Etica della ricostruzione. Episodio 3: la tentazione del divano mentale

Dopo la tentazione del remoto e quella del guscio, eccoci alla terza tentazione che il tempo del post-COVID ci presenta: quella che definirei del «divano mentale». In questi mesi ci siamo affezionati tutti alle nostre poltrone e ai nostri divani. Non a caso sono state, forse, tra le pubblicità e le vendite più presenti, unitamente alle tute e alle pantofole.

Ma c’è un altro divano nel quale ci siamo lascati sprofondare che, forse, sono stati in pochi a cogliere. Una volta dicevo a un amico con una battuta: adesso che finisce il COVID, di cosa parliamo?

In realtà c’era del vero dietro questa domanda e l’ha colto molto bene l’arcivescovo di Milano, che in un’intervista al Corriere della sera del 30 marzo 2021 ha affermato: «Intendo lanciare un allarme: se il virus occupa tutti i discorsi, non si riesce a parlare d’altro. Quando diremo le parole belle, buone, che svelano il senso delle cose? Se il tempo è tutto dedicato alle cautele, a inseguire le informazioni, quando troveremo il tempo per pensare, per pregare, per coltivare gli affetti e per praticare la carità?».

In effetti questo ingombro mentale, questo debordare di notizie e informazioni tutte relative agli ultimi dati sul COVID, ai commenti sulla malattia in una persona che conoscevamo e che ne è stata colpita, alle critiche al governo per il tale o il talaltro provvedimento e così via, hanno ingombrato le nostre menti non lasciando spazio ad altro.

Anche in altre occasioni le nostre menti sono state occupate da altro: pensiamo alla preparazione di un esame importante o a un periodo di intensa preghiera per qualcosa che ci angosciava, ma sono stati «ingombri produttivi», se così possiamo definirli, oltre i quali ci siamo ritrovati carichi di qualcosa in più.

 

Torniamo a pensare

In realtà questo overloading informativo, queste dita incollate al cellulare per scoprire l’ultimo dato, che cosa hanno lasciato al di là di qualche nozione medica o pseudomedica in più e tanta preoccupazione? Forse tanta desolazione.

È tempo di tornare a pensare, non per diventare i grandi filosofi del passato, ma per essere le persone normali che prima pensavano e le cui circonvoluzioni cerebrali non si sono appiattite o hanno assunto le sembianze del COVID.

Torniamo a parlare del tempo (come facevamo una volta), dei vestiti inguardabili della vicina di casa, ma anche di letteratura, di cinema, di teatro.

Torniamo a leggere, a discutere di politica (magari con la «P» maiuscola, difficile da trovare oggi).

Torniamo a pregare senza essere avviliti dal posto da occupare in chiesa o dall’igienizzazione delle mani.

Torniamo a riempire la mente del dialogo con Dio, torniamo a pensare agli altri, anzi torniamo a pensare, semplicemente.

Lasciamo il COVID all’archivio dei nostri ricordi, mettiamolo in un file che, solo se sarà necessario, riapriremo. Abbiamo altro da fare e «a cui pensare».

 

Una nuova consapevolezza

Uscire dalla pandemia non significa solo aver raggiunto l’immunità di gregge, certo anche. Significa aver acquisito un superiore livello di consapevolezza, in cui il bagaglio dei ricordi si trasforma in esperienza esistenziale e contribuisce a un nuovo assetto di pensiero, a un piano di volo superiore.

Eh sì, perché è necessario spiccare il salto, porsi su un piano più elevato che, per certi aspetti, era in fondo quello che avevamo quando è scoppiata la pandemia. Poi tutto si è abbassato. Adesso occorre riprendere la strada.

La nostra mente, grazie a Dio, non è andata in rianimazione, anche se spesso ha subito non pochi danni: depressione, paure, incertezze, chiusure, incapacità di progettarsi in un futuro da intravedere migliore e possibile.

Ma il futuro non si costruisce solo riaprendo un ristorante o tornando a sostenere il terribile danno economico che hanno subito molti, né fasciando le tante piaghe che la pandemia ha lasciato. Si costruisce anche rivitalizzando quel dono unico che Dio ci ha dato e che, come nel noto affresco della cappella Sistina, ci ha trasmesso.

Salvino Leone

Medico, docente di teologia morale e bioetica

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