Zia Camilla malata e la sua nuova stagione

Un inno alla vita. Che è imperfetta, e spesso, anche quando è malata, sa offrire tesori inaspettati. Che è collettiva e individuale e le due cose insieme spesso non hanno una narrazione comune, ma è possibile invece invertire questa tendenza. È la storia del nuovo romanzo di Mariapia Veladiano Adesso che sei qui (Guanda 2021), da ieri in libreria, di «Zia Camilla», che si trova a ospitare «il tedesco», ovvero l’Alzheimer e tutto deve trovare un nuovo ordine e significato.

Come sempre nella narrazione di Veladiano è la storia stessa che dà corpo a valori e principi, testimoni più che araldi di una buona notizia possibile, in una vita sempre fragile. Sono Andreina e Teo, Merhawit, Naima, «le ragazze» del Progetto Alzheimer, il cane Pedro che rendono possibile una nuova stagione di vita piena per Zia Camilla.

Una stagione che non segue le precedenti per caso o per fortuna, ma occorre farla accadere con determinazione, immaginando che ci sia anche quando non si riesce a vederla.

Dopo l’«esordio» della malattia – ovvero il momento in cui anche gli altri se ne accorgono, la zia che in piena estate gira di primo pomeriggio imbacuccata con sciarpa e cappotto – le diagnosi mediche e le molte medicine prescritte (con molti «ma») indicano presto che non c’è nulla da fare: è un piano inclinato da cui non si risale. La morale della favola più spiccia sarebbe: un istituto specializzato che se ne faccia carico, così dicono i parenti più stretti o che si ritengono tali.

E invece no. C’è Andreina che ascolta e studia. Non si arrende e cerca il filo d’Arianna che si nasconde nel labirinto mentale della zia, che è malata, sì, ma ancora capace di vita. E l’accoglienza è nuova vita. Così arriva e riparte Merhawit dall’Etiopia per la Svizzera: con lei la routine riprende dall’orto e dalla vita della campagna trentina. Poi Naima che trova da Zia Camilla una nuova casa per sé e per i due bambini che vanno a scuola, ai quali insegna cose che non sapeva più nemmeno lei di saper fare: usare l’arcolaio, un pirografo, la macchina fotografica.

Zia Camilla recupera parti antiche di memoria, anche se il presente è ingarbugliato, e si tiene viva in modo nuovo, con la schiettezza ingenua dei bambini e con la ricchezza dei suoi tanti modi di dire dialettali, impregnati di Bibbia e saggezza popolare: «La memoria è come il formaggio e il topo del tempo se la mangia in un amen» (161), a proposito della necessità di scattare una foto per i momenti solenni. «Quando ‘l sarà in paradiso el varda zo se ‘l me vede» (141), diceva a chi bussava alla sua porta per un pezzo di pane.

Una malata che distribuisce «gioia e allegria» (227), perché ha fiducia in chi la circonda (237), anche se quest’ultimo deve dire qualche bugia a fin di bene, per rassicurarla che le cose hanno un senso.

«Non è un destino. Si può cambiare» (256). In questo tempo di pandemia è un messaggio di speranza operosa.

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice Attualità de “Il Regno”

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