Commento alle letture per la liturgia della I Domenica di Quaresima

Gen 9,8-15; Sal 25 (24); 1Pt 3,18-22; Mc 1,12-15

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

 Il racconto della tentazione di Gesù è presente in tutti i Sinottici. Mentre però Matteo e Luca lo configurano come una disputa tra due maestri che interpretano le Scritture (Petrosino), Marco, nella sua estrema brevità, ha evidentemente un altro obiettivo.

          Il v. 12 inizia con un kai euthus, «e subito», che imprime rapidità al racconto (è il secondo degli 11 euthus che si leggono nell’intero capitolo).

          Questo avverbio è onnipresente in Mc 1, ma certamente è singolare che «subito» dopo il battesimo Gesù sia «scagliato» o «gettato» nel deserto. Il verbo al presente storico interrompe la sequenza narrativa precedente espressa dai verbi al passato, portando la realtà del racconto della tentazione in primo piano (Weiner).

          Il battesimo si presenta infatti come un momento pacato, anch’esso risolto con poche parole, in cui l’esperienza dello Spirito è riservata a Gesù (v. 11); poi l’atmosfera e il ritmo cambiano all’improvviso, e il redattore ricorre a un verbo (ekballein) che viene usato nello stesso capitolo anche per scacciare i demoni (cf. Mc 1,34.39): lo Spirito compie dunque un’azione decisa, quasi violenta, in apparente contrasto con il proprio modo di agire consueto, evocato dalla colomba, mentre cambia all’improvviso anche il paesaggio.

          Il deserto diventa lo sfondo della tentazione, e il richiamo alle prove dell’esodo cui fu sottoposto il popolo viene spontaneo. Il deserto è inoltre popolato di bestie selvatiche – all’epoca c’erano anche leoni, benché ciò che spaventava di più fossero rettili e scorpioni –.

          Questo dettaglio delle bestie selvatiche (thēria, 1,13) è variamente interpretato: c’è chi vede in esse un’allusione alla realtà fisica del deserto, chi invece vede la ricomposizione della realtà edenica, quando l’Adam viveva insieme agli animali, soprattutto in considerazione della presenza degli angeli.

          Segno della desolazione o segno dell’età messianica, le fiere possono rimandare al salmo 91, citato direttamente nei racconti di Matteo (4,6) e Luca (4,11), che aveva significato messianico a Qumrân (Flusser). Inoltre sempre a Qumrân lo si trova come uno dei salmi usati contro i demoni.

          Il deserto ha comunque varie valenze simboliche non proprio positive: luogo di pericoli, di demoni, di silenzio divino: la mentalità occidentale tende a idealizzarlo – si veda l’interpretazione che spesso si dà di Os 2 –, ma è comunque un luogo di prova. È nel deserto che nasce Israele (Os 11,1ss), attraverso tentazione, disobbedienza e correzione divina, e Gesù va rifacendo l’esperienza della prova al modo di Israele.

          È questo un aspetto drammatico della sua vita su cui Marco non si ferma più di tanto, così come non parla del digiuno, mentre ricorda la tentazione con un participio presente (peirazomenos, v. 13) che fa pensare a una continuità della prova per i quaranta giorni

          E dato che questo verbo comparirà a più riprese (39 volte nel Nuovo Testamento nella forma attiva peirazein o in quella passiva peirasthai), assieme al sostantivo peirasmos«prova» (21 volte), c’è da chiedersi se non si tratti di un’esperienza che percorre tutta l’esistenza.

          Va notato che mentre Mt 4,11 fa capire chi abbia vinto la disputa tra maestri e Lc 4,13 parla di tentazioni «esaurite» (suntelesas panta peirasmon), Marco lascia il discorso aperto, perché la prova seria – il vero peirasmos – deve ancora venire e non riguarderà Gesù solo, per il quale il culmine sarà nel Getsemani e nella morte, ma anche i discepoli e i credenti che verranno. Lo ritroviamo infatti in Mc 14,38.

          Apparsa già in Gen 22,1 (LXX) con il verbo peirazo, la prova è come un motivo che attraversa tutta la storia salvifica, tenendo unite le esperienze dei patriarchi, di Israele, dei salmisti (che hanno anche il verbo dokimazo, cf Sal 65,10) e dei sapienti (cf. Sir 2,1) fino a Gesù.

          In altri termini, è un’esperienza entro la quale ognuno può riconoscere un momento della rivelazione divina e una chiamata. Matteo e Luca si premurano di precisare che essa riguarda i desideri, la ricchezza, il potere (che 1Gv 1,15 sintetizza con «mondo» e «cose del mondo», mentre un profeta direbbe più semplicemente «idolatria»); Marco lascia che ognuno incontri la sua prova.

Stefania Monti

Biblista

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