Etica della ricostruzione. Episodio 1: la tentazione del «remoto»

Gli ultimi dati sulla pandemia in Italia sono confortanti: calano i contagi, i decessi, i ricoveri e si avvia una nuova fase, quella delle «riaperture» e del ritorno a una vita più o meno normale, anche se per un po’ alcune misure di sicurezza dovranno essere mantenute. Dovremmo essere comunque in dirittura d’arrivo.

A questo punto si pongono scenari che vengono pronosticati in un duplice modo. Secondo una corrente di pensiero «niente sarà più come prima», e questa lunga pandemia comporterà stili di vita completamente o fortemente diversi; secondo un’altra visione delle cose, lentamente si tornerà a un modo di vivere sostanzialmente pre-pandemico.

 

Elaboriamo i lutti

Indubbiamente questi anni sono stati segnati da diversi lutti che, a vario titolo e in vario grado, ci hanno colpito tutti: morte di persone care, perdita del lavoro, sequele psicologiche, criticità relazionali ecc.

Come in ogni lutto, inizia adesso la fase dell’elaborazione, che sarà certamente individuale ma anche sociale. Ponendoci un po’ in medio tra le due visioni citate, credo che per tutti cambierà qualcosa, ma non necessariamente in male. Molti dovranno certamente faticare per ricostruire una quotidianità che, magari, avevano già conquistato a fatica. Altri scopriranno in questa esperienza risorse inaspettate.

Di fronte a queste prospettive anche la riflessione etica si sente interpellata in varie direzioni.

La prima tematica riguarda una tentazione che fin da adesso comincia a serpeggiare, e che chiamerei la «tentazione del remoto». In questi mesi abbiamo fatto di necessità virtù e siamo riusciti, grazie ai collegamenti «in remoto», a continuare la didattica, i collegi dei docenti, i consigli di amministrazione e altri incontri di varia natura. Ci siamo pure inventati i webinar, con cui abbiamo continuato attività formative di vario genere e sostituito attività congressuali già programmate. Ce ne siamo lamentati, dicendo che gli incontri «in presenza» erano tutt’altra cosa, ma ci siamo in qualche modo adattati.

Sta per venire il tempo di abbandonare queste modalità. Apparentemente un traguardo a lungo atteso, ma che inizia a suscitare alcune remore e ritardi: lo faremo dopo l’estate, qualcosa la manteniamo, ecc.

 

Che comodità!

In fondo l’incontro in remoto è di grande comodità: lo si tiene comodamente seduti a casa propria vestiti solo «dalla cintola in su»; spesso lo si può fare nelle ore serali senza troppo disagio; se ho altre cose da fare disinserisco il video, lo «muto» e in contemporanea leggo o scrivo; sono molte meno le assenze.

Ed è anche assai più economico, soprattutto se c’è qualcuno nell’organizzazione che deve pagare per tutto. Soprattutto gli incontri internazionali, per cui si dovevano pagare viaggi, vitto e alloggio, sono diventati praticamente a costo zero. Tutto questo sta facendo sì che dall’iniziale disaffezione stiamo passando a un’«affezione» per tale modalità comunicativa.

Ovviamente non credo si debba essere estremisti o intransigenti. Certamente la scoperta di questa risorsa ha una sua validità che potrà e, in alcuni casi, dovrà rimanere. Poter convocare nel giro di qualche giorno un comitato per cui in altri tempi avremmo impiegato mesi per l’indisponibilità dell’uno o dell’altro è un fatto positivo, come pure tenere una riunione che per difficoltà economiche non avremmo potuto sostenere, ma credo si debba cominciare a pensare a una sorta di «privilegio della presenza». Non si tratta di denigrare né di sottovalutare la medialità informatica e le sue opportunità, ma di ritenerle complementari o accessorie rispetto all’incontro in presenza.

 

Nostalgia della presenza

C’è un dato antropologico che riguarda la relazionalità interpersonale, la prossemica, la comunicazione non verbale, che il video non consente di percepire. Dobbiamo tornare a cogliere le sfumature di un’espressione facciale, gli odori che emana una persona, la gestualità fine, il suo modo di camminare o di rivolgersi agli altri. Dobbiamo tornare a interagire in modo immediato, senza attendere i pochi secondi di ritardo che può avere la connessione, né dipendere da questa per continuare a parlare.

E poi c’è una comunicazione informale, che è quella che si realizza mentre c’è il coffee break o il pranzo, salta gli ordinari canali della comunicazione formale dell’incontro, e che attualmente è stata eliminata. Molte volte durante un incontro vediamo qualcuno dei presenti che sorseggia una tazza di qualcosa: sarebbe bello poterlo fare insieme. E sarebbe bello guardarci tutti in faccia non solo la decina/ventina che, a seconda della «piattaforma», è possibile visualizzare.

Anche se questo dovrà costituire il «ritorno» all’ordinarietà del passato non è detto che non possa essere doloroso. Proprio per questo occorre fin da adesso prepararsi a quella che, anche se riassunzione di una vecchia e normale prassi, potrebbe presentare i caratteri della novità attuativa. C’è una «nostalgia della presenza» che avevamo sperimentato all’inizio degli incontri in remoto e che, lentamente, ci ha abbandonati. Forse è tempo di riassumerla e darle uno sbocco attuativo.

Salvino Leone

medico, docente di teologia morale e bioetica

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