La risposta dei vescovi negli ultimi rapporti sulla pedofilia

Nell’ultima parte del mese di marzo si sono susseguite e sovrapposte una serie di notizie sul tema delle violenze e degli abusi avvenuti nella Chiesa cattolica, provenienti da diverse regioni del mondo: segno inequivocabile che il processo di presa di coscienza sta procedendo, anche se non dovunque e non allo stesso modo.

La comunicazione del mondo globalizzato – e di quello cattolico in particolare che è per eccellenza «universale» – contribuisce a diffondere l’idea che qualcosa si stia realmente muovendo e una cultura che parte da una fondamentale e necessaria premessa: l’ascolto delle vittime.

Il 17 marzo prosegue in Vaticano il processo contro un sacerdote, oggi incardinato nella diocesi di Como, ma formatosi nel Preseminario San Pio X che ha sede nelle mura vaticane. Senza entrare nei dettagli delle deposizioni, per altro ben documentate da Vatican News (cf. ad esempio qui), colpisce la commistione tra i non detti e le omissioni di chi era a chiamato a vigilare.

Il 18 l’arcidiocesi di Colonia, in Germania, pubblica il II rapporto su come sono stati gestiti rispetto alla legislazione civile e canonica i casi di pedofilia, portando alle dimissioni dell’attuale vescovo di Amburgo (già vicario generale a Colonia), Stefan Heße (accettate dal papa il 29) e dell’ausiliare di Colonia, Dominik Schwaderlapp, ma scagionando l’ordinario card. Woelki, nonostante anch’egli non abbia fatto, per sua stessa ammissione, «tutto l’umanamente possibile».

Il conterraneo e gesuita p. Hans Zollner, presidente del Centro per la protezione dei minori della Pontificia università gregoriana, ha criticato l’impostazione giuridicista del rapporto che non tiene conto della voce delle vittime, mentre un gruppo di giornalisti ha ricordato che l’uscita di questo rapporto segue a ruota la pubblicazione di un precedente per il quale vi fu una presentazione quantomeno anomala: venne loro chiesto di firmare un patto di confidenzialità e poterono consultare il rapporto cartaceo di più di 500 pagine in una stanza nella quale entravano muniti – dopo aver lasciato fuori cellulare e orologi – solo di un foglio di carta bianca e di una penna, con un’ora di tempo a disposizione per prendere appunti… Un caso davvero curioso di trasparenza.

Il 22, i Legionari di Cristo rendono nota la Relazione annuale 2020. Fare verità, fare giustizia, sanare che aggiorna le informazioni sui casi di legionari colpevoli e del numero delle vittime sino a oggi: 27 casi accertati, i primi, e 170 le seconde, delle quali 60 sono riconducibili al solo fondatore Marcial Maciel Degollado. Un caso da approfondire, anche perché si tenta per la prima volta di rendere noti i nomi dei colpevoli, compatibilmente con le legislazioni vigenti. Per l’Italia si cita il caso del seminario di Gozzano (Novara), per il quale è stato riconosciuto colpevole Vladimir Reséndiz Gutiérrez e sul quale è ancora aperto un processo per tentata estorsione contro una famiglia di una vittima da parte della Congregazione (Associated press, 17.2.2021).

Il tentativo di autoriforma dei Legionari fa però il paio al caso, opposto, di un altro movimento, quello di Schönstatt, i cui membri invece sembrano voler lottare ostinatamente contro i fatti. In particolare difendendo a spada tratta la beatificazione del fondatore, riconosciuto colpevole di atti sessuali e di abusi contro le proprie religiose e trascinando quindi in tribunale la storica che ha fatto ri-emergere il caso, documenti alla mano (leggi qui).

Ad altre latitudini, in Nuova Zelanda, c’è un cardinale, John Dew, che (il 26 marzo) chiede perdono alle vittime e che si «domanda» come mai un proprio confratello e conterraneo sia ancora vescovo, nonostante siano stati accertati comportamenti non conformi al ruolo ricoperto con un una giovane donna e, balzando nuovamente in Europa, ci sono due vescovi polacchi, già precedentemente esautorati (cf. Regno-att. 22,2020,700), Leszek Sławoj Głódzie ed Edward Janiak, a cui oggi sono state comminate formalmente le pene canoniche di divieto di vivere nella propria diocesi – Danzica e Kalisz – e di partecipare a cerimonie religiose pubbliche e dell’obbligo del pagamento di una somma alla fondazione per le vittime [leggi La Stampa].

 

E l’Italia?

In Italia il 9 è stato pubblicato dal Servizio nazionale per la tutela dei minori della CEI il terzo sussidio sulla protezione dei minori, che, in questo caso, riguarda la formazione di seminaristi e religiosi e in generale dei «candidati agli ordini sacri»; mentre a livello locale sta procedendo la strutturazione dei Servizi diocesani e regionali per la tutela dei minori, con la formazione di équipe di esperti. Proprio in marzo questo è avvenuto a Vicenza (18 marzo), Ragusa (22) e in Toscana (30).

Basterà a formare una consapevolezza condivisa di quante ricadute ha la questione dell’abuso e delle violenze sui minori non solo – e non è poco – sulle vittime ma sullo stile ecclesiale tout court?

Per rispondere, prendiamo un recente esempio concreto Oltralpe. In Francia, con l’istituzione della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa, presieduta da Jean-Marc Sauvé, si è partiti da un’analisi approfondita sul pregresso: ciò ha richiesto l’ascolto dal 2019 alla fine del 2020 di circa 3.000 vittime e l’identificazione di 1.500 colpevoli, su un lasso di tempo che va dal 2000 a oggi.

In attesa della pubblicazione del rapporto finale (nel prossimo autunno), i vescovi hanno poi indetto un’assemblea straordinaria per analizzare le implicazioni teologiche, filosofiche e spirituali delle violenze e degli abusi spirituali e di potere, per ascoltare le vittime e per prendere alcune importanti decisioni, ratificate poi nell’Assemblea ordinaria di fine marzo (23-26).

Da quest’ultima sono scaturiti 11 punti d’azione (che si possono desumere da qui) e, ultima in ordine di tempo, una Lettera ai fedeli. In essa, i presuli esprimono «vergogna e tristezza» per il fatto «che quanti avrebbero dovuto essere dei pastori» sono «diventati un pericolo e una distruzione per i “piccoli” a loro affidati da Gesù. Ancora una volta vi chiediamo perdono».

Non è comunque una cosa che possa riguardare solo le vittime. Il sentimento di «desolazione» e quello di «profonda umiliazione» accompagnano una presa d’atto: il rapporto che la Commissione pubblicherà «ci permetterà di valutare l’ampiezza esatta [del fenomeno] e di situarlo in rapporto alla situazione globale della violenza sessuale dei minori nel nostro paese».

«Tuttavia questi atti – proseguono i vescovi anche sulla base dei resoconti parziali che la Commissione Sauvé ha di tanto in tanto rilasciato – sono stati troppo numerosi perché noi li consideriamo solo come opera di qualche individuo perverso. Registrati sul lungo periodo e all’interno di una popolazione numerosa, noi dobbiamo ammettere che vi è un fatto sociale che deve essere guardato con lucidità. Dobbiamo mobilitare le nostre forze, le nostre energie, la nostra intelligenza e la nostra volontà per creare una cultura nella quale tali drammi non siano più possibili, per fare della Chiesa una “casa sicura”, secondo l’espressione di papa Francesco».

La pubblicazione dei dati sarà uno choc e i vescovi promettono sin d’ora di accettarli, confidando sul fatto che senza «la verità» non ci sarà il «rinnovamento che Dio ci chiede».

Ecco, la risposta sta tutta qui: in un lungo, doloroso e costoso processo di riconoscimento e consapevolezza che porti alla conoscenza della verità e, a partire dalle istituzioni che lo accompagnano, procedere in un necessario rinnovamento.

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice attualità de “Il Regno”

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