Commento alle letture per la liturgia della XIV domenica del tempo ordinario

Ez 2,2-5; Sal 123 (122); 2Cor 12,7-10; Mc 6,1-6

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

 

Marco insiste in modo peculiare sui difficili rapporti tra Gesù e il suo ambiente d’origine: la famiglia, il clan d’appartenenza, gli abitanti del suo villaggio. È una strategia abbastanza precisa, in base alla quale da sempre la critica sostiene che questa sia una propedeutica al racconto della passione, ma è anche una propedeutica remota al discepolato e alle sue esigenze.

Il rifiuto di lontani o di avversari può portare all’esito drammatico di una condanna a morte, come di fatto avverrà, ma il rifiuto della propria famiglia, del proprio clan, dei concittadini dice da una parte che ci saranno fratture all’interno della comunità, dall’altra che il discepolo dovrà prendere le distanze da tutti in nome della sequela.

Racconta Mc 3,20-21 di un assembramento attorno a Gesù e della reazione «dei suoi» (hoi par’autou), termine generico da intendersi come familiari e parenti, i quali «dicevano infatti: È fuori di sé (hoti exeste)». La risposta di Gesù si può leggere in Mc 3,31-35, allorché egli definisce chi siano veramente sua madre e i suoi fratelli.

Più grave ancora l’episodio di Nazaret, che s’inscrive nella normalità della vita ebraica: uscito dalla casa di Giairo (kai exelthen ekeithen, 6,1) si dirige verso la sua patria con i discepoli, ed è sabato. La discussione sul fatto che la sua patria era in realtà Betlemme, perché là era nato, pare incongrua: la patria è più dove si cresce e si vive all’ombra del proprio clan, che è in grado di garantire un’educazione e la trasmissione di una memoria familiare, e magari dove si trova la sinagoga in cui si è imparato ad ascoltare e a leggere la Torah.

Luca racconta questo episodio in modo circostanziato, ricorda la haphtara che viene letta e che è commentata in maniera lapidaria da Gesù, e infine le reazioni dei presenti, che però cita senza scendere in troppi dettagli (Lc 4,16-30). Marco invece proprio su queste reazioni insiste, riportando una serie di domande dei presenti. Queste sono in progressione. Si parla dapprima, genericamente, di «queste cose» (tauta), poi di «sapienza data» (sophia e dotheisa), di potenze (dunameis), per arrivare infine a interpellarsi sulla sua identità. Le dunameis che vengono citate ci rimandano alla dunamis che era uscita da Gesù in occasione della donna guarita dalle perdite di sangue (Mc 5,30).

Possiamo ricordare che a quel tempo la regione era piena di predicatori itineranti con discepoli al seguito: alcuni erano agitatori politici, altri, oltre a insegnare, erano noti come taumaturghi.

I miracoli operati da Gesù hanno tre caratteristiche fondamentali: non sono connessi a tecniche o procedimenti magici, avvengono su semplice comando senza formule esoteriche, presuppongono la fede (non ne sono la causa) ed è quindi la fede ad avere veramente potere.

«Queste cose», «sapienza», le «potenze» inducono a chiedersi chi dunque egli sia, perché c’è uno scarto tra quello che la gente sa e quello che ora si manifesta. Passando da «costui» a «carpentiere» (tekton), a «il figlio di Maria» alla citazione di tutta la parentela, sempre più precisando chi sia il soggetto di cui si parla, si passa anche dallo stupore, di per sé neutro, allo scandalo.

Nella risposta di Gesù Marco ripercorre gli elementi identificativi: da patria a parentela a casa, come facendo il percorso all’incontrario.

Infine Gesù si meraviglia dell’incredulità (apistia), che ha stretta relazione con lo «scandalo» in quanto ostacolo alla fede dell’uditorio.

È un’incredulità per il momento neutra come lo stupore, non ancora da oppositori, perché nasce dall’improvvisa scoperta di qualcosa di imprevisto entro ciò che è conosciuto.

L’incredulità può colpire anche i discepoli, come si è visto nell’episodio della tempesta, e s’impone per loro un diverso atteggiamento, certamente non neutro.

La sequela poi esige di fatto un serio distacco del discepolo dal proprio ambiente, al modo di Gesù, e prelude al rifiuto da parte di questo stesso ambiente, che non riconosce più chi era suo. Ciò genererà drammatiche divisioni all’interno di comunità e famiglie, e all’interno dello stesso giudaismo.

Stefania Monti

Biblista

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