Il papa al card. Marx: continua, come arcivescovo di Monaco

Il vescovo aveva presentato le sue dimissioni dicendo: «La trascuratezza e il disinteresse per le vittime è stata certamente la nostra più grande colpa in passato». Pubbliciamo la lettera di Francesco integralmente.

Caro fratello,

         innanzitutto grazie per il tuo coraggio. È un coraggio cristiano che non ha paura della croce, e che non ha paura di umiliarsi di fronte alla terribile realtà del peccato. È quello che ha fatto il Signore (Fil 2,5-8). È una grazia che il Signore ti ha dato, e vedo che vuoi accettarla e custodirla perché porti frutto. Grazie.

         Mi dici che stai attraversando un momento di crisi, e non solo tu, ma anche la Chiesa in Germania. Tutta la Chiesa è in crisi a causa delle violenze; ancora di più, la Chiesa ora non può fare alcun passo avanti senza assumere questa crisi. La politica dello struzzo non aiuta, e la crisi deve essere assunta a partire dalla nostra fede pasquale. I sociologismi e gli psicologismi non aiutano. Assumere la crisi, come individuo e come comunità, è l’unica via che porta frutto; perché si esce da una crisi solo in comunità, e inoltre dobbiamo renderci conto che si esce dalla crisi come persone migliori o peggiori, ma mai uguali a prima. [1]

         Mi dici che da un anno a questa parte stai riflettendo: ti sei incamminato per cercare la volontà di Dio e hai deciso di accettarla, quale che essa sia.

         Sono d’accordo con te nel qualificare come una catastrofe la triste storia delle violenze sessuali e il modo in cui la Chiesa l’ha affrontata fino a poco tempo fa. Diventare consapevoli di questa ipocrisia nel modo in cui viviamo la fede è una grazia e un primo passo da compiere. Dobbiamo assumerci la responsabilità della storia, sia come individui sia come comunità. Non possiamo rimanere indifferenti di fronte a questo crimine. Accettarlo significa esporsi alla crisi.

         Non tutti vogliono accettare questa realtà, ma è l’unico modo. Perché fare dei «propositi» per cambiare la propria vita senza «mettere la carne sulla griglia» non porta da nessuna parte. La realtà personale, sociale e storica è concreta, e non basta assumerla solo tramite idee. Perché sulle idee si discute (e giustamente), ma la realtà deve sempre essere assunta e ha bisogno di discernimento. È vero che gli eventi storici devono essere valutati con l’ermeneutica del tempo in cui sono avvenuti, ma questo non ci esime dal farcene carico e assumerli come storia del «peccato che ci assedia». Per questo credo che ogni vescovo della Chiesa debba assumerli e chiedersi: che cosa devo fare di fronte a questa catastrofe?

         Il «mea culpa» di fronte a tanti errori del passato lo abbiamo pronunciato più di una volta, in molte situazioni, anche se non eravamo personalmente coinvolti in quella fase storica. Ed è proprio questo comportamento che ci viene richiesto oggi. Ci viene chiesta una riforma, non – in questo caso – a parole, ma con comportamenti che abbiano il coraggio di affrontare questa crisi, di assumere la realtà, quali che ne siano le conseguenze. E ogni riforma comincia da sé stessi. La riforma nella Chiesa è stata portata avanti da uomini e donne che non hanno avuto paura di esporsi alla crisi e di lasciarsi riformare dal Signore. Questo è l’unico modo, altrimenti saremmo solo «ideologi della riforma» senza mettere in gioco la nostra carne.

         Il Signore non si è mai impegnato in una «riforma» (se mi si consente l’espressione): né nel progetto dei farisei, né in quello dei sadducei, degli zeloti o degli esseni. Ma l’ha realizzata con la sua vita, con la sua storia, con la sua carne sulla croce. E questa è la via che anche tu stesso, caro fratello, accetti offrendo la tua rinuncia all’ufficio.

         Nella tua lettera dici giustamente che non ci aiuta seppellire il passato. Il silenzio, le omissioni, il peso eccessivo dato al prestigio delle istituzioni, tutto questo porta solo al fallimento personale e storico; ci porta a vivere con il peso di avere, come si dice, degli «scheletri nell’armadio».

         È importante «fare luce» sulla realtà della violenza e di come la Chiesa l’ha affrontata, e permettere allo Spirito di condurci nel deserto della desolazione, alla croce e alla risurrezione. È la via dello Spirito che dobbiamo seguire, e il punto di partenza è l’umile confessione: abbiamo sbagliato, abbiamo peccato. Non saranno le analisi a salvarci, né il potere delle istituzioni. Non ci salverà il prestigio della nostra Chiesa, che tende a nascondere i suoi peccati. Non ci salverà né il potere del denaro, né l’opinione dei media (spesso ne siamo fin troppo dipendenti). Quello che ci salverà è aprire la porta a Colui che solo può salvarci, e confessare la nostra nudità – «Ho peccato», «Abbiamo peccato» – e piangere, e balbettare come meglio possiamo, «Allontànati da me, perché sono un peccatore», un’eredità lasciata dal primo papa ai papi e ai vescovi della Chiesa. Allora sentiremo quella salutare vergogna che aprirà le porte alla compassione e alla tenerezza del Signore, che è sempre vicino a noi. Come Chiesa dobbiamo chiedere la grazia della vergogna, affinché il Signore ci impedisca di essere la prostituta senza vergogna di Ezechiele 16.

         Mi piace il modo in cui termini la lettera: «Continuerò con piacere a essere prete e vescovo di questa Chiesa e continuerò a impegnarmi a livello pastorale sempre e in tutti i modi in cui lo riterrò sensato e opportuno. Vorrei dedicare gli anni futuri del mio servizio in maniera più intensa alla cura pastorale e impegnarmi per un rinnovamento spirituale della Chiesa, così come lei instancabilmente ammonisce».

         Ed è proprio questa la mia risposta, caro fratello. Continua come proponi, ma come arcivescovo di Monaco e Frisinga. E se sei tentato di pensare che questo vescovo di Roma (tuo fratello che ti ama), confermando la tua missione e non accettando le tue dimissioni, non ti capisca, ricorda ciò che Pietro ha sentito alla presenza del Signore quando gli ha offerto a modo suo la sua rinuncia: «Allontànati da me, perché sono un peccatore» – e ha udito la risposta: «Pasci le mie pecore».

 

         Con affetto fraterno,

 

        Francesco

 

 

 

 

 

 

[1] C’è il pericolo di non assumere la crisi e rifugiarsi nel conflitto, un modo di comportarsi che finisce per soffocare e impedire ogni possibile cambiamento. Perché nella crisi c’è un seme di speranza, mentre nel conflitto c’è un seme di disperazione. La crisi ci coinvolge, mentre il conflitto ci imprigiona e porta all’atteggiamento asettico di Pilato: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!» (Mt 27,24); un atteggiamento che ci ha fatto e continua a farci tanto male.

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