Commento alle letture per la liturgia della VI Domenica del tempo ordinario

Lv 13,1-2.45-46; Sal 32 (31); 1Cor 10,21; Mc 1,40-45

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

La cosiddetta «giornata di Cafarnao» si chiude con una serie di spostamenti imprecisati «per tutta la Galilea» (v, 39, eis olen ten Galilaian), accompagnati da guarigioni, avendo come riferimento solo le sinagoghe; questo «andare» subisce una brusca interruzione con l’apparire di un lebbroso, che compare sulla scena del racconto senza preamboli, introdotto da un semplice presente storico («e viene», kai erchetai, v. 40), che rende più concitata la narrazione.

I pochi versetti dedicati all’episodio presentano alcune particolarità sia testuali sia di contenuto. La prima particolarità sta nelle parole «in ginocchio» (v. 40, gonupeton), che sono ben attestate dai manoscritti più importanti, con o senza pronome indicante di fronte a chi il lebbroso sia inginocchiato, ma assenti in altri.

La variante più importante è però al v. 41, dove la più parte dei manoscritti legge splanchnistheis, «avutane compassione», mentre pochi ma non meno autorevoli leggono orghistheis«adiratosi».

Ora è vero che in generale siamo più favorevoli, come mentalità, a vedere Gesù che ha compassione delle «pecore senza pastore» (cf. Mc 6,34) e siamo quindi inclini a preferire il primo participio, tuttavia al v. 43 compare un verbo molto raro (embrimesamenos, «ammonendolo severamente») che rende il testo, per così dire, meno sereno. La traduzione che noi oggi leggiamo ha scelto la prima variante, ma secondo un criterio filologico di lectio difficilior, la seconda parrebbe più coerente. Il verbo del v. 43, per di più, non ha alcuna variante ed è presente anche nel parallelo di Mt 9,30. Parrebbe in grado quindi di determinare il colore del testo, che non è sereno, ma pieno di tensione in pieno contesto di lotta al male.

Del resto il lebbroso ha chiesto di essere purificato «se vuoi» (ean theles, v. 40), manifestando di essere certo del potere di Gesù, ma non della sua volontà nei suoi confronti. Egli si è avvicinato, contravvenendo alla regola che impone ai lebbrosi di stare lontani; Gesù lo ha toccato (e siamo al secondo contatto di mano, dopo quello con la suocera di Pietro), anch’egli venendo meno a una regola ed esponendosi a un rischio e soprattutto restando impuro fino alla sera (cf. Lv 13,46).

Il lebbroso poi non pare sia andato subito dal sacerdote come gli è stato ordinato, ma piuttosto, contravvenendo all’ordine di Gesù, si è allontanato proclamando quanto gli era accaduto.

Dunque un racconto pieno di tensioni e di trasgressioni, in cui i sentimenti non sono necessariamente positivi, a parte l’entusiasmo finale del lebbroso purificato. Anche la sua guarigione è avvenuta euthus (v. 42), subito, così come euthus (v. 43) è mandato via da Gesù. Siamo così ancora nel clima concitato che contrassegna questo primo capitolo.

Il racconto della guarigione del lebbroso è presente in tutti i Sinottici (cf. Mt 8,1-4 e Lc 5,12-14), ma rimane un unicum, dato che di questa malattia si parla poi solo in Lc 17,11-19, in cui troviamo dieci lebbrosi. Di fatto era una malattia frequente nel Vicino Oriente antico, soprattutto se teniamo conto che sotto il nome generico di «lebbra» andavano molte affezioni cutanee che alteravano l’aspetto della persona e non di rado erano contagiose.

Il fatto che Gesù sfidi il diffuso tabù del lebbroso intoccabile pare di particolare interesse. A parte l’impurità che ne viene a lui, il fatto di «toccare» è indice di una solidarietà corporea che avrà un seguito nella sua vita personale – egli stesso diventerà un reietto –, e poi nella tradizione sia ebraica sia cristiana, tradizione che ha origine nel terzo canto del Servo (Is 53,3).

Secondo Sanhedrin 98a il Messia siede alle porte di Roma tra poveri malati (lebbrosi?), in attesa che venga il suo momento – momento che è legato al fatto che gli uomini ascoltino finalmente la voce del Signore (cf. Sal 95,7); e nel quadriportico della basilica di san Pietro, tra i mendicanti malati ed esclusi, andò a sedere Francesco d’Assisi volendo miserias experiri, mentre era ancora mercante e ricco (FF 1037). In seguito la sua conversione sarà determinata dall’incontro con un lebbroso (FF 110 e 1407ss).

Da simili contatti, se davvero ci si lascia toccare, si può essere contagiati in maniera irreversibile.

Stefania Monti

Biblista

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