Commento alle letture per la liturgia della XV domenica del tempo ordinario

Am 7,12-15; Sal 85 (84); Ef 1,3-14; Mc 6,7-13

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

L’episodio della sinagoga di Nazaret si è concluso con un non espresso rifiuto.

Marco (6,6b) riprende il racconto dicendo che Gesù andava intorno come girando in cerchio, per i villaggi, quindi avendo il lago di Galilea come riferimento, insegnando (kai periegen tas komas kuklo didaskon). L’imperfetto probabilmente ci dice che questo percorso è durato a lungo.

Viene però interrotto bruscamente da un presente storico: preparati dal rifiuto della sinagoga e dalla successiva predicazione, quasi fosse un’iniziazione, gli apostoli sono ora chiamati per essere inviati.

L’episodio è costruito in maniera speculare. Ci sono un’introduzione e una conclusione narrativa (6,7.12-13) che incorniciano un discorso prima indiretto (6,8-9) poi diretto (6,10-11), in cui vengono date le istruzioni necessarie per espletare e portare a compimento la missione.

Sia l’incarico sia la partenza hanno tutto il sapore di un esodo: gli inviati possono infatti portare solo un bastone (ei me rabdon monon, v. 8; non così Mt 10,10), che ricorda quello di Mosè, mentre il verbo della partenza è un «uscire» (exerchomai), analogo a quello di Mc 6,1.

Inizia dunque un cammino di liberazione di cui non è indicata la meta se non indirettamente: è la conversione, da annunciare liberando le persone da spiriti impuri (v. 7) demoni e malattie (v. 13).

Oltre a questo riferimento all’esodo le istruzioni agli inviati, per la maggior parte negative, possono rimandare a diversi ambiti della tradizione dell’epoca.

Alcuni interpreti privilegiano quello che Giuseppe Flavio (Bell 2, 6, 4) dice degli esseni (Yarbro Collins); pare però preferibile il riferimento alla tradizione della Mišna (Ber 9.5, cf. anche bBer 62b) che recita: una persona non entri nel monte del santuario con il bastone, con le scarpe, con la cintura del denaro o con la polvere sui piedi.

Dunque si entra nel mondo per evangelizzare come fosse il monte del Tempio, l’annuncio stesso si configura come un atto di culto che non ha bisogno di strategie speciali, se non quella di essere eseguito in purezza. Fa pensare a questo il particolare dettaglio della polvere che ritroviamo in Mc 6,11: chi fosse venuto da lontano e da fuori della terra d’Israele poteva portare con sé, anche senza volerlo o saperlo, polvere contaminata e quindi contaminante, perciò era necessario prendere le distanze in maniera decisa.

Le regole sono date con frasi brevi, prive di predicato, in gran parte introdotte da particelle negative (me), avendo un imperativo sottinteso: alla fine tutto si riduce a un elenco di cose da non prendere e non portare (vv. 8-9), tipico di un linguaggio parlato e memorizzabile, messo per iscritto senza elaborazione.

Segue un’indicazione positiva, quella cioè di fermarsi là dove si venga accolti (v. 10): il termine oikia suggerisce appunto un’accoglienza di tipo familiare a differenza di topos (v. 11), che indica invece un luogo inospitale al limite dell’ostilità e del quale appunto scuotere la polvere. Si tratta infatti di prendere le distanze dall’inimicizia che genera lutto e quindi contamina. Oltre al clima sacrale, infatti, si evangelizza se e quando ci sia un ambiente amico e fraterno, una casa a partire dalla quale e sulla quale costruire una comunità.

La pericope si chiude con sei verbi, il primo dei quali è il participio del verbo exerchomai (exelthontes, v. 12), che quindi troviamo ai vv 1.6b e 12, quasi a ritmare il testo con cadenza regolare sulla tematica dell’«uscire».

Seguono due coppie di verbi (v. 13): annunziare/convertire (kērussein/metanoein) e ungere/guarire (aleiphein/therapeuein) e, al centro di esse, scacciare (ekballein) i demoni: sono tutti verbi che potremmo dire tecnici e individuano senso e modi della missione. Che al centro ci sia il fatto di scacciare i demoni si può ricollegare al potere sugli spiriti impuri del v. 7.

Benché il testo non precisi che cosa essi siano, non c’è bisogno di pensare a fenomeni speciali: si può pensare che spiriti impuri siano tutti quelli che portano alla prevaricazione, alla violenza e all’idolatria, dai quali nessuno è esente e dai quali si deve essere liberati.

Stefania Monti

Biblista

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