Nella Chiesa è sempre presente il rischio che si parli di famiglia avendo in mente un’idea predefinita su cui non c’è più molto da aggiungere. Ma le cose stanno diversamente: le famiglie cambiano, e sono fatte di persone da ascoltare e di relazioni che – più che mai in tempi di pandemia – mostrano di avere anche molti nodi irrisolti. Per questo, nell’anno su Amoris laetitia che inizia oggi, una parola su tutte è necessaria: discernimento.

 

Inizia il 19 marzo e si concluderà il 26 giugno 2022, l’anno “Famiglia Amoris laetitia voluto e indetto da papa Francesco per celebrare i cinque anni dalla pubblicazione dell’esortazione apostolica post-sinodale sull’amore nella famiglia.

È lecito domandarsi, dopo cinque anni, cosa di questo documento sia stato recepito, quali siano i passaggi maggiormente esposti, quelli che hanno attirato più attenzione, quelli taciuti, quelli ignorati. In effetti, pare ravvedersi una sorta di parallelismo fra il non toccare l’argomento “famiglia”, almeno in Italia, e il non toccare i contenuti più potenti dell’esortazione apostolica Amoris laetitia.

Certamente esistono eccezioni lodevoli, sia nel campo della riflessione che in quello della prassi pastorale, ma strutturalmente l’argomento “famiglia” sembra essere, per la Chiesa, qualcosa di cui non sia necessario tanto discutere, perché si sa già come debba essere; anzi, già troppo se ne parla. In fondo, ma che si deve dire?

E invece, non è affatto così: l’indizione dell’anno celebrativo “Famiglia Amoris laetitia” possiede, tra gli altri, il merito di accendere i riflettori su una realtà che si presume di conoscere, ma che invece è più spesso pensata, descritta e voluta a partire da un’idea e non dal fondamento concreto dalla quale essa prende forma: le persone. 

 

La famiglia non è un modello

L’esortazione apostolica, infatti, fin dal suo inizio, grida l’evidenza che la famiglia non è modello al quale aderire più o meno faticosamente, sacrificandosi perché questo accada nel migliore dei modi possibili, ma vita vissuta da costruire insieme, che si riadatta momento per momento agli accadimenti, alla crescita dei suoi membri, alle mutazioni interne, ma anche esterne a essa. Richiede quindi un più autonomo protagonismo degli adulti, prima di tutto, che ricada in modo benefico sulle generazioni successive affinché imparino dai genitori la stessa autonomia: specialmente, la medesima capacità di scegliere, che vedono “in azione” nella propria realtà familiare.

Il discernimento al centro della riflessione di Amoris laetitia, di cui tanto si è parlato a ridosso della pubblicazione del documento e di cui ancora si parla, non è solo un metodo per gli operatori di pastorale familiare da applicare nelle cosiddette “situazioni irregolari”, ma è il fondamento della vita familiare, qualunque essa sia, qualunque sia la sua situazione, ad ogni sua età, in ogni circostanza che la riguardi. Sempre.

Questo contenuto così dirompente – che in effetti modifica l’assetto intrinseco della costruzione di una famiglia, ma anche e necessariamente il tipo di formazione richiesto alla comunità ecclesiale, tanto nella componente presbiterale quanto in quella laica, in vista dell’accompagnamento delle stesse famiglie fin dal loro inizio – è stato recepito nei passati cinque anni? Pare onestamente di no.

 

Famiglie in tempo di pandemia: il discernimento necessario

La prova potrebbe anche individuarsi nei tempi difficili di questa pandemia da Covid-19, arrivata ormai a compiere un anno e che di fatto ha costretto milioni di nuclei familiari a “convivere” più di quanto accadesse prima di marzo 2020: più stretti, più insieme, più gli uni sugli altri, più fragili, più nervosi, più spaventati, più bisognosi di aiuto. Incapaci di vedere il futuro, impossibilitati a programmare, spesso – se non spessissimo – in condizioni economiche stravolte dai vari lockdown, schiacciati su un presente da rendere almeno sopportabile, se non sereno. Famiglie colpite dalla malattia e dalle malattie, dalle morti, da un timore che a volte ha travalicato anche la sensatezza; con figli e figlie di ogni età da seguire, confortare, sostenere, far crescere, proteggere e allo stesso tempo rendere autonomi e autonome.

In queste giornate infinite – che mentre scrivo ritornano, a causa delle ultime chiusure decretate per un’Italia quasi tutta in zona rossa fino a dopo Pasqua – l’arma più potente che avremmo forse dovuto usare e dovremmo usare è proprio il discernimento. Un discernimento pratico, condiviso, che richiede sincronicamente arrendevolezza e risolutezza, rischioso ma necessario per contribuire a trasformare le relazioni familiari in qualcosa di solido e affidabile da un lato, ma anche morbido e accogliente dall’altro.

Un discernimento ostinatamente paziente e arreso alla fatica, a tratti improba, di un oggi fuori dall’ordinario, ma comunque “nostro”, essenzialmente vitale, fortemente presente. Un discernimento che sappia contenere la rabbia e lo scoramento, le diversità, i tempi e i modi di tutti e tutte all’interno del nucleo familiare. Che lasci spazi e silenzio quando serve, ma che inviti a parlare quando proprio non si può, né si deve tacere. Tutte queste “azioni” – in zona rossa più che mai – vanno pensate, decise, scelte. In un assetto che costantemente discerne per il bene di ciascuno e di tutti.

 

Donne e uomini: una convivenza che ancora non funziona

“Famiglia Amoris laetitia” chiede, in modo forse più evidente ora di quanto non lo fosse due anni fa, un’alleanza fra l’uomo e la donna, che si realizzi in un pensiero autonomo e condiviso, in una scelta sentita e ragionata, che conduca sulla strada dell’oggi. E lo chiede a gran voce, se è vero, tragicamente, che in questa pandemia le donne sono state oggetto di violenza domestica il 70% delle volte in più che in passato; che hanno dovuto rinunciare al proprio lavoro per conciliare i tempi dello smart working dei padri e della famiglia con quelli della didattica a distanza dei figli; abbiano che hanno portato sulle spalle, in questo anno di malattia e morte, i pesi di una cura ancora più onerosa di prima.

La condizione delle donne in questo caso non è tanto un argomento di cui parlare più o meno schierandosi, ma rappresenta il segnale che la convivenza tra i sessi in Italia funziona poco e spesso male per problemi di natura strutturale e sistemica, in altri termini culturali e educativi. E che “più convivenza”, come nel caso della pandemia Covid-19, in rari casi ha significato “più unione”; nella generalità invece sembra si sia tradotta in maggiore esasperazione, incomunicabilità, lontananza, fragilità relazionale. La realtà ambivalente, sfibrante e sfidante di ogni relazione, come anche di ogni “luogo storico” nella quale essa è data, sembra sia stata solo patita e non anche assunta insieme, così da essere e rimanere protagonisti della propria scelta affettiva e non solo vittime di un tempo che non si vorrebbe vivere.

 

Più che parlare, ascoltare

L’anno celebrativo dell’Amoris laetitia, deve – mi si perdoni l’insistenza – mettere il dito in queste piaghe, altrimenti potrebbe accadere quello che forse è più temibile: che se ne parli sì, ma lì dove nessuno ascolta ed è ascoltato, lontano dalle persone vere, dagli anziani e dalle anziane, dagli uomini e dalle donne, dai ragazzi e dalle ragazze e dai bambini e dalle bambine che invece sono le famiglie, ben più delle idee che si possano avere su di loro.

 

Il post è stato pubblicato su Il Regno delle donne.

Emilia Palladino

Teologa

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