Di p. Enzo Franchini, dehoniano, dovrei dire anzitutto che è stato un amico, come di molti al Centro Editoriale Dehoniano. Ma di cose personali non dirò. Per oltre un trentennio, lungo gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, è stato parte significativa e propulsiva della redazione de Il Regno, dove ha seguito i temi ecclesiali maggiori, segnatamente la CEI, la vita pastorale della Chiesa italiana e la catechesi. Per passare poi negli anni Novanta a compiere il suo servizio professionale alla rivista Settimana.

Amava, come diceva lui, «la Chiesa dal basso», quella che vive nelle comunità e nelle coscienze. Per questo si era dedicato alla formazione spirituale e alla catechesi. In questo ruolo fece parte per oltre un decennio dell’Ufficio catechistico nazionale della CEI, per la preparazione dei nuovi catechismi e per la formazione dei catechisti. In questo ruolo e sulla catechesi diede un impulso significativo anche allo sviluppo editoriale delle Edizioni Dehoniane Bologna.

Il suo lavoro a fianco di giovani talenti, che sarebbero divenuti i protagonisti non solo del rinnovamento della catechesi, ma della visione pastorale della CEI (cito Sergio Pintor, che è stato docente alla Pontificia università urbaniana, consultore del Pontificio consiglio della pastorale per gli operatori sanitari e vescovo di Ozieri, e Giuseppe Betori (dapprima direttore dell’Ufficio catechistico nazionale, poi segretario generale della CEI e ora cardinale arcivescovo di Firenze), è poi apparso in volumi significativi quali Il rinnovamento della pastorale (Bologna 1986),  Le due anime della pastorale italiana (Bologna 1988) e in diverse altre pubblicazioni sulla catechesi. Ha accompagnato la Chiesa italiana negli anni creativi del proprio rinnovamento.

Nella redazione de Il Regno è stato un punto di riferimento culturale e spirituale di molti. Ecco come nel 1998, in una «lettera al direttore» della nostra rivista, rileggeva quel Sessantotto del quale, dall’interno della redazione, era stato un protagonista: «Mi interessa di più la genesi ecclesiale della contestazione. Anche perché non si può ridurre la vicenda de Il Regno dicendo pressappoco: era una rivista mediamente aperturista, è diventata sessantottina col cambio del direttore. Tutto comincia con l’insostenibilità del sistema che, per intendersi, si può chiamare pacelliano. Dire: “prima c’era il buono, poi il lungo autunno, non resta che tornare allo statu quo ante”, mi sembra banale. Il Sessantotto è la frana di quel sistema che, pure, avevamo (noi Chiesa) sostenuto con sincerità, con tutte le forze. Non si dirà mai abbastanza che il nuovo è venuto dalle periferie, specie dalle missioni. Questo è vero in particolare per Il Regno. Il suo metodo di raccontare, invece di teorizzare, ci ha portato ad affrontare problemi come la fine del centralismo costantiniano, l’ecumenismo, la libertà religiosa, le Chiese locali, il laicato come laicalità (e non come “apostolato dei laici”). Raccontando le Chiese noi abbiamo avuto lo stesso shock che Congar ha avuto raccontando la storia del succedersi delle diverse forme ecclesiali. Posso testimoniarlo: per noi è stato il fatto decisivo quello di “passare ai barbari” secondo l’indicazione di p. Dehon… Mi sono fatto le ossa su Adesso di Mazzolari e sui testi di don Milani. Tutta roba che viene infinitamente prima del Sessantotto ed è assolutamente fuori del contagio marxista. Ci avevano informati sulla nouvelle theologie; “sentivamo” i De Lubac, i Danielou, i Montcheuil, quelli che più tardi, censurati dalla Santa Sede, von Balthasar, loro alunno, difenderà, se mai accusandoli di essere troppo conservatori. Ora il punto è qui: la nostra contestazione era radicata in quelle che poi sarebbero state le correnti conciliari. Difficile poter ridurre tutto al Sessantotto politico… Con tutto questo si può dire che Il Regno è stato se stesso fin dall’inizio e che il Sessantotto politico ne è stata una parentesi…».

Fermo e cordiale nel carattere ha accompagnato anche nella spiritualità privata  giovani e adulti, in un’intensa attività di predicazione che si era fatta missione dalla metà degli anni Novanta sino a che la incipiente cecità e la malattia non ne hanno impedito l’esercizio.

La capacità di vedere il novum delle cose, una visione antropologica positiva, una spiritualità incarnata, ne hanno fatto un testimone colto e «spiazzante» della fede. Grazie Enzo Franchini.

Gianfranco Brunelli

Direttore de “Il regno”

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