Quello dopo il COVID-19 sarà un mondo con un’economia a due velocità? La crescita delle disuguaglianze porterà nuove instabilità e maggiori migrazioni? Come pagheremo i debiti accumulati in questi mesi? Ci saranno diffusi default fra i paesi emergenti? La risposta europea del Recovery Plan è l’inizio di una nuova Europa? Che ruolo giocherà l’America di Biden? E la Cina sarà ancora più forte? Sono alcune delle sfide del 2021 su cui l’ISPI, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, concentra l’attenzione nel dossier Il mondo che verrà: dieci domande per il 2021, pubblicato a fine anno.

 

«Siamo tutti un po’ stanchi di sfide dopo questo annus horribilis e siamo tutti alla ricerca di qualche opportunità, di segnali di speranza», spiega Paolo Magri, vicepresidente di ISPI, che nel dossier ha individuato almeno «cinque buone notizie del nuovo anno». Sulle quali vengono presentati approfondimenti di studiosi, economisti e comunicatori.

 

Le buone notizie

Il 2021 sarà l’anno del vaccino e col vaccino del graduale ritorno alla normalità, dopo i mesi della pandemia scoppiata anche nel nostro paese la scorsa primavera. Certo non sarà facile vaccinare miliardi di abitanti del pianeta: «Assisteremo dentro i Paesi e fra i Paesi a una feroce competizione per accaparrarsi le dosi – spiega Magri –. Ma affrontare le sfide logistiche della distribuzione del vaccino è certamente meglio che affrontare quelle per allestire ospedali da campo in tutta fretta. E competere fra di noi per un vaccino che ci fa uscire dall’emergenza è certamente meglio che rubarci l’un l’altro mascherine e ventilatori».

Sarà anche l’anno del piano di ripresa europea. Ci saranno ancora ostacoli dopo quelli di Ungheria e Polonia. I soldi non arriveranno tutti, non arriveranno subito, ma «meglio affrontare sfide negoziali per ottenere miliardi di aiuti e prestiti straordinari – prosegue il vicepresidente di ISPI – che litigarci fra europei per la ridistribuzione di poche centinaia di migranti come l’Europa di ieri, che speriamo rimanga tale, ha fatto a lungo. Se il Recovery Plan funzionasse non solo avremmo qualche speranza in più sul futuro della nostra economia, ma anche speranza in più sul futuro dell’Europa».

 

Un concetto rafforzato nel dossier anche da Alberto Martinelli, docente all’università di Milano, in un testo su «Democrazia vs disuguaglianze». «Ci sono stati ritardi, errori, incapacità, inefficienze colpevoli (ancorché più da parte dei governi nazionali e locali che delle istituzioni europee) e continuano quindi a esserci numerosi motivi di protesta, ma nel complesso l’Unione esce rafforzata dalla crisi pandemica perché la maggioranza dei cittadini europei ha compreso che la risposta sovranazionale è più efficace e solidale di quella sovranista».

 

Una nuova America

Nelle prossime settimane si inaugurerà ufficialmente la presidenza degli Stati Uniti d’America di Joe Biden e Kamala Harris. Non dobbiamo illuderci che Biden risolva tutti i problemi del mondo, ma «con Biden nella Casa Bianca – dice Magri – torniamo alla normalità dopo la tempesta Trump, la normalità di un dialogo fra alleati che talvolta trovano accordi, altre volte gestiscono disaccordi».

Quello appena iniziato sarà l’anno della svolta green del pianeta e il Recovery europeo, fortemente condizionato all’ambiente, insieme agli annunci americani e cinesi delle scorse settimane fanno ben sperare.

Infine, secondo quanto riassunto nel dossier di ISPI, questo sarà l’anno della ripresa. In particolare la ripresa economica che, come evidenzia l’ex presidente della BCE, Jean-Claude Trichet, nel suo testo dedicato a «Debito: una leggerezza insostenibile?», dovrà tenere conto di tre raccomandazioni. «La comunità internazionale non può permettersi di essere divisa come negli ultimi quattro anni, una cooperazione globale attiva, determinata e fiduciosa è essenziale. Senza una sana governance globale, soprattutto all’interno del G20, presieduto dall’Italia nel 2021, non sarà possibile risolvere il problema del debito globale». Inoltre, secondo Trichet «la prima priorità a livello globale è quella di aiutare le numerose economie vulnerabili dei paesi in via di sviluppo, in particolare i paesi a basso reddito». Le economie avanzate hanno una responsabilità particolare. «Sono riuscite a fare bene, per sé e per l’economia globale, a contrastare la crisi in modo vigoroso ed efficace – a detta dell’ex presidente della BCE –. Dovrebbero amministrare il proprio debito in modo responsabile, mediante una sana gestione sia in ambito pubblico che privato, con l’obiettivo di ridurne l’entità come percentuale del PIL, in modo graduale ma costante. Solo così i risparmiatori globali, gli investitori e gli operatori di mercato potranno mantenere la fiducia anche in un periodo caratterizzato da un livello assoluto di debito molto elevato».

Paolo Tomassone

Giornalista

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