Fedeltà a Dio, fedeltà al mondo. È morto il teologo benedettino Ghislain Lafont

Il cristiano, in un paese sempre più laicizzato, è chiamato alla fedeltà dei due contrari, come la intendeva Pascal: fedeltà a Dio e fedeltà al mondo. Deve «assumere un atteggiamento attivo, agire responsabilmente nelle situazioni concrete, storico-esistenziali e, a un tempo, contemplare la croce, l’annientamento; l’esserci e l’annichilirsi; l’assunzione e l’uso del potere e lo spogliarsi, il servire». Lo sottolineò il teologo p. Ghislain Lafont durante uno degli incontri di studio organizzati da Il Regno a Camaldoli (1998-2004). Il monaco benedettino, morto nella notte tra domenica 9 e lunedì 10 maggio all’età di 93 anni, ha dedicato la sua vita alla ricerca teologica e all’insegnamento, lavorando negli ultimi anni sulla riforma della Chiesa sulla scia del pensiero di papa Francesco. Le sue riflessioni sull’ecclesiologia hanno non solo confermato la visione del Vaticano II, ma anticipato alcune intuizioni dell’attuale pontificato.

 

Ancora ai convegni de Il Regno, rileggendo la Lettera ai Filippesi nella meditazione «Esserci e agire nel mondo. “Spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo” (Fil 2, 5-11)», Lafont ricordava come san Paolo introduce una categoria propriamente spirituale nel richiamare i cristiani a un atteggiamento conforme all’immagine di Cristo: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono di Cristo». È detto «sentimento», cioè sensibilità spirituale. Non si tratta dunque di imitazione di Cristo in senso moralistico, poiché l’azione è sempre condizionata da dati esterni (circostanze, tempo, cultura), ma di sviluppare la stessa sensibilità spirituale, quella che spinse Gesù a uscire da sé prendendo la forma di servo. Sentire spiritualmente, discernere costituiscono i movimenti dello spirito che consentono allo stesso tempo un’azione divina e serva. L’atto della libertà che accoglie il dono di Dio – ricordava il teologo benedettino – non si verifica soltanto in una dimensione interiore, spirituale e mistica, o in un atteggiamento pietistico, bensì in tutta l’ampiezza e la profondità dell’esistenza umana, che è essenzialmente amore del prossimo. L’altro che amiamo è il sacramento in cui riceviamo Dio. Questo significa che la speranza cristiana è mediata nella sua pienezza e nella sua essenza da una speranza intramondana, dalla possibilità di un’apertura reale a un futuro intramondano aperto.

 

Come si può coniugare allora la spogliazione e il potere, il servizio e il potere? «Nelle nostre decisioni dovranno esserci – secondo Lafont – costantemente tre cose: il primato della persona umana; l’esigenza del rigore della riflessione e della perseveranza dell’azione, cioè l’autenticità ragionevole delle decisioni e il loro conseguimento, là dove propriamente si esercita il potere ed esercitando il potere si è immagine di Dio; e da ultimo il permanere alla fine di tutto della croce. Si permane infatti sotto la croce per annientamento spirituale, per rischio della decisione coerente, per opposizione cieca del mondo. Rimane dunque compito rischioso di ciascuno, attraverso la phronesis di Cristo e la ragione provata, ritrovare costantemente l’equilibrio possibile tra servizio e potere».

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