In merito al dibattito in corso sul DDL Zan, pubblichiamo in anteprima la parte conclusiva dell’articolo di E. Rossi «A suon di legge confusa. L’uso simbolico del diritto penale e l’accettazione sociale». Uscirà sul numero 10 di Regno-attualità, che sta andando in stampa.

Il cuore della proposta di legge

Dopo aver esaminato il contenuto del disegno di legge «Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità», noto come DDL Zan dal nome del deputato che ne è stato relatore alla Camera, mi sia consentita, in conclusione, una considerazione personale.

A me pare che il cuore della proposta di legge in questione sia costituito certamente dalle norme incriminatrici, cui s’aggiungono le disposizioni di promozione culturale avverso atteggiamenti discriminatori. Con riguardo a tale obiettivo prioritario, il quadro che sembra emergere induce a ritenere che esso sia formulato in modo talmente incerto e confuso, anche a causa dell’intersezione con diritti fondamentali che devono essere garantiti, da impedire la realizzazione di un’efficace repressione penale.

 

L’intenzione di diffondere
una cultura di accettazione sociale

In altri termini, credo che ben difficilmente – e forse soltanto in casi estremi – sulla base delle norme incriminatrici introdotte dalla legge si arriverà a formulare sentenze di condanna. Ma sono anche convinto che questa non sia l’intenzione principale del legislatore: il quale utilizza lo strumento penale per favorire il diffondersi di una cultura di non discriminazione, o meglio d’accettazione sociale di certi comportamenti e situazioni. Anche da parte di chi considera opportuno un intervento legislativo quale quello del DDL Zan si sottolinea infatti che «la norma giuridica, attraverso la sua portata simbolica, agisce sulla coscienza collettiva, così che il comportamento diventa non solo illegale, ma anche socialmente condannato» (G.M. Locati, F.R. Guarnieri). Indipendentemente da ogni valutazione circa il fine che si vuole così realizzare, è dunque soprattutto il mezzo che suscita perplessità, come avviene ogni qualvolta «l’entità dell’offesa è largamente superata dall’allarme sociale che essa suscita e dunque si deve rinvenire una risposta a questo allarme sociale per placarlo attraverso l’uso strumentale del diritto penale» (T. Padovani).

 

L’effetto mediatico dei processi

Ma se anche fosse vera questa mia (personale) previsione, questo non significa che l’apparato giudiziario non verrà interessato dalla riforma. È infatti altamente probabile che, almeno nella prima fase di attuazione della legge, vi saranno segnalazioni di fatti o denunce che porteranno ad avviare l’azione penale: immagino che, in particolare, le associazioni di tutela delle vittime si faranno in tal senso parte attiva – dopo aver spinto fortemente per l’approvazione della legge – a far sì che essa non resti senza conseguenze effettive. E anche se quelle denunce potrebbero non condurre – al termine del processo – a una condanna per l’indagato, tuttavia l’effetto mediatico che si sarà prodotto potrà consentire di raggiungere quell’obiettivo di condanna sociale di cui si è detto.

Un effetto, sia ben chiaro, né unico né nuovo nell’ordinamento giuridico, tanto che da parte dei giuristi penalisti si è da tempo denunciato l’«uso c.d. simbolico-espressivo del diritto penale, ove, cioè, [questo] ramo del diritto perde la sua qualifica tipica di conservazione dei beni giuridici, per assumere quella, ben più rischiosa, perché foriera di espansione incontrollata, c.d. promozionale, nel senso di “esortare caldamente” i cittadini ad osservare la norma penale» (A. Manna).

Il DDL Zan, in questo senso, è davvero simbolico.

 

Emanuele Rossi

Giurista

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Share via
Copy link
Powered by Social Snap