuocato

  • 6 Gennaio 2021 in 10:05
    Permalink

    Alla fine non si comprende li stesso niente. I temi posti da Galli d Loggia sono radicali sul futuro del cristianesimo ma qui oltre a dire che l’articolo giornalistico è fuori tiro non si dice altro se non difendere il passato. Anche il vat. II è di 60anni fa e il III millennio richiede risposte aggiornate che il concilio ed i papati hanno bisogno di affrontare radicalmente e con il max coinvolgimento del Popolo.

    Risposta

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