Commento alle letture per la liturgia della Pentecoste

At 2,1-11; Sal 104 (103); Gal 5,16-25; Gv 15,26-27; 16,12-15

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Nel lungo discorso d’addio di Gesù (benché nelle Scritture si leggano discorsi d’addio ben più lunghi, per esempio quelli di Mosè che costituiscono l’ossatura del Deuteronomio), ovvero Gv 13-17, compaiono cinque promesse che riguardano lo Spirito.

Nella liturgia latina della Pentecoste di quest’anno ne leggiamo due, purtroppo non in continuità testuale mettendo noi tutti in un’imbarazzante difficoltà.

Leggiamo infatti Gv 15,26-27 e Gv 16,12-15, ovvero la terza e la quinta promessa.

Occorre ricordare che mentre nel cosiddetto libro dei segni il segno precede un discorso più o meno esplicativo, nel libro dell’ora o della gloria il movimento è inverso: il lungo discorso d’addio precede il grande segno della passione, morte e risurrezione di Gesù alla quale gli apostoli vengono associati in qualità di eredi.

Accadeva, e nella letteratura antica specialmente, quando la morte non era la grande esiliata, che attorno al morente si raccogliesse la famiglia (o addirittura un popolo), e il morente con le ultime parole non solo prendeva congedo, ma lasciava ai presenti l’insegnamento che più gli stava a cuore, magari in forma di esortazione. A volte raccontava di sé, proponendosi come modello. In ogni caso era un discorso che confermava un’esistenza, aggiungendo ciò che in vita non si era potuto o non si era riusciti a dire.

Il Figlio sta per compiere ciò per cui è stato mandato, e in questi testi l’evangelista raccoglie ricordi, tradizioni ecclesiali e la riflessione che lui stesso ha condotto nel tempo (Doglio). L’esito è un testo composito, in cui compaiono doppioni e incoerenze, ed è all’interno di questa logica di memoria e prolessi della Pasqua che vanno lette le ultime parole di Gesù.

Nella sua prima promessa circa lo Spirito (Gv 14,16-17) Gesù parla di un altro (eteron) consolatore/parakleton come presenza permanente: egli pare congedarsi come un padre che esca di casa temporaneamente: «Non vi lascerò orfani, verrò a voi» (ouk apheso oumas orphanouserchomai pros umas: 14,18) per restare. In questo clima di famiglia o di scuola, dato che secondo tradizione un maestro è considerato un padre, vengono evocate le funzioni dello Spirito senza preoccupazioni dogmatiche ma di consolazione e rassicurazione, di insegnamento e testimonianza, perché la prova che attende Gesù, alla fine, attende anche gli apostoli.

Il testo insiste sulla verità, che è prerogativa dello Spirito in quanto testimone (15,26) e in quanto guida nella verità – che diventa così l’ambito della sua azione (16,13).

Resta da capire che cosa significhi, perché il verbo odegeo si può trovare usato in modo transitivo («guidare un cieco» Mt 15,14) o intransitivo con un moto a luogo o, come qui, con uno stato in luogo: «in/entro tutta la verità» (en te aletheia pase). Si tratta cioè di una verità che già c’è – non è un obiettivo da raggiungere –, che gli apostoli hanno di fronte in Gesù e devono percorrere da dentro. In realtà questo avverrà dopo la Pasqua, quando riconosceranno che in Gesù Dio è interamente presente (Wengst), ed è il «Dio della verità/fedeltà», ossia della ’emet del Primo Testamento: il Dio fedele al suo patto e al suo popolo.

Come accade in ogni congedo, Gesù riconosce di avere molte cose che vorrebbe o dovrebbe dire (16,12), ma riconosce anche che gli apostoli non sono pronti. Non tanto e non solo perché forse sia mancato il tempo per prepararli o per una congenita incapacità di ricezione. Da una parte la verità, come la rivelazione, esige tempo per essere riconosciuta e assimilata, dall’altra è necessaria invece un’intelligenza di fede delle cose, che gli apostoli non sembrano ancora avere raggiunto.

Multiforme nel modo di essere presente e nel suo agire, irriducibile a essere evocato con una sola immagine o un solo simbolo, sarà lo Spirito a renderli capaci, dopo la risurrezione, di autentica intelligenza. È irriducibile al punto che Giovanni stesso ne parla come di una colomba (1,32) o una forza libera al pari del vento (3,18), come fiumi d’acqua (7,38-39) o difensore e testimone a discarico degli apostoli (15,26).

Lo Spirito è soprattutto colui che ascolta ciò che il Padre dice al Figlio perché questi possa trasmetterlo agli apostoli (16,13-15).

Stefania Monti

Biblista

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