Parità donne-uomini nei ministeri istituiti. Un punto di partenza…

A colpire, come sempre, è la performatività del linguaggio del diritto. Una parola in più o in meno interviene sensibilmente sulla realtà sociale. In questo caso, a livello di tecnica normativa, è stato sufficiente eliminare il complemento di specificazione (che – ahinoi – fa rima con discriminazione!) «di sesso maschile» dal can. 230 § 1 del Codice di diritto canonico per favorire una maggiore attuazione del principio di eguaglianza tra uomo e donna nella legge universale della Chiesa cattolica. Non più «i laici di sesso maschile» ma, da adesso, «i laici» – donne e uomini, quindi – possono essere «assunti stabilmente, mediante rito liturgico stabilito» come lettori e accoliti nella comunità ecclesiale.

Lo ha deciso papa Francesco nel motu proprio Spiritus Domini firmato domenica 10 gennaio e pubblicato il giorno seguente.

 

È bastato un tratto di penna

L’atto normativo è rubricato nei seguenti termini: «Circa l’accesso delle persone di sesso femminile al ministero istituito del lettorato e dell’accolitato». Si conferma una mentalità «curiale» che tende a rimarcare l’evento eccezionale dell’apertura pontificia in relazione alle donne. Personalmente, avrei preferito che fosse messo in luce l’accesso ai due ministeri del lettorato e dell’accolitato in condizioni di parità. D’altronde il canone 230, tra vecchia e nuova formulazione, ci dice molto: non sono le donne a «entrare» nei ministeri istituiti, è la prerogativa maschile di quei ministeri a venire meno. Si raggiunge così una certa eguaglianza tra uomini e donne nello stato di vita laicale, evitando che ci siano laici – uomini – che nelle comunità abbiano ruoli liturgici superiori a quelli delle donne, sotto il profilo qualitativo.

Bastava un tratto di penna che cancellasse un complemento di specificazione, a dirlo è facile… eppure ci sono voluti più di dodici anni per adeguare (finalmente) l’ordinamento canonico a quanto auspicava la XII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi su «La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa» (5-26 ottobre 2008), e cioè che «il ministero del lettorato sia aperto anche alle donne». Ma il papa – complici anche le risultanze del recente Sinodo panamazzonico (si veda in particolare il n. 102 del Documento finale e il n. 103 dell’esortazione postsinodale Querida Amazonia) – va oltre. E interviene sull’intera disciplina dei ministeri istituiti, che comprende anche l’accolitato. I due ministeri, infatti, venivano riservati ai soli uomini dal motu proprio Ministeria quaedam di Paolo VI, del 15 agosto 1972, secondo una «veneranda» tradizione. E, anche qui, il problema sembra essere – mi si scusi il gioco di parole – una tradita traduzione della tradizione!

 

Tradizione venerabile, non veneranda

Nella lettera al card. Ladaria pubblicata contestualmente al nuovo motu proprio, papa Francesco sottolinea la necessità di una diversa traduzione di quell’aggettivo, «veneranda», che ritroviamo nella versione italiana di Ministeria quaedam. Più che di una tradizione «veneranda» – cioè di una tradizione che deve essere venerata, rispettata, e che, per questo, appare come vincolante –, secondo Francesco bisogna parlare di una tradizione «venerabile» che, comunque, può essere cambiata rispetto ai mutati contesti sociali. Tale interpretazione di Bergoglio è più aderente al latino del documento di Paolo VI, in cui troviamo proprio «venerabilis». È sufficiente riprendere in mano la versione ufficiale in latino dell’atto di Papa Montini per accorgersi che quel «veneranda», che compare in italiano, tradisce il testo originario di Paolo VI, attribuendo a esso significati ulteriori rispetto al dato letterale.

Se con Spiritus Domini di papa Francesco viene meno la riserva dei «ministeri non-ordinati» ai soli uomini, deve essere chiaro che la scelta dell’attuale pontefice non dipende esclusivamente dall’esigenza di adattare il diritto alla realtà di fatto, su un piano meramente sociologico. Cioè di «cristallizzare» in una fattispecie normativa quanto già avviene nelle comunità ecclesiali: donne che leggono e che servono all’altare nelle assemblee liturgiche. È, più radicalmente, una risposta della Chiesa di «fedeltà al mandato del Signore Gesù Cristo», in quanto – scrive ancora Bergoglio – è «compito dei pastori della Chiesa riconoscere i doni di ciascun battezzato, orientarli anche verso specifici ministeri, promuoverli e coordinarli, per far sì che concorrano al bene delle comunità e alla missione affidata a tutti i discepoli». Da questo punto di vista, annunciare la Parola di Dio e curare il servizio all’altare rientrano pienamente nella vocazione quanto degli uomini tanto delle donne.

 

Le lettrici e accolite e i futuri preti

Inoltre, dare la possibilità a donne e a uomini di accedere al lettorato e all’accolitato in condizioni di parità significa che da oggi chi si prepara a ricevere il sacramento dell’ordine sacro – riservato ancora agli uomini – condividerà con le donne ben due passaggi ministeriali. Dal contributo che le donne potranno apportare e offrire nei ministeri di lettrici e di accolite dipenderà un’inedita comprensione dei ministeri ordinati, sotto l’azione vivificatrice dello Spirito Santo. Ed è significativo, a riguardo, che le prime parole del motu proprio di Francesco – che, poi, danno il titolo all’atto – facciano riferimento allo Spirito del Signore Gesù. Ciò a volere significare la dimensione pneumatologica della riforma dei ministeri nella Chiesa cattolica. Insomma, la decisione di papa Francesco è un punto di partenza, più che un punto di arrivo.

Luigi Mariano Guzzo

docente di Storia del diritto canonico all’Università «Magna Graecia» di Catanzaro

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