Lia Tagliacozzo, autrice di libri per l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta, in La generazione del deserto (Manni, San Cesario di Lecce 2020) ricorre a un’evidente immagine biblica per parlare di coloro che non hanno vissuto né la schiavitù della deportazione né l’esperienza della liberazione. Il loro deserto è il silenzio nel quale, a lungo, genitori e parenti ebrei hanno avvolto gli anni terribili della Seconda guerra mondiale. «Nella mia famiglia le storie della guerra sono sempre state taciute. Per tutta la mia infanzia e la prima età adulta la loro ricostruzione ha richiesto anni di scoperte occasionali, di orecchie tese a cogliere indizi ed esplorazioni clandestine nelle carte di casa».

 

Irruzione e violenza telematica

Secondo i ritmi non scalfiti dalla pandemia, la diffusione del libro di Tagliacozzo è stata pensata in vista del Giorno della memoria, 27 gennaio, di quest’anno. Il COVID-19 incide però sulle modalità delle presentazioni. Non è più possibile svolgerle nelle librerie tra pile di libri, dediche e firme; tutto deve essere online. Così è avvenuto per la presentazione di La generazione del deserto organizzata dal Centro di studi ebraici di Torino e dall’Istituto piemontese per la storia della Resistenza, avvenuta domenica 10 gennaio. Nulla di sorprendente, salvo che, mentre parlava uno dei presentatori, vi è stata un’irruzione. Non c’erano le condizioni perché si esercitasse la violenza fisica; non era possibile devastare locali e imbrattare muri con scritte antisemite. Occorreva rivolgersi unicamente all’oralità e all’immagine; così è stato: gli anonimi esponenti neonazisti si sono intrufolati nella rete con grida e foto che minacciavano di consegnare gli ebrei a destini mimati su quelli della Shoah. Due minuti, poi gli organizzatori hanno bloccato la violenza telematica; dopo di che tutto è proseguito come previsto, sia pure in un clima diverso dal previsto.

 

Malgrado la Giornata della memoria

Qualche giorno dopo c’è stata un’altra presentazione, questa volta organizzata dal Cento di cultura della Comunità ebraica di Roma, dalla Fondazione Museo della Shoah e dalla libreria Kiryat Sefer. Si è parlato del libro ma, inevitabilmente, anche dell’accaduto. Nel suo intervento la presidentessa della Comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello si è soffermata sul proliferare di episodi di violenza e antisemitismo che sembrano «esponenziali», sottolineando come «stia a noi dare le risposte, e la maniera migliore è non nasconderci, non vergognarci». L’impegno deve essere pertanto quello di «far conoscere la storia affinché non si riproponga». Una sfida non semplice, in una società che appare sempre più incattivita. C’è però «anche tanta società civile sensibile, che ha interesse, è motivata».
La storia non si ripete. Invece si ripropongono, con varianti imputabili tanto alle circostanze quanto alle risorse tecnologiche, forme di antisemitismo che, parlando in generale, settantacinque anni di democrazia e, più nello specifico, vent’anni di celebrazione del Giorno della memoria non sono state in grado di eliminare. L’interrogativo più acuto è, in sostanza, uno solo: perché non si è riusciti a farlo?

 

Perché non si riesce a farla finita

L’episodio ha suscitato la reazione anche di mons. Ambrogio Spreafico, presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo della CEI: «È vergognoso che in un momento così difficile, di crisi e di pandemia, ci siano persone che approfittano di pregiudizi e della crisi per lanciare insulti di stampo antisemita e nazista, non considerando la gravità di riprendere stereotipi antichi che si rifanno alla più tragica e oscura pagina della nostra storia e non hanno alcun fondamento con la realtà di oggi per affermare teorie deliranti. Su questi fenomeni sono molto duro. È ora di finirla». Ma forse è anche l’ora di chiedersi perché non si sia ancora riusciti a farla finita.

Piero Stefani

Biblista

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