Commento alle letture per la liturgia della II Domenica di Pasqua

At 4,32-35; Sal 118 (117); 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

In Gv 20 sono narrati tre episodi cui segue una specie di conclusione (vv. 30-31). Due di questi episodi accadono nello stesso giorno «uno», il terzo otto giorni dopo.

Al centro dell’interesse di Giovanni però sta la realtà del corpo. Nel corpo c’è tutto. Benché per secoli la tradizione, forse condizionata da una concezione platonica, abbia considerato il corpo qualcosa di accessorio rispetto alla realtà spirituale della persona, le Scritture – com’è noto – non pensano così. Anzi, come più volte è stato osservato, se c’è un’antropologia «materialista» è quella giudeo-cristiana.

La donna al v. 2 denuncia la scomparsa del corpo del Signore, benché al v. 1 si dica soltanto che ha visto che la pietra è stata tolta. I due discepoli che sono accorsi vedono solo bende e sudario. Maria cerca quindi il corpo (vv. 13s) e riconosce il Signore quando nel giardino, divenuto edenico, egli la chiama per nome (v. 16).

Egli non vuol essere toccato (me mou aptou, v. 17) – e questo è un dettaglio da ricordare – tuttavia lei lo ha «visto» (eoraka, v. 18), come dice ai discepoli.

Questo verbo «vedere», nelle sue diverse voci, diventa decisivo.

Ci aspetteremmo comunque che i discepoli siano ora rassicurati da quello che Maria di Magdala ha detto e si preparino a vedere il Signore a loro volta; il Risorto invece appare all’improvviso mentre sono ancora impauriti.

Ciò che li rassicura è vedere (idontes, v. 20) le ferite delle mani e del fianco, perché sono segni identitari inequivocabili. Tuttavia egli è vivo ed essi gioiscono per quello che hanno visto: davanti a loro c’è infatti il Crocifisso e questo consente loro di identificare il Signore.

Tommaso – ci viene detto – non è lì: anche per lui il crocifisso è un fatto, mentre la risurrezione è solo una voce che gira e che chiede di essere verificata.

Non solo: è veramente un corpo la realtà di cui si sta parlando? Al «vedere» degli altri apostoli (eorakamen, v. 25) egli contrappone la sua personale obiezione visiva (ean me ido, v. 25: «se non vedo»), aggiungendo quella tattile con un verbo (ballein, 2 volte al v. 25) piuttosto forte, quasi violento.

Otto giorni dopo il Risorto compare di nuovo all’improvviso e invita Tommaso alla sua personale verifica con quattro imperativi (phereidephere, v. 27 «porta, guarda, porta»), il quarto dei quali riprende il verbo che Tommaso stesso ha usato. Invita dunque a un’azione molto concreta: non un semplice «toccare», ma un «cacciare la mano» (bale, v. 27 che potremmo tradurre appunto «caccia»). Il che sorprende, considerando, come si è visto sopra, che il Risorto non voleva essere toccato.

Ora tutta l’iconografia ha presentato questa scena in maniera molto realistica con il dito di Tommaso puntato verso il costato e Caravaggio, in particolare, con crudezza raffigura il dito dentro la ferita, mentre Gesù guida la mano dell’apostolo. Ma è stato notato (Most)– e vale la piena tenerne conto – che il testo non dice che Tommaso abbia davvero steso la mano a compiere il gesto che lui stesso aveva rivendicato. Tommaso non tocca, gli basta quello che vede e ascoltare l’invito a toccare.

In questo modo si ricostruisce per lui una dinamica della fede: dal vedere all’ascoltare collegando quel che si vede alle cose udite, e tuttavia la beatitudine finale sentenzia che anche il vedere deve essere superato: la fede non può essere confusa con l’evidenza.

Tommaso comprende bene il significato dell’episodio di cui è protagonista: il corpo di colui che è stato giustiziato e che lui stesso ha visto giustiziato lo ha convinto.

La professione di fede è davvero sua, perché ha visto e riconosciuto il corpo, cioè la carne («mio Signore») e la divinità («mio Dio») al singolare, mentre la formulazione tradizionale è al plurale («Signore nostro Dio nostro»).

Questo corpo è, da una parte, diverso da prima, tanto che può comparire all’improvviso e a porte chiuse, ma è anche lo stesso di prima perché porta le sue ferite, rivelando la risurrezione come trasfigurazione di un supplizio eternato – infatti non ha cicatrici, ma ferite (v. 2) –. E il «segno dei chiodi» (ton tupon ton elon, v. 2), che è distintivo del corpo trafitto, diventa anticipato annuncio dei segni (semeia, v. 30) che non sono stati scritti.

Stefania Monti

Biblista

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