Per Tortuga Magazine, rivista online di approfondimenti culturali con base a Lugano, Jacopo Guerriero ha intervistato il 13 maggio scorso Luigi Accattoli, nel 40° anniversario dell’attentato a Giovanni Paolo II. Ne è uscito un ampio affresco sui papi e la Chiesa degli ultimi decenni, di cui riportiamo gli stralci scelti dallo stesso Accattoli per il suo blog. L’intervista integrale può essere letta qui.

Quattro vertigini

«Il papato si è rivelato capace di cambiamenti e questa sorpresa è all’origine dell’attenzione mondiale. Nei tempi recenti un senso di vertigine ha sfiorato più volte il pontificato romano. Con l’elezione del papa polacco nel 1978, con i proiettili di Ali Ağca nel 1981, con la rinuncia di Benedetto e l’arrivo di Francesco nel 2013. I pieni poteri conferiti ai papi nel segno della continuità garantivano la tenuta dell’istituzione, ma procurano ansia se passano a un vescovo di Roma disposto a rinunciare al pontificato e a un altro inteso a una sua profonda riforma, che lui chiama conversione. Il papa che riforma sempre divide. Se poi mette il Vangelo a motore dei cambiamenti, divide due volte».

 

Se Wojtyła fosse un conservatore

C’è nell’immaginario uno schematismo invalso: Wojtyła conservatore e Bergoglio rivoluzionario. È davvero così? «Sull’immagine papale, sul mea culpa, sulla sinagoga e la moschea, sul rapporto con il Sud del mondo, sulla frontiera della pace Giovanni Paolo II ha fatto di sicuro passi in avanti, o comunque portatori di novità. Non sono sicuro che fosse un conservatore. Lo era nella considerazione del ruolo del papa, questo sì. Ma non lo era per il pensiero sociale e lo era e non lo era per il patrimonio dottrinale. Era geloso di questo patrimonio nel suo insieme ma non era fissista. Lo fosse stato non si sarebbe avventurato nel mea culpa. Forse il più originale tra i suoi lasciti è stato l’esame di fine millennio, che ha portato al mea culpa giubilare, un fatto privo di precedenti storici. Ogni persona di buona volontà non può che ringraziarlo di quell’umiltà e di quell’audacia. Francesco ha cambiato le vesti, l’abitazione, la gestualità, il linguaggio, il rapporto con i media. Tutto. E forse non avrebbe potuto farlo se prima non ci fosse stato l’uragano Wojtyła. Giovanni Paolo II avvia un riscatto della soggettività papale che con Francesco diviene totale».

 

Papi e media

«Sia Wojtyła sia Bergoglio hanno fruito di una creativa alleanza con i media nata in ambedue i casi mezz’ora dopo l’elezione, quando il nuovo papa si affaccia alla Loggia centrale della basilica di San Pietro: Wojtyła e Francesco trasformano quella prima apparizione da evento rituale in fatto giornalistico. Ricordo i giorni della morte di Giovanni Paolo II come un momento di grande emozione collettiva. Certo anche orchestrata dai movimenti ecclesiali e ingigantita dai media. Lo stesso motto “santo subito” era organizzato, in particolare dal Movimento dei Focolari. Ma l’emozione collettiva come materia prima c’era di suo. I media ingrandiscono e prolungano, ma nulla è nei media che non sia prima nella realtà».

 

Forza della figura papale nell’era dei media visuali

Perché, a fronte di una evidente diminuzione della partecipazione popolare alla vita della chiesa, la figura del papa è ancora così circondata da attenzione mediatica? «Il papa cresce e la Chiesa diminuisce. Almeno nei media e nell’opinione pubblica è così. Dall’angolo che è il mio – di uomo della comunicazione di massa – il cambiamento è stato sorprendente, nel cinquantennio della mia attività di giornalista, rispetto alle mie aspettative: è cresciuta l’attenzione per la figura del papa ed è diminuita quella per il vissuto cristiano, per le Chiese locali, per l’ecumenismo. Prendo atto che è avvenuto il contrario di quello che io auspicavo. La figura del papa cresce perché si sposa alla perfezione con le modalità della comunicazione per immagini, che è il segno dell’epoca: lo avvantaggia il fatto di vestire di bianco, di avere un ruolo unico, e un nome breve: papa, appunto. O Francesco. I nomi sono calamite. Più sono brevi e meglio arrivano».

 

Speravo di vedere un Papa che rinuncia

Lei è uomo di fede: la turbano le dimissioni di un pontefice? «Per nulla. Le prevedevo e le desideravo. Ridimensionano la figura papale, ma è un ridimensionamento provvidenziale. Per rifare l’unità dei cristiani il papato deve diminuire. Il suo ruolo è stato ingigantito dalla storia e si è fatto ingombrante per l’attestazione del Vangelo all’umanità di oggi. Papa emerito è una parola nuova per un fatto nuovo. Non solo su questo Benedetto è apparso più libero di Giovanni Paolo: lo è stato anche, ad esempio, sulla morale sessuale». Di fronte alle dimissioni i fedeli non restano scossi? «La scossa c’è stata, ma credo più tra gli ecclesiastici che tra i fedeli. Era una novità epocale e dunque tutti abbiamo avuto un qualche soprassalto. Ma ora non è più una novità e perciò l’accettazione sarà molto più facile quando un altro papa lascerà le chiavi che gli sono state affidate. Il papa è un vescovo – il vescovo di Roma – e come dal popolo dei fedeli lungo l’ultimo mezzo secolo sono state metabolizzate le dimissioni dei vescovi, che pure erano una novità, così in un tempo analogo la comunione cattolica assimilerà le rinunce papali».

 

Ci sarà uno scisma tedesco?

Come vede le tensioni tra Roma e l’episcopato tedesco? «Quelle nubi continueranno ad addensarsi sotto questo pontificato ma sarei portato a scommettere che la tempesta arrivi con il prossimo papa. Il Sinodo convocato dai vescovi tedeschi probabilmente andrà oltre le competenze “ricevute” di un sinodo nazionale e papa Francesco non approverà né condannerà, modello Amazzonia, mantenendo aperta la questione che passerà bollente al successore. Se il successore sarà conforme a Bergoglio le novità tedesche si consolideranno come una pluralità di fatto, considerata sopportabile. Ma se il successore sarà rigorista provvederà a stringere e potrebbe venirne uno scisma. La barca resterà unita se riuscirà a legittimare una diversificazione dottrinale e normativa che permetterà la convivenza di opzioni anche conflittuali. Francesco questa diversificazione la persegue e l’ha persino teorizzata in Amoris laetitia, quando ha affermato che “non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero” e che “in ogni paese o regione si possono cercare soluzioni più inculturate, attente alle tradizioni e alle sfide locali”. Il programma di governo del prossimo papa dovrebbe partire da lì».

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