Restituire la Chiesa alla storia

È stato reso noto il 15 marzo un Responsum, datato 21 febbraio, della Congregazione per la dottrina della fede circa il quesito relativo al «potere» della Chiesa d’impartire la benedizione a unioni di persone dello stesso sesso. Firmato dal prefetto, card. Ladaria e, durante un’udienza a lui concessa, approvato dal papa, il documento, dopo aver espresso una risposta seccamente negativa, la motiva sulla base di una nota esplicativa.

Diversi commenti, in particolare quello pubblicato da Andrea Grillo sul blog di Munera, hanno sottolineato i forti limiti dell’intervento della Congregazione. In effetti appare assai lontano dal recepire raccomandazioni più volte formulate dallo stesso Francesco sulla necessità di una pastorale che riveli una Chiesa in uscita, capace di costruire ponti con la complessa realtà degli uomini d’oggi. Sono valutazioni del tutto condivisibili.

Tuttavia, per comprendere adeguatamente il significato del Responsum, mi pare sia opportuno inserirlo anche in una prospettiva storica. Si muove infatti all’interno della linea espressa da Bergoglio in chiara discontinuità con le posizioni assunte dal papato wojtyliano, attraverso documenti firmati dal futuro Benedetto XVI.

Il pontefice argentino ha abbandonato il forte accento posto dai predecessori sulla censura ecclesiastica verso ogni forma di riconoscimento civile delle unioni tra persone dello stesso sesso. L’avevano ad esempio sottolineata i due documenti emanati sull’argomento dalla Congregazione per la dottrina della fede, rispettivamente il 24 luglio 1992 – Alcune considerazioni concernenti la risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali – e il 3 giugno 2003 – Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali –.

Coerentemente con un diverso orientamento circa il rapporto tra religione e politica, ora Roma non interviene sulla disciplina legislativa di questa materia a opera dei pubblici poteri. In questo campo, semmai, la preoccupazione è di evitare ingiustificate disparità di trattamento nei diritti civili per la persona omosessuale.

Per quanto si tratti di un atto intra-ecclesiale, la Congregazione, ribadendo il rigetto di «ogni ingiusta discriminazione», ripropone di fatto questo atteggiamento di fondo.

L’accento di Francesco è invece ripetutamente caduto sull’invito a trovare forme d’accoglienza della persona omosessuale all’interno della comunità ecclesiale, in modo da accompagnarne il percorso di fede (ne abbiamo parlato anche qui qualche mese fa). Il Responsum afferma che, per quanto nelle unioni tra persone dello stesso sesso si trovino elementi positivi, la benedizione, secondo progetti e proposte avanzate in diversi ambienti, non costituisce un lecito adempimento a questa sollecitazione pastorale.

Il documento non mette dunque in questione la linea bergogliana della comprensione e dell’accoglienza, anzi la ripropone. Si limita a dichiararne illecita una specifica modalità.

Ai diversi motivi avanzati per illustrare l’inadeguatezza di questo divieto sul piano pastorale, se ne può aggiungere almeno un altro.

L’articolo di commento al Responsum, pubblicato sul sito vaticano sembra infatti indicare che la decisione ha a fondamento un timore: una risposta positiva potrebbe aprire il varco all’assimilazione di un sacramentale (la benedizione alle unioni omosessuali) al sacramento matrimoniale, che la retta dottrina riserva esclusivamente all’unione tra uomo e donna.

Se le cose stanno così (ma lo sapremo con certezza quando saranno rese disponibili le carte sul processo redazionale del documento), il dicastero romano sembra davvero mostrare ben poca fiducia nella capacità dell’autorità ecclesiastica di governare i suoi fedeli.

In ogni caso il Responsum non sembra chiudere tutte le porte a un ulteriore approfondimento pastorale. Nel rigettare le unioni omosessuali non fa riferimento – come nei pontificati Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – alla legge naturale, di cui la Chiesa si autoproclama custode e interprete. Preferisce ricorrere a un’altra locuzione: la benedizione viene respinta, in quanto non è ordinata ai «disegni di Dio iscritti nella Creazione e pienamente rivelati da Cristo Signore». La differenza è sottile, ma val la pena rilevarla. Non una norma sempre, dovunque e per tutti valida, ma la Rivelazione costituisce il criterio che consente la piena intelligenza dell’ordine voluto dall’atto creatore di Dio.

Si tratta di una concezione teologica che ha una lunga e solida tradizione; ma da tempo si è palesato che l’enucleazione dalla Scrittura della visione dell’assetto delle relazioni umane è una costruzione culturale storicamente determinata. Proprio il caso dei sacramentali ne è un esempio lampante. A lungo la Chiesa ha benedetto le armi perché riteneva di trovare nel Vangelo la giustificazione al loro uso come via per ricostruire la giustizia voluta da Dio per la vita collettiva.

Nel momento in cui lo svolgimento storico ha reso consapevoli che il possesso stesso delle armi è una minaccia al piano di Dio per gli uomini, la pratica di questo sacramentale è diventata assai problematica.

Il Responsum sembra insomma lasciare aperto uno spiraglio. Anche nel caso della benedizione delle unioni omosessuali, una «piena» comprensione della Scrittura, inevitabilmente affidata al tempo, non potrebbe portare a una diversa visione dell’ordine voluto da Dio per gli uomini?

In fondo un tratto distintivo del pontificato di Bergoglio è la restituzione della Chiesa alla storia.

Daniele Menozzi

Storico

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Share via
Copy link
Powered by Social Snap