Scomunicare la vita pubblica, squalificare il laicato

Nel giro di qualche settimana, negli Stati Uniti e in Italia, si è vista la Chiesa istituzionale prendere una posizione politica esplicita su temi legati alla morale. Il caso dei vescovi USA che vorrebbero scomunicare Joe Biden, e con lui altre personalità politiche, per le sue posizioni pubbliche sull’aborto, è il primo caso grave. Se il documento che sarà redatto a novembre arriverà davvero a estromettere dall’eucarestia alcuni esponenti politici, sarà una ferita profonda inferta ai laici e alle laiche. La questione infatti non è solo sull’aborto, o sull’eutanasia, o su altri delicatissimi temi di etica. Si tratta invece del rapporto tra episcopato e laicato, della triplice relazione tra morale, sacramenti e politica, e della considerazione realistica di come funziona quest’ultima.

Sono temi fondanti: questo episodio americano è solo un segno di una certa visione della Chiesa, in cui per esempio risulta appropriato anzi auspicabile l’intervento episcopale nelle questioni che riguardano la vita civile, che sarebbe ambito proprio dei laici. L’obiettivo perseguito è l’uniformità della Chiesa – l’ideale è precisamente l’uniformità come presupposto di unità, ma le due non sono affatto sinonime –, salvo poi accorgersi con spaesamento che l’uniformità delle posizioni pubbliche della Chiesa è direttamente proporzionale alla privatizzazione della fede, ovvero una frammentazione di unità.

L’impressione è che ci sia una fatica di fondo a leggere l’insieme. Ad esempio: il cardinale Luis Ladaria Ferrer, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha inviato una lettera ai vescovi americani (lettera del 7 maggio; cf. anche “Il Regno – doc.”, 11/2021, p. 346) per invitarli a posizioni di prudenza, per evitare che un documento potesse diventare divisivo per l’episcopato e per la Chiesa. La lettera era opportuna, anzi necessaria, eppure la Congregazione stessa era recentemente andata nella stessa direzione dei vescovi americani rispetto al legame tra morale, scelte pubbliche e vita della Chiesa: se a marzo si è scritto nero su bianco che ci sono situazioni di vita pubblica che per motivi morali «oggettivi» non possono ricevere un sacramentale (il Responsum che negava le benedizioni alle coppie omosessuali), ora va da sé che ci siano posizioni politiche che per il fatto di essere «oggettivamente» immorali possano escludere dal sacramento. Posto che né la Congregazione per la Dottrina della Fede né la Conferenza episcopale USA avevano quest’intenzione, il risultato è però il seguente: che le posizioni e le situazioni personali per poter essere benedette o in comunione sembrano doversi limitare a rimanere private. Finché sono tali possono essere sottoposte ad accompagnamento, riconoscimento e discernimento, mentre se diventano pubbliche comportano un’esclusione netta.

Una persona omosessuale può essere benedetta, una coppia omosessuale no; un cattolico favorevole a legislazioni sull’aborto può fare la comunione, un politico che scriva queste legislazioni no. Si rischia di essere schizofrenici: salvare l’intenzione sotto l’egida del primato della coscienza, ma sanzionare la pratica volendo indicare qual è l’unica coscienza buona. Visti i timori diffusi che la Chiesa sia man mano relegata a lumicino, forse c’è da chiedersi se non stiamo relegando noi la Chiesa nel privato. Sul rapporto tra morale e sacramentalità Avvenire ha ricordato, citando Francesco, che la comunione «non è la ricompensa dei santi ma il pane dei peccatori».

Sul rapporto tra politica e sacramentalità, invece, il focus si sposta sulla dignità del laicato. E qui veniamo al secondo episodio grave, dalla nostra parte dell’Atlantico. Da qualche giorno è pubblica la richiesta formale di modifica al DDL Zan inoltrata all’ambasciata italiana da parte del Vaticano il 17 giugno. Non è necessario entrare nel merito della questione e prendere posizione sul DDL per fare una valutazione del gesto dal punto di vista ecclesiale. Se le posizioni politiche della Chiesa sono prese da Conferenze episcopali o dalla Segreteria di Stato vaticano, il carisma del laicato è completamente scavalcato. Ma la politica è ambito proprio della vocazione laicale. Chi meglio di laici e laiche sa com’è faticoso e a tratti destabilizzante riconoscersi in posizioni politiche opposte, letteralmente «in buona fede», tra persone che condividono il pane alla stessa mensa? Come esistono cattolici italiani contrari al DDL Zan e che argomentano legittimamente questa posizione, ne esistono altri che sono favorevoli, per altrettante buone ragioni che sempre legittimamente argomentano. È comprensibile che oggi questi ultimi si siano trovati in imbarazzo: come si devono comportare davanti alle prese di posizione politiche da parte del Vaticano?

Rischieranno prima o poi la sospensione da sacramenti e sacramentali, se renderanno pubblica la loro posizione personale – ponderata evidentemente anche alla luce della propria fede? E questa situazione non risulta divisiva per la Chiesa, se già non lo è per l’episcopato? Non molto dopo aver celebrato la Pentecoste, il laicato può custodire per la Chiesa quel dono dello Spirito per cui la sua unità non corrisponde mai a uniformità, né sul piano liturgico, né sul piano culturale, e tanto meno sul piano politico. Nel suo libro “Benedetta povertà? Provocazioni su Chiesa e denaro”, l’arcivescovo di Modena-Nonantola, mons. Erio Castellucci, ha scritto: «Finché la Veglia per la vita sarà di destra e la Veglia per la pace sarà di sinistra, la Chiesa sarà divisa». Pregare insieme possiamo e dobbiamo sempre, ci aiuta anche a lavorare insieme. Ma né la Chiesa né la società civile sono edificate quando il carisma laicale è sottratto ai laici e alle laiche.

Alice Bianchi

Teologa

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