«I cattolici propongono un piano nazionale di cooperazione con le autorità. Vogliamo incoraggiare e mediare un dialogo nuovo e tempestivo tra le diverse parti». Sono le parole del cardinale Charles Bo, arcivescovo di Yangon e presidente dei vescovi birmani, che ha twittato l’immagine della religiosa saveriana, suor Ann Nu Twang, inginocchiata in preghiera, nella città di Myitkyina nello stato Kachin, di fronte agli agenti in tenuta antisommossa.

La Chiesa del Myanmar guarda con preoccupazione alla situazione che si è fatta sempre più pesante dopo il colpo di stato – lo scorso 1 febbraio – che ha impedito l’inaugurazione del nuovo Parlamento uscito dalle elezioni dell’8 novembre 2020. 

Il golpe – come ha scritto Stefano Vecchia su Regno-Attualità – è stato accolto con incredulità prima, costernazione e rabbia crescente poi. «La reazione di una popolazione che ha sperimentato un decennio di democrazia, pur se sotto una pesante tutela dei vertici militari concessa loro dalla Costituzione in vigore che essi stessi avevano voluto e fatto approvare nel 2008, è stata pressoché unanime. Si è sviluppata dapprima in azioni spontanee di dissenso nelle case, nelle strade e sui luoghi di lavoro, per poi trasformarsi, a partire dal primo fine settimana successivo al golpe e nonostante l’imposizione della legge marziale e del coprifuoco notturno, in scioperi diffusi e boicottaggi – in particolare nel pubblico impiego – e imponenti manifestazioni di piazza».

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