Commento alle letture per la liturgia della Domenica delle Palme

Is 50,4-7; Sal 22 (21); Fil 2,6-11; Mc 14,1-15,47

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Benché presente in tutti e quattro i Vangeli, il racconto dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme e quello della passione sono narrati con molte comprensibili differenze, ma anche con svariate contraddizioni: ogni interprete ha notato le sue cercando di darne ragione.

La più vistosa è forse lo scarto cronologico tra tale ingresso e la pasqua che segue. L’agitare rami di palma (ta baia ton phoinikon, Gv 12,1) o semplici fronde (stibadashapax di Mc 11,8) o rami dagli alberi (kladous, Mt 21,8) – elemento che manca in Luca –, ma soprattutto l’invocazione Osanna (cf. Sal 118,24s) hanno fatto pensare al contesto della festa di Sukkot, festa che però cade nel mese di Elul, settembre, mentre qui parrebbe di essere al ridosso di PesaH, cioè in primavera.

Durante le grandi feste, nelle vicinanze del Tempio stazionava una guarigione romana (che non poteva accedere all’interno) per il mantenimento dell’ordine pubblico. Pare perciò strano che un corteo acclamante un re di ascendenza davidica con un certo concorso di popolo – cosa che certo non poteva piacere alle autorità romane – non ne provochi l’intervento, con conseguente e immediato arresto di Gesù e di almeno parte dei facinorosi presenti alla manifestazione. Viene quasi da pensare che questo ingresso non sia stato così clamoroso. Tanto più che nei due processi che Gesù affronterà si parlerà di regno e di essere re, ma nessuno citerà questa manifestazione trionfale e quasi provocatoria.

È stato inoltre notato, a proposito dei processi, che era improbabile una riunione notturna del sinedrio e che essa sarebbe stata comunque illegale, pregiudicando la validità di un eventuale verdetto (Flusser).

In poche parole, fermo restando che a distanza di tempo non si possono esigere racconti concordanti soprattutto se destinati a uditori diversi, le cose sono molto complicate, almeno dal punto di vista giudiziario.

L’interesse degli evangelisti, Marco compreso (da 11,11 in poi), sembra piuttosto essere il Tempio. Gesù si muove infatti tra Betania e il Tempio, che contempla dal monte degli Ulivi e dove dà gli ultimi insegnamenti. Esso sarà anche il punto focale del processo davanti al sinedrio (Mc 14,58) per un’accusa che stravolge quanto da lui dichiarato secondo Giovanni (2,19), così come, assieme al tema della regalità che interessa di più il procuratore romano, sarà lo spunto dei sarcasmi al momento della crocifissione (Mc 1,29.2).

Sarcasmi che si accentuano quando Gesù morente grida l’incipit del salmo 22: ̛elōi ̛elōi lema sabachthani (Mc 15,34). Gli astanti infatti ritengono che chiami Elia, equivoco che nasce forse anche dalla pronuncia dell’aramaico di Galilea, diversa da quella dell’aramaico di Giudea (Kutscher).

La drammaticità del grido si unisce al buio (skotos, v. 33) che è calato all’ora sesta e durerà fino all’ora nona. È un momento di massima distanza da Dio – che non è più l’Abba del Getsemani (Mc 14,336) –, ma se ricordiamo la simbologia del buio e della nube tipica del Primo Testamento è anche un momento di massima vicinanza.

Il buio come presenza/assenza di Dio non è una parola esplicita, ma è comunque una risposta al grido di Gesù che potremmo leggere come una invocazione (Zeni). Del resto il salmo 22 è in filigrana al racconto della crocifissione. Come lo è, benché non in forma esplicita, la vicenda di Giona.

Marco ricorda la richiesta di un segno da parte dei farisei (8,11) senza scendere in dettagli e senza citare testi del Primo Testamento. Matteo invece (12,39-41) esplicita quale sia il segno, citando la vicenda di Giona, che stette tre giorni e tre notti nel ventre del pesce. Fu quello per lui un momento di discesa negli abissi e quindi di massima distanza da Dio. Il pesce però, come sappiamo, era stato mandato per trarlo in salvo, così la massima distanza corrisponde di fatto alla massima vicinanza, benché non riconosciuta. Il profeta infatti, che non lo sa, prega in preda all’angoscia dal profondo del mare e dalle radici dei monti (Gio 2,3ss), così come Gesù nella solitudine della croce, senza che alcuno dei presenti comprenda che il segno promesso dei tre giorni sta per compiersi.

Stefania Monti

Biblista

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