Dossier Caritas: virus forte, comunità fragili

Anche se è vero a livello teorico che il contagio non conosce barriere sociali, allo stesso tempo le persone che vivono al margine della società, prive di diritti, in condizioni abitative precarie, senza potersi basare su entrate economiche certe, hanno risentito maggiormente della pandemia, scivolando ulteriormente in basso nella loro condizione sociale ed economica.
Nelle periferie del mondo, ad esempio nelle favelas latinoamericane, dove il sovraffollamento è diffuso, dove l’acqua non arriva nelle case o ci arriva a turni, il virus ha trovato un più ampio terreno di proliferazione rispetto a quanto è rilevabile in contesti sociali più avanzati e affluenti. E anche sul secondo tipo di impatto, relativo alle conseguenze socio-economiche delle misure di quarantena e isolamento sociale, il virus non è apparso egualmente democratico, andando a colpire in modo più forte le categorie di lavoratori più esposti al rischio della precarietà e della irregolarità contrattuale.

A un anno dall’inizio dell’emergenza sanitaria a causa del COVID-19, Caritas italiana ha realizzato un dossier «Virus forte, comunità fragili» che prende in esame alcuni dati complessivi sulla diffusione del virus e, in particolare, i dati su quanto sta accedendo tra le comunità e le popolazioni indigene del continente americano, evidenziando gli aspetti di vulnerabilità e le minacce a cui queste popolazioni sono sottoposte a causa della diffusione prolungata della pandemia e delle misure di contenimento sociale.

 

I più colpiti sono i poveri

Il profilo delle vittime dell’epidemia in Centro e Sud America – come fa notare il dossier di Caritas – è diverso da quello dell’Europa: a morire non sono soprattutto gli ultraottantenni, che in tali Paesi sono molti meno che nei Paesi europei, ma le persone giovani, con meno di sessant’anni. L’epidemia e la morte colpiscono tutti i livelli sociali, ma il numero più alto di morti si conta tra i più poveri.
Nel mondo – ricordano i ricercatori di Caritas – più di 476 milioni di persone appartengono a popolazioni indigene. Si tratta di un raggruppamento pari al 6% della popolazione mondiale. Nella sola America Latina sono presenti 522 popolazioni indigene. Come è emerso da diverse indagini molte popolazioni indigene sono a maggior rischio di malattie infettive emergenti rispetto ad altre popolazioni. La disponibilità di un ampio volume di serie storiche ha prodotto un certo consenso all’interno della comunità scientifica sul fatto che molte popolazioni indigene sono a maggior rischio di malattie infettive emergenti rispetto ad altre popolazioni.

 

Forti disuguaglianze

Nel caso della pandemia da COVID-19, nell’intero continente americano, il numero di contagi tra le popolazioni indigene appare in deciso aumento. Al 14 gennaio 2021, infatti, sono stati segnalati 303.734 casi di positività tra le popolazioni indigene o comunità native in 14 Paesi delle Americhe (per i quali sono disponibili informazioni erogate in modo ufficiale dalle autorità sanitarie pubbliche). I decessi ufficialmente registrati sono stati 4.406. Dal primo dicembre 2020 si è registrato un incremento di 66.371 casi e 458 decessi. L’aumento più elevato per numero di casi e decessi si è verificato in Canada.
Caritas sottolinea che «in società con forti disuguaglianze come quelle presenti nella regione americana, la pandemia da COVID-19 si sta diffondendo rapidamente in America Latina e nei Caraibi con effetti a loro volta disuguali. Le vulnerabilità non sono le stesse per tutte le popolazioni indigene, che sono colpite in maniera diversa a causa delle notevoli differenze esistenti tra le diverse comunità, spesso sottaciute da una visione semplicista e superficiale, che vede tali realtà come un insieme unico e indifferenziato».

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