Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha risposto alla nota verbale della Santa Sede, sul DDL Zan, doverosamente e necessariamente in modo laico. Non c’è solo la considerazione aprioristica della sovranità dello Stato italiano, ma anche la sottolineatura che lo Stato democratico ha tutti gli strumenti per muoversi correttamente (cioè costituzionalmente) nei confronti di un’altra istituzione internazionale. In ogni caso, la materia è oggi, legittimamente, in capo al Parlamento. Nel merito è intervenuto anche il Segretario di Stato, card. Parolin, che in un’intervista ribadisce come da parte del Vaticano non ci sia stata alcuna richiesta di fermare la legge contro l’omotransfobia né indebite pressioni sul lavoro del Parlamento italiano.

Ma l’uscita pubblica della nota vaticana (qui il testo integrale) continua, come prevedibile, a creare reazioni conflittuali. La babele di linguaggi, in un tempo di comunicazione diretta e immediata come questo, crea ulteriore caos o per meglio dire difficoltà sgrammaticate. Inevitabile.

Questa vicenda, come in parte quella dello scorso anno nello scontro tra la Conferenza episcopale italiana e il governo Conte sul tema delle aperture per le funzioni liturgiche (allora il Vaticano, pur interpellato dalla CEI, non intervenne, mentre in una seconda fase intervenne addirittura il papa e «a gamba tesa»), mostra cambiamenti profondi che sono intervenuti nel rapporto tra Santa Sede, Chiesa italiana, da una parte, e Paese e governo italiano, dall’altra. Negli ultimi 10-15 anni sono saltati i livelli di mediazione intermedia tra i due punti apicali, che per la storia italiana si configurano anche come due entità indipendenti e sovrane: la Santa Sede e l’Italia.

Nella situazione politica del nostro Paese sono venuti meno i partiti nella loro definizione strutturata e culturalmente consapevole (oggi sono poco più che delle organizzazioni organigrammatiche, non depositarie di un progetto politico per il Paese), ed è venuta meno la Conferenza episcopale italiana.

Da tempo la CEI non è più in grado di interloquire efficacemente con le diverse componenti politiche. Le quali in alcuni casi (vedi il Movimento 5 Stelle) non dimostrano neppure interesse a farlo. Lo stesso PD si è dimenticato che al tempo dell’Ulivo la carta fondativa di quella coalizione aveva posto, per i temi relativi alla morale soggettiva inerente la vita e la morte, libertà di coscienza, escludendo esplicitamente ogni disciplina di partito in quanto limitativa della libertà di ogni parlamentare, mentre oggi decide il partito nell’equilibrio delle sue minoranze interne.

La crisi della CEI su questo terreno è dovuta anche alla crisi del laicato cattolico, ridimensionato negli anni dalle stesse gerarchie ecclesiastiche, che hanno avocato a sé ogni decisione, anche quelle di morale pubblica, salvo poi non essere state spesso in grado di prenderle. Mentre sia i vescovi sia le diverse organizzazioni cattoliche sono componenti a pieno titolo della comunità nazionale e come tali hanno il diritto e il dovere di esprimersi liberamente sulle questioni del Paese.

L’insufficienza di questi livelli spiega perché su qualsiasi questione si giunga immediatamente ai livelli supremi (nel caso specifico Santa Sede e governo), il che determina inevitabilmente o un comportamento di «laissez faire» da parte vaticana un po’ su tutto quel che ha a che fare con la Chiesa italiana, oppure il generarsi di tensioni come tali eccessive e inopportune.

Mentre Draghi ha assunto un atteggiamento istituzionalmente corretto, che forse mette in condizione le forze politiche di tentare una mediazione autonoma e migliorativa della legge, c’è da sperare che in Vaticano non vi siano troppi monsignori in libera uscita.

Gianfranco Brunelli

Direttore de “Il Regno”

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