La CEI, le Chiese locali, i cambiamenti del paese

Non è finito «l’inverno del nostro scontento». Il tempo della pandemia è ancora il nostro gelido presente. Tempo drammatico. I morti a milioni nel mondo. Con il ritmo di 500 al giorno, noi varcheremo presto la nera soglia dei 100.000. Pensavamo che fosse un tempo breve e con minor danno.
«Andrà tutto bene»: era la formula vitalistica e inconsapevole in voga agli inizi. Oggi nessuno parla, a parte il tratto sempre meno convincente della retorica governativa. No. Non è breve e il danno, oltre all’interminabile rosario dei morti, riguarda ogni dimensione del vivere: dalla dimensione psichica, a quella culturale, a quella sociale, a quella economica. Tutta l’esistenza, resa fragile e incerta, ne è stata toccata. Anche la fede.
Qualche vescovo ha scritto con magistero che l’epidemia è in senso radicale una prova della fede e che Dio è all’opera mentre siamo nell’oscurità e nella prova (cf., ad esempio, Mariano Crociata, lettera pastorale Leggere il tempo e rianimare la speranza). Ma noi non possiamo non essere scossi dallo scandalo della sofferenza. Gesù stesso ne ha provato l’orrore, l’ingiustizia, l’inaccettabilità.

 

Lo sviluppo della ministerialità

Dopo un primo tempo di smarrimento, le Chiese locali, talora con un qualche coordinamento tra loro a livello regionale, hanno dato risposte responsabili, dapprima sulla sospensione e poi sulla ripresa delle celebrazioni religiose, e hanno dato una testimonianza di fede e di carità. Si è recuperata progressivamente la dimensione di vicinanza ai malati attraverso un certo sviluppo della ministerialità del popolo di Dio: da una maggiore attivazione del diaconato, al conferimento a medici e infermieri, uomini e donne, dell’incarico di dare la comunione ai malati e l’estrema unzione ai morenti; vi è stato uno sviluppo nuovo del volontariato, nonostante una prima ostilità da parte del governo che ha centrato tutto sulla Protezione civile; nei giorni della chiusura totale parroci e volontari hanno telefonato e contattato famiglie in difficoltà e anziani soli; molti laici e sacerdoti sono morti per il servizio di carità che hanno compiuto.
Lentamente è cresciuta una rete di prossimità nella distanza e si è sviluppata una riflessione pastorale da parte dei vescovi. Numerose sono state le lettere pastorali scritte in questi mesi, alcune di notevole spessore spirituale, per cercare di suscitare le potenzialità del cuore di ciascuno e di riprendere la dimensione ecclesiale di tutto il popolo di Dio.
La prossimità e la creatività della Chiesa locale le hanno conferito una maggiore forza e visibilità: questo ha un effetto istituzionale ed ecclesiologico. A fronte dell’iniziale silenzio della Conferenza episcopale italiana (CEI), la crescita delle Chiese locali ha cambiato gli equilibri. Molti vescovi non riconoscono come propri gli atteggiamenti dell’organismo centrale. Ad esempio nei rapporti col governo: dallo scontro di aprile alla subalternità nella crisi attuale, emerge una mancanza di linea condivisa. Da questo punto di vista il modello CEI come lo abbiamo conosciuto sin qui, nella sua forte indicazione di una linea centrale e nella sua mega struttura «governativa», in gran parte determinata dallo sviluppo dell’8 per mille, è andato in crisi.
Il modello CEI ha bisogno di una riforma, ma non può essere saltato. Allo strumento CEI non si può rinunciare. Gli orientamenti pastorali per i prossimi anni, predisposti in una prima, non eclatante bozza nel gennaio scorso, sono stati opportunamente rinviati di fronte all’esplodere della pandemia. Ma ora quel discorso va ripreso e forse in modo del tutto nuovo. Una sintesi di quello che è cresciuto nelle Chiese locali è indispensabile e necessaria e questa non può che avvenire a livello nazionale.

 

Lo stato sinodale delle Chiese locali

Potremmo anzi dire, positivamente, che le singole Chiese si trovano oggi in una condizione sinodale. Per cercare di fare ripartire la dimensione pastorale in tutti i suoi aspetti, molte diocesi (da Milano a Palermo) hanno assunto iniziative che, dalle parrocchie, ai decanati e foranie, alle assemblee presbiterali, diventano diocesane, nella consapevolezza delle grandi energie nascoste che ogni Chiesa possiede.
Torna in mente quello che papa Francesco ha detto nel suo incontro con i vescovi italiani nella loro ultima Assemblea generale del 20 maggio 2019.
In un intervento a braccio disse allora il papa che si doveva cogliere l’opportunità di un sinodo nazionale proposto da più parti e diede un’indicazione di sostanza e di metodo. Bisognava attivare un duplice percorso: una sinodalità dal basso e una sinodalità dall’alto. «Sinodalità dal basso in alto, ossia il dover curare l’esistenza e il buon funzionamento della diocesi: i consigli, le parrocchie, il coinvolgimento dei laici». A «cominciare dalle diocesi: non si può fare un grande sinodo senza andare alla base (…) E la valutazione del ruolo dei laici». «E poi la sinodalità dall’alto in basso, in conformità al discorso che ho rivolto alla Chiesa italiana al Convegno ecclesiale di Firenze, il 10 novembre 2015, che rimane ancora vigente e deve accompagnarci in questo cammino» (Regno-doc. 11,2019,373).
Quelle parole hanno ricevuto un insospettato inveramento nella condizione nuova determinata dalla pandemia. È l’ultima parola che il papa ha detto ai vescovi italiani. Il sinodo dal basso è già in atto in molte Chiese locali. La CEI potrebbe ripartire di lì, riconoscendo e accogliendo in forma riflessa quello che è accaduto e quello che è stato pensato e scritto. E potrebbe farlo secondo tre movimenti.

 

Ritrovare la propria  identità

Il primo movimento è quello di rileggere e riapprendere la propria storia dell’ermeneutica conciliare e i suoi punti più alti che fanno già parte del patrimonio della Chiesa italiana. Il cammino di comprensione e inveramento del concilio Vaticano II in Italia ha conosciuto tre grandi riflessioni che hanno riguardato il rapporto tra evangelizzazione e sacramenti; il rapporto fondativo tra comunione trinitaria e comunità ecclesiale; la dinamica intrinseca tra evangelizzazione e carità (cf., ad esempio, sul numero 2 di Regno Attualità a p. 33 il profilo di mons. Bartoletti).
La diffusione della preghiera personale in tempo di pandemia apre nuovamente il campo a quello che Dei Verbum al c. VI chiede, cioè la necessità che ognuno abbia accesso alla Scrittura, l’ascolti come parola primaria, la legga frequentemente, preghi su di essa per conoscere autenticamente Gesù.
Una comunità plasmata e unificata dall’eucaristia ritrova il proprio equilibrio tra l’agire e il contemplare, tra l’annunciare e l’edificare, ed è una Chiesa che difende il proprio annuncio kerigmatico come forma di liberazione autentica.
Il tema della Chiesa forma della carità conosce in questi giorni duri uno sviluppo necessario. Gesù ha annunciato il Regno sia contrastando gli idoli, sia stando in mezzo alla gente «come colui che serve». Non ha concepito la sua natura divina come una rapina dell’umano.
Senza questa coscienza di sé, della sua dignità, della sua missione, la Chiesa italiana non può sfuggire alla trappola mondana, fatta di situazioni di convenienza, di circuiti relazionali amicali, di attrazione verso i potenti.
Un secondo movimento è quello di riconoscere i cambiamenti radicali del paese, fuori dalle retoriche facili e dagli opportunismi filogovernativi: la rivoluzione culturale in atto, la nuova condizione sociale meritano una lettura internazionale e nazionale dettagliate, che vada oltre qualche sociologismo consolatorio.
Si pensi ad esempio non solo alle disuguaglianze digitali, enormi nel nostro paese, soprattutto tra i giovani, ma alle dissonanze cognitive implicite nello sviluppo digitale in atto: non si tratta solo dello sviluppo sui social network di verità alternative, spesso infondate, ma del crearsi di tribù omogenee di giovanissimi disponibili a ogni idolatria.
Il paese ha bisogno di una democrazia governante e di un nuovo patto sociale tra i primi e gli ultimi della classe, realizzato nel contesto europeo: perdersi dietro la damnatio di qualche politico e l’anticipata beatificazione di qualche altro (magari fra qualche tempo i giudizi verranno capovolti: ne abbiamo esempi recenti), o pretendere addirittura di giudicarne le intenzioni morali significa perdere la propria strada.
È più fruttuoso e corretto stare criticamente nelle dinamiche di fondo, quelle determinanti i destini dell’Italia e degli italiani. Lì occorre parlare.
Il terzo movimento è quello di apprendere la lezione del pontificato attuale. Non mimesi, ma lezione. Si tratta di cogliere la portata, l’intuizione e l’indicazione profetica di papa Francesco, non di ripeterne semplicemente il linguaggio. E qui papa Francesco ha indicato il suo primo documento – l’Evangelii gaudium –, come quello da cui partire.
Molto è stato scritto sulla natura dell’azione pastorale della Chiesa, ma una delle prime intuizioni – lo ricordava il card. Martini – è che la pastorale riflette la duplice natura di Cristo, umana e divina. Fuori da questo difficile equilibrio, la pastorale cade nella tentazione dell’ideologia o della stanchezza depressiva.

Gianfranco Brunelli

Direttore de “Il Regno”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Share via
Copy link
Powered by Social Snap